La voce di Hind Rajab, la recensione del Lone d’Argento a Venezia 82

Una bambina terrorizzata nascosta in un’auto, circondata dagli spari, e una squadra di soccorritori che si mobilitano per cercare di salvarla da quell’inferno: purtroppo non è la trama di un action movie americano. È la realtà presente nella striscia di Gaza. Una realtà che la regista tunisina Kaouther Ben Hania racconta in The Voice of Hind Rajab (La voce di Hind Rajab), presentato in concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Siamo nel gennaio 2024. La Mezzaluna Rossa Palestinese riceve una chiamata d’emergenza con una richiesta di soccorso nella parte nord di Gaza: proviene da un’auto di civili contro cui l’esercito israeliano ha aperto il fuoco. Dentro la macchina, tra i cadaveri dei suoi famigliari, resta in vita solo una bambina di sei anni, Hind Rajab.

I volontari della Mezzaluna Rossa rimangono al telefono a rassicurare la bambina per ore, mentre cercano di coordinare il suo recupero: ad appena otto minuti dal luogo dell’attacco c’è un’ambulanza pronta a partire ma prima bisogna ottenere insieme alla Croce Rossa la garanzia di un passaggio sicuro per non mettere a rischio l’incolumità dei paramedici.

Quella di Hind Rajab è una storia vera e Kaouther ben Hania lo ricorda più volte allo spettatore, durante i novanta minuti che compongono questo particolarissimo ibrido tra film ispirato a fatti reali e documentario: gli audio che ascoltiamo sono le vere registrazioni raccolte dalla Mezzaluna Rossa e in certi momenti alle scene con gli attori si accavallano filmati reali dei volontari (emblematica, a questo proposito, la bella sequenza della ripresa con lo smartphone – che segue in maniera perfetta la clip originale).

L’intero film è ambientato all’interno del centro operativo della Mezzaluna Rossa e si concentra sui pochi volontari che coordinano le operazioni di soccorso mantenendo il contatto telefonico con la piccola Hind. Kaouther Ben Hania orienta il focus sui suoi personaggi raccontandone la paura, l’angoscia, il senso di impotenza davanti a quella bambina sola, vicina e lontana.

Un dolore sordo reso ancora più soffocante, per lo spettatore, dal mancato cambio di set: The Voice of Hind Rajab è un film consapevolmente straziante, un pugno nello stomaco senza sollievo lungo un’ora e mezza. La violenza non viene mai mostrata ma è sottintesa nei silenzi all’altro capo della cornetta, nella linea interrotta, nelle raffiche di spari che riempiono le pause tra urla e parole. Soprattutto, nella voce rotta di una bambina che ha ancora paura del buio e che chiede di essere tratta in salvo prima del tramonto.

Nella scarna caratterizzazione di un racconto che si sviluppa quasi in tempo reale, emergono in filigrana le differenti personalità dei quattro volontari – due uomini e due donne – che stanno seguendo le operazioni di soccorso di Hind: il coordinatore prudente che non vuole più rischiare di perdere paramedici e insiste per aspettare il via libera. L’operatore che vorrebbe invece incoraggiare l’autista dell’ambulanza a muoversi subito verso l’auto, nonostante la presenza nell’area dell’esercito israeliano. La responsabile apparentemente solida, che dopo ore di dialogo con la bambina avrà un comprensibile crollo emotivo: ognuno ha un suo arco coerente, nonostante il taglio quasi documentaristico.

The Voice of Hind Rajab (vincitore alla Mostra del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria) parla del presente, della tragedia di un genocidio ancora in corso, parla di Gaza. E tocca un’emozione universale: il dolore che si prova quando non si può fare nulla. Il dolore davanti alla banalità del male, un male che si mostra al mondo senza pudore.

La voce di Hind Rajab arriva nei cinema italiani (solo in lingua originale sottotitolato in italiano) dal 25 settembre 2025 distribuito da I Wonder Pictures.

Sara Boero

PRO CONTRO
  • La testimonianza di una storia potente, attuale e importante.
  • La capacità di portare avanti intensità e tensione in un unico ambiente e con pochissimi personaggi.
  • La formula ibrida nella direzione del documentario funziona sullo schermo solo grazie alla potenza emotiva della storia.
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