Venezia 83. L’estranea, la recensione

Un patto col diavolo per raccontare l’orrore ben più terreno delle dinamiche famigliari: L’estranea è il nuovo lavoro di Paolo Strippoli, che dopo Piove e La Valle dei Sorrisi conclude un’ideale “trilogia della pioggia” con l’esordio in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia.

Roma. Una giornata di pioggia battente. Anna (Jasmine Trinca) si presenta alla porta di casa di sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) dichiarando di doverle fare delle rivelazioni sconvolgenti sulla loro storia famigliare. Ricorda un evento dell’infanzia di Alice: da bambina era stata morsa dal cane di famiglia, rischiando di perdere la gamba.

Anna, mentre pregava nella cappella dell’ospedale, aveva ricevuto la visita di un’enigmatica signora in impermeabile (Valeria Bruni Tedeschi), che l’aveva messa davanti a una scelta: la piena guarigione della bambina in cambio di un aumento dell’appetito di suo fratello maggiore, Tobia.

Inizia così una catena di scelte, di occasioni di “patto col diavolo” che si offrono alla madre in momenti particolarmente drammatici della storia famigliare, segnando il destino di tutti e quattro i membri del nucleo. Anna li ripercorre per Alice, passaggio dopo passaggio, mentre fuori un diluvio dal sapore biblico inghiotte la capitale, fino all’inevitabile confronto con le decisioni e gli errori del passato.

Quello di Strippoli è un horror raffinato, che si concede gustosi momenti comici nell’ottima interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi – sempre in bilico tra inquietudine e ironia. Al cuore del racconto, le dinamiche genitori-figli: Anna, al cospetto del diavolo, compie decisioni apparentemente dettate dall’amore, scegliendo sempre quello che le sembra “il male minore” in una circostanza drammatica.

Al centro non c’è però solo il dilemma faustiano dell’opporsi al fato, ma una riflessione sulle reali motivazioni interne che orientano le decisioni della madre. Le sue aspettative sui figli, i desideri meschini, il bisogno di salvare le apparenze borghesi di una famiglia che si è conquistata una posizione sociale privilegiata all’interno della comunità e per cui quella facciata è tutto.

Quando Anna sceglie di salvare la gamba di Alice “sacrificando” la forma fisica di Tobia, è inevitabile chiedersi se non lo stia facendo perché la bambina è stata appena scritturata per uno spot pubblicitario e la madre teme che senza una gamba perderebbe la parte (recitare era il sogno mai realizzato di Anna, non di Alice, che da adulta farà tutt’altro).

D’altronde, Tobia proietta le velleità sportive del padre (Adriano Giannini) sul campo da calcio: velleità spezzate quando il ragazzo prenderà peso, acuendo i conflitti tra marito e moglie – incapaci di percepire i figli non come propaggini di sé ma come individui autonomi, anche nella sofferenza e nelle difficoltà adolescenziali.

I sensi di colpa di Anna per i suoi “patti col diavolo” finiti in tragedia (o in tragedie sfiorate) mascherano e delegano all’esterno le responsabilità reali di un genitore che non ha avuto gli strumenti per accompagnare in modo sano la crescita dei figli, ascoltando i loro bisogni e le loro paure invece di limitarsi a proiettare le proprie.

Qualche sbavatura sui dialoghi, soprattutto nella prima parte, e alcune scelte di messa in scena attirano l’attenzione “disturbando” un lavoro altrimenti molto interessante e riuscito. Un esempio: i bozzetti di moda appesi alle pareti della casa di Alice sembrano realizzati in serie con l’intelligenza artificiale e saltano all’occhio, incrinando la sospensione dell’incredulità.

L’estranea resta però un solido horror sociale capace di toccare da vicino tanti nuclei famigliari, che la prospettiva sia quella del genitore o quella del figlio: l’intero film può essere interpretato eliminando del tutto l’elemento soprannaturale. E in questa seconda lettura, la spirale di traumi che avviluppa i protagonisti fa ancora più paura.

L’estranea uscirà nei cinema italiani l’8 ottobre distribuito da 01 Distribution.

Sara Boero

PRO CONTRO
  • Il meraviglioso diavolo tentatore interpretato da Valeria Bruni Tedeschi.
  • Un soggetto solido, che affronta una riflessione profonda sul tema della genitorialità.
  • Alcune sbavature nei dialoghi e nella messa in scena.
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