Venezia 83. Father Joe, la recensione
Nella Little Italy degli anni Novanta, pervasa da delinquenza, droga e prostituzione, Padre Joe (Kiefer Sutherland) combatte la criminalità a suon di pugni e sparatorie. I suoi metodi anticonvenzionali attirano l’attenzione del Boss di tutti i boss (Al Pacino), che assiste alla caduta dei suoi gregari e decide di prendere la situazione nelle sue mani.
Presentato fuori concorso in premiere di mezzanotte alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Father Joe è un film che su carta promette divertimento di qualità assicurato, ma come sempre, meglio stare attenti quando si accendono troppe speranze.
Scritto da Luc Besson e diretto dal quasi esordiente Barthélémy Grossmann (all’attivo qualche titolo per la tv francese), la vicenda si snoda in una Manhattan da gangster movie, che conserva tutto il sapore di quella “italoamericanità” fatta di luoghi comuni, pasta, pizza e offerte che non si possono rifiutare.
Padre Joe è un reduce del Vietnam, che dopo la morte della figlia per overdose si converte, iniziando la sua personale crociata contro gli spacciatori, con un solo comandamento: “non venderai droga ai ragazzi sotto i 21 anni”, perché non tutti si possono salvare, ma almeno i ragazzini sì.
Supportato da un entourage di chierichetti e sacrestani da assalto, addestrati meglio dell’MI6, con tanto di base segreta, congegni e armeria attrezzata, durante la settimana fa saltare in aria cervella e laboratori illegali e la domenica a messa fa la predica e dispensa l’antidoto al veleno iniettato personalmente ai peggiori criminali della zona.
Kiefer Sutherland si muove disinvolto in un misto tra un prete e un pistolero del far west, con tanto di lungo spolverino nero e giubbetto antiproiettile ornato da un quantitativo di pistole che non siamo riusciti a contare con precisione (forse sei, forse otto, sicuramente molte).
Le sue notti sono perseguitate da incubi notturni della vita precedente, mostrati attraverso flash veloci con la saturazione virata al massimo e distorsioni video e sonore, che sembrano uscite direttamente da un film della The Asylum (uno dei peggiori).
L’idea alla base di Father Joe è promettente, il cast scelto a dir poco perfetto e alcune trovate davvero esilaranti: una su tutte l’improbabile quanto provvidenziale alleanza con le comunità musulmana ed ebraica del quartiere, il cui intervento dà vita a una divertente sequenza d’azione finale.
Purtroppo la buona idea di fondo non basta e ci troviamo davanti a un prodotto riuscito solo a metà, più negli intenti che nei fatti. Pecca di una scrittura debole, che sembra a tratti volersi prendere quasi sul serio, una parte centrale praticamente inesistente e un finale action forse un po’ troppo ripetitivo.
L’interpretazione di Al Pacino come Boss sarebbe azzeccata, ma allo “scontro ideologico” tra i due, che emerge chiaramente in due momenti di confronto dal sapore quasi teatrale, viene dato poco spazio. Insapore anche l’inserimento del personaggio di Felicity (Ever Anderson), quota femminile del film con cui Joe sviluppa in breve un rapporto quasi paterno, la cui conversione alla causa del Padre avviene in modo talmente repentino da risultare forzata.
In conclusione, Father Joe si presenta squilibrato nei contenuti e ripetitivo. Un peccato, perché l’idea di fondo era divertente e gli interpreti avrebbero reso il giusto servizio a una sceneggiatura più curata.
Susanna Norbiato
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