Clayface, la recensione

Quando James Gunn ha assunto la guida dei DC Studios, una delle promesse più interessanti riguardava la volontà di costruire un universo cinematografico nel quale ogni film potesse possedere una propria identità, senza dover necessariamente sottostare a una formula prestabilita. Una dichiarazione d’intenti che Clayface sembra prendere terribilmente sul serio. Perché quello diretto da James Watkins non è un cinecomic con qualche suggestione horror, né un film di supereroi che occasionalmente si concede una scena raccapricciante: è un horror puro, esplicito e tragico, che utilizza un personaggio della DC Comics per raccontare una storia di ossessione e perdita dell’identità. Un’operazione praticamente senza precedenti nel panorama mainstream contemporaneo, tanto coraggiosa quanto potenzialmente controproducente sul piano commerciale. Perché chi entrerà in sala aspettandosi il consueto intrattenimento supereroistico potrebbe uscirne profondamente turbato.

Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un giovane attore originario di Gotham City che è riuscito a conquistare Hollywood, arrivando persino a ottenere una candidatura all’Oscar. Ma la sua promettente carriera viene brutalmente interrotta quando un boss criminale, Markos Szabo (David Dencik), lo sfigura durante una violenta aggressione. Abbandonato da un’industria che sembra aver dimenticato il suo talento non appena ha perso la propria bellezza, Matt si affida alla dottoressa Caitlyn Corr (Naomi Ackie), impegnata nello sviluppo di un rivoluzionario trattamento basato sulle nanotecnologie. L’esperimento riesce a restituirgli il volto perduto, ma provoca anche imprevedibili mutazioni nel suo organismo, permettendogli di modificare la propria fisionomia e trascinandolo progressivamente verso una spirale di autodistruzione.

Clayface è uno degli antagonisti storici di Batman, benché certamente meno popolare di Joker, Pinguino o Due Facce. Apparso per la prima volta nel 1940 sulle pagine di Detective Comics n. 40, nella sua incarnazione originale era Basil Karlo, un attore cinematografico trasformatosi in assassino. Il nome Matt Hagen appartiene invece al secondo Clayface, introdotto nel 1961, al quale vennero attribuite le caratteristiche capacità mutaforma. Ma è soprattutto grazie alla splendida serie animata di Batman dei primi anni Novanta che il personaggio ha conquistato una propria identità iconografica, attraverso una rilettura tragica che già fondeva elementi delle differenti versioni fumettistiche. Il film di Watkins segue una strada analoga: conserva il nome del secondo Clayface, recupera la professione del primo e ne aggiorna la genesi attraverso il progresso tecnologico, sostituendo gli espedienti fantascientifici originali con una sperimentazione medica dalle conseguenze incontrollabili.

La scelta di affidare il progetto a James Watkins si rivela particolarmente felice. Già autore del disturbante Eden Lake, dello spettrale The Woman in Black e del remake americano di Speak No Evil, il regista britannico ha dimostrato di saper lavorare sull’orrore senza necessariamente cercare la complicità dello spettatore, anzi variando dall’atmosfera allo splatter con una certa disinvoltura. Partendo da un soggetto di Mike Flanagan, successivamente sviluppato in sceneggiatura con Hossein Amini, Watkins costruisce un racconto nel quale la mostruosità fisica diventa l’espressione di una tragedia profondamente umana. Matt è un uomo che ha costruito la propria esistenza intorno alla capacità di interpretare qualcun altro e che, improvvisamente, non riesce più nemmeno a riconoscere se stesso. La recitazione, cinematografica e teatrale, diventa così il contesto ideale per affrontare il tema dell’identità, mentre Hollywood emerge come un ambiente spietato, pronto a scartare un artista nel momento in cui il suo aspetto non risponde più alle aspettative del mercato.

Il riferimento cinematografico più evidente è Darkman, il magnifico cult diretto da Sam Raimi nel 1990, omaggiato anche esplicitamente. Le analogie narrative sono numerose: un uomo brutalmente sfigurato, un trattamento sperimentale, la possibilità di assumere altre sembianze e una vendetta che finisce per consumare ciò che rimane della sua umanità. Ma è soprattutto il tema della perdita dell’identità ad accomunare le due opere. Se possiamo indossare qualsiasi volto, cosa rimane realmente di noi? E quanto della nostra personalità dipende dallo sguardo degli altri? È curioso, inoltre, che Raimi avesse realizzato con Darkman un film che sembrava tratto da un fumetto pur essendo una creazione originale, mentre Watkins compie il percorso inverso, prendendo un personaggio dei comics per costruire un horror che sembra voler dimenticare completamente la propria appartenenza a un universo supereroistico.

Il risultato è un body horror che non risparmia allo spettatore mutilazioni, deformazioni e trasformazioni raccapriccianti. Il corpo di Matt diventa materia instabile, un involucro incapace di conservare una forma definitiva, e il film insiste sulla dimensione dolorosa e ripugnante di questa metamorfosi. Impossibile non pensare anche al recente The Substance, soprattutto per il legame tra deterioramento fisico, ossessione per la bellezza e crudeltà dell’industria dello spettacolo. Certo, non tutti gli effetti speciali risultano ugualmente convincenti e alcune soluzioni digitali sembrano curiosamente datate, ma la generosità con cui Watkins abbraccia l’orrore corporeo è encomiabile.

A sostenere il film contribuisce soprattutto Tom Rhys Harries, eccellente nel restituire la progressiva disgregazione psicologica del protagonista. Il suo Matt non è un mostro nato, ma un uomo ferito che finisce per diventare prigioniero della propria rabbia, rendendo la sua trasformazione tanto spaventosa quanto dolorosa. Molto buona anche Naomi Ackie, che conferisce alla dottoressa Corr una credibile dimensione umana, mentre David Dencik, Max Minghella ed Eddie Marsan completano efficacemente un cast ben assortito.

Qualche problema emerge invece nella parte centrale, quando il racconto tende a diventare eccessivamente ripetitivo e la progressione della tragedia perde parte della propria incisività. Una maggiore asciuttezza avrebbe certamente giovato al risultato: dieci o quindici minuti in meno, recuperando proprio quella sintesi narrativa tipica dei B-movie ai quali il film guarda apertamente, avrebbero probabilmente reso l’esperienza ancora più efficace.

Rimane comunque un’operazione sorprendente, soprattutto per ciò che rappresenta all’interno del cinema mainstream. Clayface è una origin story che non cerca di preparare il terreno a un futuro scontro con Batman, né di rendere il proprio mostro simpatico o commerciabile. Preferisce raccontare la nascita di un villain attraverso una tragedia umana e un body horror senza compromessi, accettando persino il rischio di allontanare una parte del pubblico abituale dei cinecomic. E forse è proprio questa la dimostrazione più convincente che la promessa di Gunn può funzionare: per dare un volto nuovo al cinema supereroistico, qualche volta bisogna avere il coraggio di strapparglielo via.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un horror autentico e coraggioso all’interno del panorama cinecomic mainstream.
  • Tom Rhys Harries è eccellente nel restituire la tragedia del protagonista.
  • L’interessante riflessione sull’identità, tra Darkman e The Substance.
  • La parte centrale soffre di una certa staticità.
  • Alcuni effetti speciali risultano poco convincenti.
  • Una durata leggermente inferiore avrebbe sicuramente giovato al ritmo.
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