Archivio tag: mostra del cinema di venezia 2025
Mio fratello è un vichingo (The Last Viking), la recensione della dramedy con Mads Mikkelsen
Drammatico. Dannatamente drammatico. Eppure, divertente da matti. Questa è la descrizione più autentica che si può fare di Mio fratello è un vichingo (The Last Viking), un film di produzione danese diretto da Anders Thomas Jensen, noto anche per il suo lavoro come sceneggiatore per la regista Susanne Bier e molti altri.
Difficile è invece incasellare questo film in un “genere” e persino raccontarne la trama senza rivelare troppo e riuscendo a restituire il tono generale. Ci provo: il burbero Anker (Nikolaj Lie Kaas), dopo aver rapinato una banca, corre dal fratello Manfred (Mads Mikkelsen) affinché gli dia una mano a nascondere la refurtiva prima che lo prendano. Manfred è un uomo-bambino, affetto da disturbi della personalità che lo portano per esempio a credersi un vero vichingo, ma dannatamente risoluto e che si butterebbe nel fuoco (letteralmente) per il fratello, con cui è vissuto in simbiosi fin dall’infanzia. Anker sa almeno di potersi fidare ciecamente di lui.
Il mago del Cremlino – Le origini di Putin, la recensione
Una produzione francese in lingua inglese tratta dal romanzo di un autore italiano che parla della storia contemporanea russa. In due parole, Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è il “film su Putin”, così come è stato più mediaticamente promosso, che qua ha il corpo e il volto imprevedibile di Jude Law: la magia è resa possibile sia dall’interpretazione che dal trucco, che restituisce un Putin forse non veramente somigliante ma convincente.
Non è, però, lui il protagonista della narrazione, come saprà già chi avesse letto il romanzo omonimo del 2022 di Giuliano da Empoli: la storia è narrata dal punto di vista di un personaggio semi-immaginario, Vadim Baranov (Paul Dano), il “Mago del Cremlino”, passato dal lavorare nel mondo dei primi reality show a diventare il consulente personale del futuro presidente/zar, dapprima riluttante poi con sempre minori scrupoli, nonostante la relazione con l’affascinante Ksenija (Alicia Vikander) lo costringa a riconsiderare le sue priorità.
La valle dei sorrisi, la recensione
Era il 2021 quando usciva su Netflix, senza troppi squilli di tromba, A Classic Horror Story, un film di paura made in Italy il cui grande merito non fu soltanto quello di essere molto ben fatto, ma soprattutto di aver portato una ventata d’aria fresca nel cinema dell’orrore nostrano, ormai appiattito. Un’opera dal respiro internazionale, capace di giocare con gli stilemi del genere contemporaneo.
Alla regia vi erano Roberto De Feo (già autore del meritevole The Nest) e Paolo Strippoli, che successivamente si è imposto anche in solitaria come autore interessante e ricco di idee, come dimostrato nel successivo lavoro Piove. Un lavoro, quest’ultimo, che ha evidenziato come il regista pugliese sia abile a prendere a pretesto l’horror e metterlo al servizio di una più ampia riflessione sull’animo umano e sulla società contemporanea.
La Grazia, la recensione del film di Paolo Sorrentino
Il cinema di Paolo Sorrentino si esprime attraverso allusioni (e illusioni) in cui alcuni trovano un significato profondo e altri un altrettanto profondo vuoto. Se i due film precedenti del regista napoletano si ritrovano quasi agli opposti, tra il registro biografico che lascia sullo sfondo l’iconografia ormai cifra stilistica (a tratti autoparodizzata) di È stata la mano di Dio al simbolismo opulento di Parthenope che copre qualsiasi personaggio e stralcio di narrazione, La Grazia, film di apertura di Venezia 82, presenta un ritorno a temi più vicini al Sorrentino politico de Il Divo e Loro, ma con un approccio differente.
The Smashing Machine, la recensione dello sport drama con Dwayne Johnson
In uno dei piano sequenza più famosi della storia, Martin Scorsese segue l’entrata sul ring di Jake LaMotta (Robert De Niro), protagonista di Toro Scatenato, mostrandoci la concentrazione e la carica del pugile che sale sul ring, galvanizzato dall’euforia della folla. In The Smashing Machine, Benny Safdie segue con un piano sequenza l’uscita dal ring di Mark Kerr (Dwayne Johnson), esperto in lotta libera e wrestler americano che ha per la prima volta imparato il significato della sconfitta, svelandoci, in un percorso inverso rispetto a quello di Jake dal ring allo spogliatoio, la sua reazione, fino a quel momento inimmaginabile.
Il Maestro, la recensione
Il nuovo lavoro di Andrea Di Stefano, Il Maestro, presentato fuori concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è una bella sorpresa. Una commedia di formazione dolceamara capace di divertire prendendo direzioni inaspettate.
Siamo alla fine degli anni Ottanta: il tredicenne Felice, promettente tennista in erba, si è qualificato molto bene ai tornei regionali e il padre pensa sia pronto a fare il grande passo, affacciandosi alle competizioni nazionali. Convinto che il figlio abbia la stoffa per diventare un campione, il papà di Felice lo sottopone a un programma di allenamento rigoroso e impone a tutta la famiglia dei sacrifici per facilitare la carriera sportiva del ragazzo. Rinunciano addirittura alle vacanze estive per pagare un coach che possa accompagnare Felice ai tornei nazionali: la speranza è che il ragazzo possa fare l’ambito salto di qualità e la scelta ricade sull’ex tennista Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), arrivato agli ottavi di finale negli Internazionali d’Italia.
Bugonia, la recensione del folle film post-verità di Yorgos Lanthimos
Tutto inizia con qualcosa di magnifico. Il mondo delle api è magnifico. Intense lavoratrici, attraverso l’impollinazione rendono possibile la vita in un’organizzazione perfetta attorno alla loro regina. Le immagini ingrandite e colorate di api e fiori sono accompagnate da una trionfante colonna sonora che ne sottolinea la grandezza, che però diventa sempre più dissonante e stonata via via che si introduce in questo mondo perfetto un nuovo elemento: gli esseri umani. Il mondo degli umani attraverso il continuo processo di industrializzazione ed inquinamento sta portando le api alla morte e all’abbandono delle proprie colonie.
Frankenstein di Guillermo Del Toro, il mito del nuovo Prometeo riletto ai tempi della A.I.
C’è una citazione celebre sul romanzo gotico di Mary Shelley che ci ricorda come: “La conoscenza è sapere che Frankenstein non è il mostro. La saggezza è sapere che Frankenstein è il mostro.”
Ecco, è a questo esatto nodo centrale che gravita attorno il nuovo adattamento di Guillermo Del Toro di un classico della letteratura così iconico dall’essere stato riproposto in mille forme diverse al punto tale che, a volte, a malapena ci ricordiamo quale sia la vera storia: è più facile pensare al buffo mostro dei costumi di Halloween, più che all’intelligentissimo, forbito e doloroso uomo artificiale nato dalla penna di Mary Shelley.
Guillermo Del Toro ci vuole riportare proprio a quella, invece, con fedeltà soprattutto spirituale, ma non solo. La storia di Victor Frankenstein e della sua “Creatura” senza nome è assurta a un livello di archetipo tale che sembra quasi un’urgenza ripeterla, ribadire ancora una volta nel XXI secolo quel memento antico quanto la nostra specie: non giocare a fare Dio.
After the Hunt di Luca Guadagnino, uno scontro generazionale sul politicamente corretto
Un’eminente professoressa di Yale, Alma (Julia Roberts), che il film ci presenta come dotata di un grande carisma naturale, è circondata di una corte di seguaci adoranti: quando però il suo protetto, il giovane professore Hank (Andrew Garfield) viene accusato di molestie da una delle più ferventi ammiratrici di Alma tra le studentesse, Maggie (Ayo Edebiri), Alma dovrà fare i conti col suo passato, le contraddizioni del proprio mondo e le ombre delle sue buone intenzioni.
Non è semplice tenere dietro alla produzione del regista Luca Guadagnino, molto amato da Hollywood e negli ultimi anni prolificissimo: se proprio si deve trovare un filo rosso nei suoi film, è sicuramente il tema della feralità animale dei rapporti umani, a volte persino spietata, che si cela dietro facciate convenienti e immacolate.
La voce di Hind Rajab, la recensione del Lone d’Argento a Venezia 82
Una bambina terrorizzata nascosta in un’auto, circondata dagli spari, e una squadra di soccorritori che si mobilitano per cercare di salvarla da quell’inferno: purtroppo non è la trama di un action movie americano. È la realtà presente nella striscia di Gaza. Una realtà che la regista tunisina Kaouther Ben Hania racconta in The Voice of Hind Rajab (La voce di Hind Rajab), presentato in concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Siamo nel gennaio 2024. La Mezzaluna Rossa Palestinese riceve una chiamata d’emergenza con una richiesta di soccorso nella parte nord di Gaza: proviene da un’auto di civili contro cui l’esercito israeliano ha aperto il fuoco. Dentro la macchina, tra i cadaveri dei suoi famigliari, resta in vita solo una bambina di sei anni, Hind Rajab.









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