After the Hunt di Luca Guadagnino, uno scontro generazionale sul politicamente corretto

Un’eminente professoressa di Yale, Alma (Julia Roberts), che il film ci presenta come dotata di un grande carisma naturale, è circondata di una corte di seguaci adoranti: quando però il suo protetto, il giovane professore Hank (Andrew Garfield) viene accusato di molestie da una delle più ferventi ammiratrici di Alma tra le studentesse, Maggie (Ayo Edebiri), Alma dovrà fare i conti col suo passato, le contraddizioni del proprio mondo e le ombre delle sue buone intenzioni.

Non è semplice tenere dietro alla produzione del regista Luca Guadagnino, molto amato da Hollywood e negli ultimi anni prolificissimo: se proprio si deve trovare un filo rosso nei suoi film, è sicuramente il tema della feralità animale dei rapporti umani, a volte persino spietata, che si cela dietro facciate convenienti e immacolate.

Nel caso di After the Hunt sceglie un tema istituzionalizzato da molti anni ormai: lo scontro generazionale tra i progressisti di vecchia data – accusati dai più giovani di aver sì cambiato le cose, ma interiorizzando le regole dello status quo – e i nuovi progressisti del “woke” e del “politicamente corretto”, tacciati invece dai primi di essere troppo sensibili e incapaci ormai di gestire qualunque delusione o sofferenza. Nella fattispecie vediamo in questo caso lo scontro incarnato da due figure femminili: Alma, donna bianca etero cis che ha dovuto lottare con ostinazione e ambizione per raggiungere il suo ruolo da ape regina rompendo il proverbiale soffitto di cristallo, e Maggie, giovane donna nera, omosessuale e fidanzata con un partner non binario, che però è allo stesso tempo figlia di genitori molto ricchi e influenti.

Il film imbocca così un corto circuito morale, e moralistico, che per certi versi ricorda il Tàr di Todd Field con Cate Blanchett: lì si trattava di una delle poche direttrici d’orchestra donna e dichiaratamente omosessuale che veniva accusata di aver commesso molestie verso le sue studentesse nel modo più “patriarcale” possibile. Qua, però, il dilemma è più netto: abbiamo, secondo un modello abbastanza classico, due possibili verità. O la molestia è avvenuta, oppure la ragazza sta mentendo per tornaconto. La società per com’è oggi non è in grado di accettare nessuna sfumatura intermedia a queste due possibilità e le istituzioni chiederanno sempre una sola delle due teste su un piatto. E invece il film nelle intenzioni su carta vuole proprio soffermarsi su queste sfumature, che costringono Alma a guardarsi dentro e ammettere un suo antico senso di colpa.

Come in Chiamami col tuo nome dello stesso regista, il ruolo di Michael Stuhlbarg è qui di nuovo quello del grillo parlante: saggio e osservatore del mondo che lo circonda, con una grande sensibilità che gli consente di essere sempre un passo avanti agli altri. In After the Hunt impersona il marito di Alma, lo psicoterapeuta Frederik, in grado di fare le domande giuste e scomode che gli altri personaggi non hanno il fegato di porre.

Alcune scelte di scrittura dei personaggi non sono state felici anche in altri casi: sarebbe stato più facile capire la reazione incredula e a disagio di Alma nei confronti della storia della molestia, se al pubblico fosse stato dato modo di simpatizzare almeno un poco con le due parti, Hank e Maggie. Che invece rimangono personaggi freddi, respingenti, delle cui sorti qualunque siano finisce per importarci molto poco. Un approccio più umano è forse meno nelle corde del regista, ma in questo caso avrebbe secondo me giovato alla riflessione cui ti vuole portare il film; anche perché, in assenza di scelte simili, After the Hunt si trova spesso costretto a esplicitare quelle riflessioni all’interno dei dialoghi in maniera anche troppo didascalica (es. il personaggio di Andrew Garfield che ha bisogno di una battuta nero su bianco per esprimere il concetto: “sono un uomo bianco eterosessuale, quindi al giorno d’oggi ho torto in automatico”).

Il problema più grosso però che riscontro nel film è che è molto difficile parlare di questi temi, al momento attuale, senza cadere in stereotipi che ci sono familiari persino quando leggiamo un thread di commenti in un social network. Una guerra tra le generazioni e tra i generi che è da anni terreno di dibattito quasi ogni giorno online e sempre con gli stessi termini e argomentazioni, da cui non si sfugge puntualmente nemmeno in questo film. Qualcuno potrebbe addirittura dire che, in chiusura della pellicola, vi è una definizione fin troppo esplicita e prevedibile di chi sia alla fine il “cattivo” della vicenda, negando quindi all’ultimo quella stessa complessità su cui il film era sulla carta stato costruito. After the Hunt non riesce a trovare una strada per affrancarsi dalla realtà di cui facciamo quotidiana esperienza e guidarci verso orizzonti veramente imprevedibili e ignoti.

After the Hunt: Dopo la caccia , presentato all’82^ Mostra del Cinema di Venezia, arriverà nei cinema italiani il 16 ottobre distribuito da Eagle Pictures.

Francesca Bulian

PRO CONTRO
  • Lo scontro generazionale sull’etica di genere.
  • Il cinema vario ma coerente di Guadagnino.
  • La presenza della stella in ascesa Ayo Edebiri, lanciata dalla serie The Bear.
  • Tema inflazionato e già battuto in maniera anche più originale da altri registi.
  • Guadagnino ricade in alcuni suoi schemi ormai prevedibili.
  • Il finale che tira i remi in barca, più che le somme.
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