Venezia 83. Company, la recensione

Tre storie incastrate a scatole cinesi, che si fondono in un racconto gotico ambizioso sulla vendetta e sui modi diversi per elaborare il dolore: Company, presentato in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, è la terza prova alla regia di Casey Affleck, dopo I’m Still Here e Light of My Life.

In una piovosa notte d’inverno, negli anni Settanta, una donna dall’aria enigmatica bussa alla porta di una casa dove si sta svolgendo una festa: sembra aver sbagliato indirizzo e viene comunque invitata a entrare. Inizia a intrattenere gli ospiti raccontando una storia dai contorni molto simili: un’altra donna, in un’epoca precedente, viene soccorsa nella neve e accolta nel capanno di un uomo di nome Tom.

Anche questa seconda figura femminile ha una storia in serbo per Tom: quella di un ragazzo salvato in circostanze analoghe da una coppia di coniugi, che vivono in una fattoria in una zona isolata dove si stanno consumando delitti efferati e stragi di bestiame.

I tre racconti a matrioska intorno al caminetto progressivamente svelano punti in comune, confluendo in un’unica storia lunga secoli. Affleck usa il sempreverde mito del vampiro al servizio di una narrazione che riflette sull’abuso, l’isolamento, l’ingiustizia e la ricerca di modi non violenti per elaborare la sofferenza.

Al cuore c’è il percorso di crescita di un vampiro rimasto adolescente, arrabbiato con il mondo intero per la sorte che gli è toccata e i lutti affrontati nella sua lunga vita. A fargli da guida, la figura di un’altra immortale più antica, che ha già attraversato il dolore del ragazzo e prova ad aiutarlo a entrare in una fase risolta (e “vegetariana”…) della sua esistenza.

Nonostante il soggetto affascinante e l’ambizioso ingranaggio narrativo concentrico, Company fatica a dire qualcosa di nuovo, confrontandosi con altri lavori più efficaci che hanno traghettato sapientemente il vampiro nel cinema d’autore contemporaneo – come I peccatori di Ryan Coogler (2025) o i cannibali vampireschi di Guadagnino in Bones and All (2022), anch’essi parte di un racconto di formazione.

Il risultato è una storia giocata sull’oralità a incastro che sembra prendersi i suoi tempi, nonostante la brevità del film: si mantiene piacevole ma non decolla. Le rivelazioni finali non sorprendono lo spettatore, che riesce a incanalarsi nelle emozioni dei personaggi in pochissimi momenti e che inciampa in passaggi di scrittura incerti – come il flashback dell’orologio da taschino.

Company risulta più interessante sul piano visivo: le figure vestite di nero degli immortali nei paesaggi innevati, alla ricerca di rifugi in cui, come da tradizione, devono essere invitati a entrare, hanno il loro fascino. Così come il personaggio dell’eremita, interpretato da Nick Nolte, che offre di riflesso una chiave di lettura sull’autoisolamento; un contrappunto rispetto all’esistenza involontariamente emarginata del vampiro.

Forse la prova meno riuscita del Casey Affleck regista, che conclude però una trilogia involontaria ma a suo modo coerente: un mockumentary sul rifiuto dell’amore, un survival-movie sulla massima espressione di amore, e oggi un film che racconta come l’amore possa aiutare a pacificare il prossimo rispetto al proprio destino.

«Mi stai invitando a guardare il lato positivo?», chiede il giovane vampiro alla donna che lo ha preso sotto la sua ala. Forse è proprio questo l’obiettivo di Company: offrire una riflessione sul potere salvifico del contatto e della condivisione.

Sara Boero

PRO CONTRO
  • Un bel soggetto.
  • Una struttura narrativa interessante.
  • Personaggi poco coinvolgenti sul piano emotivo.
  • Sceneggiatura che non decolla.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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