The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, la recensione del comfort-movie post-apocalittico di Ridley Scott

Ci sono almeno due sicurezze sulle quali lo spettatore può ancora fare affidamento. La prima è il filone post-apocalittico, periodicamente capace di tornare al cinema e in televisione con storie di sopravvivenza, disperazione e rinascita che continuano a esercitare un fascino irresistibile. La seconda è Ridley Scott, che a 88 anni e con una carriera sterminata alle spalle rimane comunque un nome sul quale è difficile non nutrire aspettative, anche quando si confronta con opere meno riuscite. The Dog Stars – Le stelle dopo la fine appartiene esattamente a questa categoria: è l’ennesima storia ambientata dopo la fine del mondo come lo conosciamo e, già leggendo la sinossi, è facile intuire che non ci sarà praticamente nulla di veramente nuovo. Eppure la mano ferma di Scott e il suo talento da narratore sono sufficienti a dare al film quella marcia in più che lo porta a un livello superiore rispetto a molti prodotti analoghi.

In un mondo riconsegnato alla natura dopo che un virus ha spazzato via gran parte dell’umanità, i pochi sopravvissuti vivono isolati, quasi come se fossero tornati indietro nel tempo, dedicandosi all’allevamento, all’agricoltura e alla ricerca di provviste. Hig (Jacob Elordi), ex meccanico e pilota a cui la pandemia ha portato via la giovane moglie, vive in una vecchia rimessa per aerei insieme a Bangley (Josh Brolin), ex marine burbero e armato fino ai denti. I due hanno costruito una sorta di fortino e Hig utilizza il suo piccolo aereo per perlustrare il territorio, alla ricerca di cibo, carburante e soprattutto di eventuali contatti con altri esseri umani. Quando intercetta alla radio un misterioso messaggio proveniente da Grand Junction, decide di seguire quella flebile traccia di civiltà. Un inconveniente durante il volo lo costringe però ad atterrare in una zona boschiva, dove Hig incontra Cima (Margaret Qualley) e suo padre Pops (Guy Pearce). Nel frattempo, bande di predoni invasati si aggirano per il territorio, saccheggiando e distruggendo tutto ciò che incontrano.

Tratto dall’omonimo romanzo post-apocalittico di Peter Heller del 2012, The Dog Stars è quello che potremmo definire un comfort-movie. Ridley Scott accompagna lo spettatore in un territorio narrativo che conosce perfettamente, senza cercare a tutti i costi l’originalità e confezionando un film caldo, piacevole, persino ottimista nonostante la materia trattata.

C’è infatti moltissimo di già visto, a cominciare dall’ambientazione post-pandemica, che inevitabilmente stabilisce un parallelo con il Covid e con quell’esperienza collettiva che, pur appartenendo ormai al passato, continua a riaffiorare nell’immaginario cinematografico e collettivo. Ma soprattutto sono già conosciute le dinamiche che regolano la sopravvivenza: individui costretti all’isolamento che cercano progressivamente di ristabilire rapporti umani e costruire nuove comunità, contrapposti ad altre comunità che hanno invece scelto la strada della sopraffazione, del saccheggio e della violenza.

A differenza di illustri e relativamente recenti antesignani videoludici e fumettistici come The Walking Dead e The Last of Us, però, qui la minaccia non comprende zombi, infetti o creature mutate. Il vero mostro è l’essere umano, ridotto a tribù barbariche e invasate che sembrano aver perso qualsiasi traccia di civiltà. I predoni di The Dog Stars sono nemici quasi senza volto, una presenza maligna diffusa e indistinta che rimanda idealmente a certo cinema di John Carpenter, dove il male non ha necessariamente bisogno di una fisionomia precisa per essere riconoscibile.

Ed è proprio in questo continuo dialogo con il cinema del passato che Scott trova una delle chiavi migliori del suo film. Una delle sequenze più riuscite, tra l’altro assente dal romanzo, vede Hig e i suoi compagni costretti a fuggire in aereo mentre un gruppo di predoni a cavallo li insegue da terra. È un momento che richiama esplicitamente il western classico e in particolare quelle sequenze in cui una diligenza viene assediata durante il viaggio, con un’eco evidente del cinema di John Ford. E il cerchio si chiude proprio su Carpenter, che ha sempre indicato Howard Hawks e Ford tra i propri maestri. Scott non sembra quindi interessato a inventare nuovi codici, quanto piuttosto a recuperare quelli esistenti e a combinarli con grande padronanza.

Curiosamente, The Dog Stars mostra anche suggestioni molto vicine a The Last of Us, non solo per il contesto post-pandemico e per il rapporto tra i protagonisti, ma anche per alcune atmosfere e per la colonna sonora di Harry Gregson-Williams che sembra dialogare con quell’immaginario. Quando Hig arriva a Grand Junction, invece, il film sembra improvvisamente cambiare registro e affiorano suggestioni da Fallout, altra serie tv di successo di derivazione videoludica, con una civiltà sopravvissuta che tenta di ricostruire una normalità grottesca e straniante.

È dunque un film costruito quasi interamente sulla memoria cinematografica e televisiva dello spettatore, ma Scott dimostra di conoscere così bene quei linguaggi da riuscire comunque a renderli efficaci. La sua regia è solida, elegante, sempre perfettamente leggibile, e valorizza soprattutto gli sterminati paesaggi (ci sono il Veneto, l’Abruzzo, il Lazio e il quartiere EUR di Roma, come accadeva in L’ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona) che diventano contemporaneamente luogo di libertà e una minaccia. Le immagini della natura che si riappropria degli spazi abbandonati sono tra le più belle del film e contribuiscono a quell’atmosfera malinconica ma non disperata che lo distingue da molti racconti post-apocalittici più cupi. La stessa scelta di privilegiare la speranza e i rapporti umani rispetto alla pura sopravvivenza è stata sottolineata dallo stesso Scott, che ha voluto evitare di trasformare il film nell’ennesimo racconto dominato dal nichilismo.

E poi ci sono gli attori, capitanati da un sempre più convincente Jacob Elordi. Dopo essersi imposto in ruoli molto diversi tra loro (da Elvis Presley al mostro di Frankenstein), Elordi dimostra di avere ormai la presenza scenica necessaria per sostenere praticamente da solo un film di questa portata: il suo Hig è un uomo ferito, malinconico, ma ancora capace di coltivare una speranza. Al suo fianco Margaret Qualley porta una sensibilità diversa, mentre Josh Brolin è perfetto nel ruolo del burbero Bangley, figura apparentemente monolitica che rappresenta l’istinto di sopravvivenza più pragmatico. Guy Pearce completa un cast di notevole livello, a cui si aggiungono in ruoli minori anche Allison Janney e Benedict Wong.

Il problema, alla fine, è proprio quello da cui siamo partiti: The Dog Stars non ha praticamente nulla di nuovo da raccontare. Le sue citazioni sono talmente evidenti che a tratti sembra quasi un catalogo del post-apocalittico contemporaneo, e persino alcuni dei suoi momenti migliori sembrano appartenere a film che abbiamo già visto. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi qui, perché Ridley Scott riesce a trasformare una materia narrativa usurata in un film di grande professionalità, capace di alternare azione, malinconia, romanticismo e senso dell’avventura senza perdere mai completamente il controllo.

Non è un nuovo Blade Runner, non è un nuovo Alien e probabilmente non diventerà un punto di riferimento per il cinema post-apocalittico. È, più semplicemente, un film ben fatto, diretto da un autore che conosce perfettamente il proprio mestiere e che, arrivato a questo punto della carriera, sembra voler raccontare la fine del mondo non tanto per mostrarne la distruzione, quanto per ricordarci cosa valga davvero la pena salvare. E forse è proprio questa la sua piccola, ma preziosa, ragione d’essere.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La confezione generale.
  • L’ottimo cast guidato da un convincente Jacob Elordi.
  • Il modo come valorizza gli scenari naturali.
  • Sa davvero molto di già visto.
  • Nel suo finale improvviso (seppur tenero) sembra quasi incompleto.
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2 Responses to The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, la recensione del comfort-movie post-apocalittico di Ridley Scott

  1. Luca ha detto:

    Elvis Presley lo aveva interpretato Austin Butler, non Jacob Elordi.

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    • DarksideCinema ha detto:

      Allora non hai visto “Priscilla” di Sofia Coppola! 😉

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