Scrubs: il revival in cui non si osava sperare
Si è conclusa il 20 maggio la nuova stagione di Scrubs. Prodotta da Hulu e distribuita a cadenza settimanale su Disney+, il revival della celebre serie è già stato rinnovato per una seconda stagione.
La serie originale è andata in onda dal 2001 al 2010, affermandosi negli anni come un cult tuttora citato nella cultura pop, resistendo incessantemente alla prova del tempo. Il suo irresistibile mix di umorismo sopra le righe e momenti di grande emotività lo ha reso un prodotto unico, difficile da replicare.
Scrubs conta un totale di 9 stagioni, l’ultima delle quali è però universalmente disconosciuta dai fan. È questa la pericolosa quanto fondamentale premessa di questo revival: lo scetticismo, in seguito al precedente tentativo di proseguire una narrazione che si era già perfettamente conclusa con il season finale della stagione 8.
A molti l’annuncio di un revival è suonato come l’ennesima operazione nostalgia, che negli ultimi anni ha riportato sui nostri schermi tanti (forse troppi) prodotti che hanno accompagnato la nostra crescita, spesso con risultati discutibili o che comunque lasciavano pensare che non fossero necessari.
Dunque, nonostante l’entusiasmo dei fan più fedeli, l’asticella per questa nuova stagione era alta. La serie doveva dare ragione della propria esistenza, dimostrando di avere ancora qualcosa da raccontare. E l’ha fatto.
La storia riprende 16 anni dopo gli eventi della serie originale, senza tenere conto di quanto raccontato nella nona stagione. JD (Zach Braff), ora divorziato da Elliot (Sarah Chalke), non lavora più in ospedale, per non complicare ulteriormente il già delicato rapporto con la ex moglie. Ora lavora in libera professione come medico personale di pazienti benestanti e il ritorno al Sacro Cuore avviene in modo del tutto casuale: per monitorare le condizioni di una paziente privata che ha avuto un piccolo malore. Basta rimettere piede in ospedale per riaccendere dinamiche familiari con volti noti. Turk (Donald Faison) e Carla (Judy Reyes) non sono mai usciti dalla sua vita, ma i tanti impegni lavorativi e familiari fanno sì che non si vedano più come ai vecchi tempi. La passione di JD si riaccende anche grazie alla presenza di nuovi specializzandi, che lo convincono che il suo tempo al Sacro Cuore non è ancora finito.
La stagione funziona, senza riserve (sebbene non del tutto scevra da difetti). È un ottimo prodotto televisivo, con il merito aggiuntivo di aver riproposto personaggi amati senza intaccare la loro essenza. I protagonisti non sembrano copie sbiadite di se stessi e gli attori non cercano di imitare il proprio modo di recitare di 16 anni fa. Tutto appare autentico e spontaneo, creando l’illusione di non aver mai lasciato il Sacro Cuore. I personaggi agiscono esattamente come ci aspetteremmo che facessero per come siamo stati abituati a conoscerli. Sono sempre loro, solo più maturi e temprati dalle circostanze della vita: età, figli, matrimoni (riusciti e non), tutto nel contesto di un lavoro che sa essere appagante ma sa anche mettere a dura prova.
Anche le new entry riescono a lasciare il segno. Al contrario di quanto era successo nella nona stagione, i nuovi personaggi non sono pensati per soppiantare quelli vecchi, bensì per essere cartine tornasole del loro percorso di maturazione, oltre che per mostrare un passaggio generazionale. I personaggi sono ben caratterizzati, ciascuno rimescolando in maniera nuova gli aspetti che già avevamo visto e amato negli specializzandi del 2001.
Il Sacro Cuore non sembra più affollato come un tempo. Alcuni volti iconici mancano all’appello: il dottor Kelso (Ken Jenkins) e Ted (quest’ultimo a causa della prematura scomparsa del suo interprete, Sam Lloyd); a Jordan (Christa Miller) viene ritagliata qualche scena sul finale e l’inserviente fa praticamente solo un cameo, seppure basti per ribaltare gli equilibri. L’elemento che più incide è forse il ruolo del dottor Cox (John C. McGinley), che è stato di molto ridimensionato rispetto alla serie originale, comparendo in soli 3 episodi sui 9 totali. Era una chiara aspettativa del pubblico quella di vederlo in maniera più massiva, nonostante ogni sua apparizione riesca comunque ad essere di grande impatto emotivo. La speranza è che torni ad essere una presenza più costante nella prossima stagione.
9 episodi, dunque. Scrubs si adegua alle esigenze della nuova serialità, distanziandosi nettamente dalle sue prime stagioni. Sebbene 25 episodi oggi risulterebbero difficili da digerire, forse 9 riducono un po’ la narrazione all’osso. Si tratta di una serie la cui orizzontalità è sempre stata diluita, in favore di una maggiore verticalità che meglio si adattava alla sua comicità. Con meno di una decina di episodi, la sensazione è al contempo di aver corso troppo e di non essersi mossi granché. Si è avuto giusto il tempo di ambientarsi e già bisogna andarsene di nuovo. In futuro, se si vogliono mantenere numero di episodi e minutaggio, la scrittura dovrà dare una sferzata alla trama orizzontale, creando conflitti che richiedano l’intera stagione o buona parte di essa per essere risolti.
In conclusione, in questo revival la nostalgia c’è, ma non è fine a se stessa. Ci riporta a casa, facendoci venire voglia di riguardare tutte le stagioni precedenti, ma anche di aspettare che ne escano di nuove. Emblematico, a questo scopo, il fatto che i riferimenti che compaiono siano soprattutto alla prima stagione: la serie vuole rendere omaggio a ciò che è stata, ma anche guardare avanti. È un nuovo, promettente inizio.
Francesca Ranaldo














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