Pitfall, la recensione
Da bambini, i nostri genitori e spesso i nonni ci allietano con fiabe ambientate nel bosco, locus amoenus per eccellenza e simbolo di un mondo incantato che, più per convenzione che per convinzione, fa da sfondo alla nostra infanzia. Crescendo, però, questo ritratto immaginario tende a sgretolarsi, soprattutto quando alcuni di noi scoprono il fascino irresistibile dell’horror. Innumerevoli racconti e film del terrore hanno infatti trasformato il bosco in qualcosa di radicalmente diverso: la sua fitta rete di alberi e cespugli diventa un’allegoria delle zone più oscure della mente umana, popolata da streghe, fantasmi e spietati killer mascherati. È qui che si innesca il più classico dei meccanismi del gatto col topo, una formula vincente che ha dato vita a un numero sterminato di film – dal recente In a Violent Nature al classico The Blair Witch Project – e che continua ad appassionare gli spettatori di ogni epoca, terrorizzati dalla capacità del bosco di celare minacce, trappole e paure capaci di lasciare il segno.
Ad avvalorare e rinvigorire, o quantomeno a provarci, questa tradizione ci pensa James Kondelik che con il suo nuovo lavoro, dal titolo Pitfall, racconta ancora una volta di come il bosco possa diventare teatro di terrore e morte. Peccato però che il film del regista statunitense si riveli un’occasione persa in quanto le buone premesse e l’apprezzabile veste visiva, lasciano ben presto spazio ad una storia fin troppo elaborata, ricca di spunti poco approfonditi e alla lunga inconcludente. Insomma, tutto molto bello fino a quando si tratta della componente puramente horror, molto meno quando Kondelik cerca di strafare e dare profondità emotiva alla storia.
Cinque amici decidono di intraprendere una gita in un bosco sperduto, ognuno con l’obiettivo di mettersi alle spalle traumi e una condizione psicologica difficile: due fratelli che hanno perso da poco i genitori in un incidente stradale causato da un cervo e due coppie in crisi. La location sembra la più adatta per superare le rispettive difficoltà e ritrovare serenità, se non fosse per il fatto che il bosco è pieno di trappole per animali disseminate da un sanguinario killer che da tempo uccide in maniera spietata chiunque passi da quelle parti. È proprio uno dei cinque ragazzi a finire in una di queste trappole, dando inizio ad un incubo nel quale le minacce per il giovane uomo saranno due: il killer e propri fantasmi del passato.
Kondelik, come dimostra il suo curriculum, è un autore che si trova decisamente a suo agio col cinema horror, e di genere in senso assoluto, e questa sua dimestichezza con gli stilemi del filone viene fuori fin dalle prime battute, grazie allo spunto narrativo piuttosto lineare e codificato. Pitfall, infatti, presenta tutti gli ingredienti utili ad infondere grande tensione e suspense: un gruppo di amici isolati, un killer spietato e un alto tasso di violenza che è davvero un toccasana per gli appassionati del genere. La prima parte del film, dunque, regge molto bene proprio grazie alla presenza di tanti momenti splatter, omicidi efferati realizzati con ottimi effetti speciali e un’ambientazione che fa da sfondo ideale per le torture ideate dal cattivo di turno. Apprezzabile anche l’inserimento di flashback e storie parallele che contribuiscono ad accrescere quel senso di claustrofobia e accerchiamento tipiche di film del genere e capaci di tenere lo spettatore incollato allo schermo.
Il problema è che le buone potenzialità vengono progressivamente sciupate per via di una sceneggiatura, a cura di Victor Rose, pasticciata e sbrigativa nell’analizzare i rapporti tra i protagonisti, le loro paure e i traumi che vengono esposti attraverso dialoghi piatti, banali e buttati lì tanto per riempire silenzi. Difetti che concorrono a rendere la storia sempre meno interessante e far calare l’interesse anche verso un intreccio che sacrifica l’elemento horror a favore della componente psicologica, senza però avere una solida base di scrittura su cui poggiarsi.
Il grande punto debole di Pitafll, dunque, è quello di voler strafare, di essere ciò che non è per cercare una dimensione diversa, quasi come se essere un film del terrore di puro intrattenimento fosse una diminutio agli occhi del pubblico e della critica, forse troppo “imborghesita” dai cosiddetti elevated horror.
Un’occasione davvero persa per Kondelik, che resta così a metà del guado: non riesce a soddisfare nessuna fetta di pubblico e getta alle ortiche una buona idea di partenza, sorretta da un’ottima padronanza e tecnica registica.
Vincenzo de Divitiis
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