Animals, la recensione del thriller di Ben Affleck

“Gli esseri umani sono animali che raccontano storie”. È questa la frase pronunciata dall’enigmatico personaggio interpretato da Gillian Anderson, una delle protagoniste di Animals, l’ultimo film diretto da Ben Affleck, che sembra racchiuderne l’essenza. Il regista di Argo firma un’opera dalla sensibilità postmoderna, in cui emerge proprio il piacere del racconto: una storia che si nutre di citazioni, si riappropria dei modelli del passato e li rielabora, tentando di imprimere una visione personale. La sceneggiatura, frutto (inizialmente) della storica collaborazione tra Ben Affleck e Matt Damon, amici di lunga data e sodali artistici, si ispira apertamente, ma senza troppa deferenza, a uno dei capisaldi del cinema mondiale, Anatomia di un rapimento di Akira Kurosawa. A completare il quadro, un cast corale che, accanto allo stesso Affleck, vede la presenza di Kerry Washington, la già citata Gillian Anderson, Steven Yeun e Adriana Paz.

La storia ruota attorno a Mark Kimball, candidato indipendente per la carica di sindaco di Los Angeles. Nel mezzo delle difficoltà legate alla campagna elettorale e al complicato rapporto con la moglie Abigail, una telefonata anonima annuncia il sequestro di suo figlio e impone il pagamento di un riscatto da sette milioni di dollari. Pertanto il protagonista e sua moglie si ritrovano coinvolti in una situazione estremamente delicata che sconvolge gli equilibri delle loro esistenze.

Dopo Air, Ben Affleck ritrova il gusto di raccontare una storia scegliendo di assumere il punto di vista dell’osservatore della realtà politica e sociale americana e di coniugarlo con il genere che più gli è congeniale: il thriller. Una cifra stilistica che accompagna la sua carriera da regista sin dagli esordi con Gone Baby Gone – oltretutto anch’esso incentrato su un rapimento – fino al successivo The Town. Con Animals, Affleck torna, dunque, a confrontarsi con un territorio narrativo a lui familiare, ma lo fa attraverso un riferimento cinematografico di grande peso, appunto Anatomia di un rapimento. Un modello che, peraltro, Spike Lee aveva già rielaborato di recente in Highest 2 Lowest, rendendo inevitabile il confronto tra le due opere e collocando Affleck in una posizione tutt’altro che semplice. Il regista riesce a uscire da questa impasse con un semplice paradosso: non cercare di imporsi sul piano autoriale, ma rimanere fedele al proprio modo di fare cinema.

Animals mette al centro del racconto i rapporti familiari, confermando un interesse che attraversa da sempre il cinema di Ben Affleck. Dai sobborghi di Boston di Gone Baby Gone ai quartieri segnati dal proibizionismo di La legge della notte, la famiglia rappresenta uno dei nuclei tematici privilegiati del suo cinema, il punto di partenza attraverso cui indagare le contraddizioni dell’individuo e della società. In Animals, questo interesse si sviluppa all’interno di un impianto quasi teatrale, soprattutto nella prima parte del film, in cui la sceneggiatura riesce a costruire tensione e inquietudine nonostante gran parte degli eventi si svolga tra le mura domestiche. È proprio a partire dalla dimensione familiare che Affleck allarga progressivamente lo sguardo alla realtà circostante: la famiglia diventa così uno specchio delle dinamiche sociali e politiche americane, un microcosmo in cui si riflettono conflitti, fragilità e contraddizioni dell’intera collettività.

Tornando al discorso dell’ingombrante eredità del maestro giapponese, Affleck riesce a trovare una propria strada soprattutto nel finale, che riafferma le sue qualità dietro la macchina da presa attraverso una resa dei conti efficace, dai contorni quasi neo-western. È qui che emerge con maggiore evidenza la sua capacità di orchestrare lo spazio e governare la tensione, lavorando sulla precisione delle inquadrature e sulla gestione dei tempi. Anche un semplice campo lungo, apparentemente privo di particolari ambizioni formali, diventa uno strumento attraverso cui alimentare l’attesa e accrescere il senso di minaccia. Il regista dimostra così di saper tenere lo spettatore con il fiato sospeso, affidandosi non tanto a un’esibizione virtuosistica, quanto a un controllo rigoroso della messa in scena, in cui ogni scelta visiva contribuisce ad accrescere la tensione fino alla resa dei conti.

Animals, pur non avendo uno sguardo pervasivo e analitico della realtà circostante, come il cinema americano d’inchiesta degli anni Settanta, affronta, a modo suo, le storture del mondo politico, i meccanismi che alimentano la creazione della post-verità e riapre la ferita nella società statunitense, figlia di bugie e compromessi. Affleck inserisce queste contraddizioni in un avvincente thriller familiare, oltretutto trattando la questione messicana con un interessante gioco di specchi tra le coppie di genitori, e riaffermando la propria abilità nel raccontare una storia attraverso una visione personale.

Luca de Pascale

PRO CONTRO
  • La resa dei conti finale è sapientemente orchestrata.
  • Dayle, il personaggio interpretato da Gillian Anderson, un ispirato omaggio al Mr. Wolf di Pulp Fiction.
  • Chi cerca il confronto con Anatomia di un rapimento potrebbe rimanere deluso.
  • Kerry Washington, la moglie di Affleck, appare poco naturale in alcune sequenze.
VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: 0 (da 0 voti)
Animals, la recensione del thriller di Ben Affleck, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.