La valle dei sorrisi, la recensione
Era il 2021 quando usciva su Netflix, senza troppi squilli di tromba, A Classic Horror Story, un film di paura made in Italy il cui grande merito non fu soltanto quello di essere molto ben fatto, ma soprattutto di aver portato una ventata d’aria fresca nel cinema dell’orrore nostrano, ormai appiattito. Un’opera dal respiro internazionale, capace di giocare con gli stilemi del genere contemporaneo.
Alla regia vi erano Roberto De Feo (già autore del meritevole The Nest) e Paolo Strippoli, che successivamente si è imposto anche in solitaria come autore interessante e ricco di idee, come dimostrato nel successivo lavoro Piove. Un lavoro, quest’ultimo, che ha evidenziato come il regista pugliese sia abile a prendere a pretesto l’horror e metterlo al servizio di una più ampia riflessione sull’animo umano e sulla società contemporanea.
Caratteristiche e tematiche che ritornano, seppur in forma leggermente diversa, nel suo nuovo lavoro dal titolo La Valle dei Sorrisi nel quale l’autore racconta una storia che parla del dolore, dell’elaborazione del lutto e dell’idea di una felicità frutto di una suggestione collettiva e della necessità di credere in qualcosa a cui appigliarsi nei momenti difficili. Un film, dunque, solo in apparenza horror, ma che col passare dei minuti avvolge lo spettatore in un dramma personale e universale nel quale tutti i personaggi portano dentro di loro un demone da esorcizzare.
Sergio, ex campione di judo, giunge a Remis, tranquillo paese di montagna, per lavorare come supplente di educazione fisica in una scuola. L’uomo, scosso da un passato traumatico e luttuoso, si trova di fronte ad una comunità, anch’essa scossa da un disastro ferroviario, la cui felicità di facciata nasconde un terribile rito collettivo: una notte a settimana i cittadini si radunano per andare ad abbracciare Matteo, un adolescente dalla personalità diversa dalla norma e assunto a santone da venerare. Sergio e Matteo stringeranno un legame di amicizia e complicità molto intenso che sconvolgerà gli equilibri del tranquillo paesino della vallata.
Cosa siamo disposti a fare per essere felici? È meglio affrontare i propri fantasmi o aggrapparsi a un idolo da adorare nella speranza che si faccia carico del nostro dolore? Sono solo alcune delle domande che restano dentro dopo la visione di un film il cui obiettivo principale non è spaventare grazie ai soliti trucchetti del genere, ma di lasciare un profondo senso di inquietudine e malessere in chi guarda proprio grazie a questi interrogativi che non trovano risposta esaustiva. Non è un caso, dunque, che tutti i personaggi de La Valle dei Sorrisi siano tormentati dal passato, segnati da lutti e da una guerra interiore fra ciò che vorrebbero essere e quello che si ritrovano costretti a rappresentare per gli altri. Destino condiviso da Sergio (Michele Riondino), ex campione di judo che viene accolto tra mille feste e spinto dalla comunità a recitare la parte della star, e da Matteo (l’ottimo Giulio Feltri), la cui “diversità” contrasta con l’idea di figura salvifica conferitagli da Remis, paese tanto tranquillo quanto irrequieto e inquietante. Strippoli insiste sul tema del doppio, delle apparenze e del percorso interiore per ritrovare sé stessi, combattendo i fantasmi interiori.
Tormenti universali che il regista è molto bravo a descrivere grazie ad una sceneggiatura attenta nel caratterizzare sia i protagonisti che i personaggi secondari, ma pur sempre centrali, i quali incarnano al meglio le contraddizioni di un paese di vallata mai più ripresosi dalla tragedia ferroviaria e in preda agli effetti collaterali di una fede irrazionale e dannosa. Tra questi vi è Michela (Romana Maggiora Vergano), giovane barista, la cui velleità di trasferirsi e farsi una vita si scontrano con questa forza irrefrenabile che il paese e la sua maledizione esercitano sugli abitanti per trattenerli.
Il film, nonostante un plot che non brilla per ritmi pimpanti e poco attraente per un pubblico vasto e variegato, non dimentica la sua origine horror, ma anche sotto questo punto di vista le incursioni orrorifiche di Strippoli non sono mai sguaiate e fine a se stesse, anzi sono sempre funzionali e aderenti al racconto e alle tematiche affrontate.
La Valle dei Sorrisi, in conclusione, è l’ennesimo piccolo gioiello di Paolo Strippoli, regista ancora troppo poco apprezzato, il cui grande obiettivo è quello di elevare e rinnovare la scena horror italiana contemporanea.
Vincenzo de Divitiis
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