La Mummia, la recensione del film di Lee Cronin
Insieme all’Uomo Lupo, la Mummia è stato il mostro “classico” non di origine letteraria sdoganato dalla Universal ad aver prodotto il maggior numero di film al di fuori della logica di “saga”. Perché se è vero che all’opera di Karl Freund del 1932 hanno fatto seguito altre quattro pellicole in qualche modo collegate, il mito del sacerdote egiziano riportato in vita dopo millenni è tornato in tantissime altre forme cinematografiche. Dalla rivisitazione targata Hammer Films con Christopher Lee nei panni della Mummia, fino allo sfortunato action con Tom Cruise del 2017, passando per l’iconica saga fanta-avventurosa con Brendan Fraser e non di meno il cult di Don Coscarelli con Bruce Campbell Bubba Ho-Tep. Alla lunga lista di film che pongono il polveroso ma letale mostro come protagonista, oggi si aggiunge anche La Mummia di Lee Cronin, che inserisce un ulteriore tassello al progetto di rivisitazione delle mostruose icone classiche messo in atto da Blumhouse con la collaborazione di Atomic Monster di James Wan.
Dopo L’uomo invisibile (2020) e Wolf Man (2025), la casa di produzione di Jason Blum mette le mani su un altro mostro pronto da svecchiare ma anche da stravolgere, perché esattamente come accaduto con gli altri due film che erano stati diretti da Leigh Whannell, il titolo è il solo vero legame con la tradizione in un’opera che riscrive da zero il mito.
Il giornalista americano Charlie Cannon vive al Cairo con la sua famiglia da diversi mesi perché lavora come inviato in un notiziario televisivo. Un giorno, però, la sua vita e quella dei suoi cari viene stravolta quando sua figlia di nove anni Katie viene rapita e di lei si perde ogni traccia. Otto anni dopo, la famiglia Cannon, ormai tornata a vivere in Nuovo Messico, riceve una telefonata dalle autorità egiziane: Katie è stata ritrovata rinchiusa in un sarcofago, è ancora viva ma le sue condizioni fisiche sono critiche.
La ragazza, infatti, presenta un aspetto di chi non ha visto la luce del sole e non ha mosso neanche un muscolo del corpo per molti anni. Charlie e sua moglie Larissa decidono di prendersi cura di Katie dentro casa, ma ben presto si rendono conto che la loro bambina non presenta solo un aspetto inquietante, ma anche un comportamento che li fa dubitare che quella immobile nel letto non sia in realtà Katie.
Al timone de La Mummia c’è l’irlandese Lee Cronin, un autore vero (scrive tutti i film che dirige) che si sta facendo meritatamente un nome all’interno del genere. Dopo il notevole esordio nel 2019 con Hole – L’abisso, Cronin era stato notato da Sam Raimi e ingaggiato per dirigere il bellissimo La Casa – Il risveglio del male (2023). Due film legati da un sottile trait d’union, ovvero una famiglia sconvolta da un avvenimento esterno che cambierà per sempre la percezione dei propri affetti. E La Mummia si inserisce perfettamente in questo discorso, esplorando a fondo la progressiva perdita di fiducia all’interno del nucleo famigliare.
Come accadeva in Hole – L’abisso, infatti, anche in quest’ultimo film il figlio che “torna” ha portato con sé qualcosa di maligno che lo ha cambiato profondamente. Katie non è più la dolce bambina di 9 anni che studia per diventare una scout. Il ricordo che alimentava l’affetto e la speranza dei genitori subisce un brusco arresto quando la realtà si palesa ai loro occhi e ha l’aspetto di una creatura grottesca nell’aspetto, non autosufficiente e dal fare decisamente inquietante. Sembra quasi che Lee Cronin voglia tessere un sottotesto che parla di quelle situazioni famigliari in cui c’è un figlio gravemente disabile, dando corpo – estremizzando, ovviamente – a quella frustrazione e quel senso di resa che almeno una volta nella loro vita i genitori hanno avuto confrontandosi con il gravoso impegno che li riguarda.
Quella che viene costruita nella prima metà del film è una situazione incredibilmente drammatica e dolorosa e l’abilità nella scrittura di Cronin sta nel riuscire a far empatizzare perfettamente lo spettatore con i protagonisti, soprattutto con il papà interpretato da Jack Reynor.
Nonostante ci siano già diversi momenti altamente inquietanti nella prima parte, che sembra voler seguire per progressione l’ineccepibile costruzione de L’Esorcista di Friedkin (notiamo qualche eco, forse involontaria, anche da Manhattan Baby di Lucio Fulci), è nella seconda che La Mummia esplode diventando un concentrato di terrore capace di mette davvero alla prova i nervi dello spettatore. Non stiamo parlando di jump-scare ed effetti splatter (che comunque sono copiosi e ben al di sopra della media), ma di un senso di malessere, di marciume, di autentica repellenza che il regista e il suo team di truccatori ed effettisti riescono ad infondere a tutto quello che riempie la seconda ora del film. L’aspetto body-horror va ad unirsi a una serie di trovate votate costantemente all’eccesso in cui non si fanno sconti a nessuno, soprattutto ai bambini, protagonisti di scene di crudeltà e disgusto che potrebbero seriamente dar fastidio agli spettatori più “sensibili”.
Poi c’è un’atmosfera mortifera, opprimente, carica di tensione, accentuata da un ottimo lavoro su trucco e scenografie, che non lascia quasi respirare lo spettatore fino al climax finale che concede spazio anche a una certa spettacolarità. Giusto il “secondo finale” era evitabile, narrativamente quasi posticcio, seppur apprezzabile per la voglia di non lasciare aperta alcuna storyline.
Insomma, quello con La Mummia di Lee Cronin è un bel viaggio da incubo sulle montagne russe del terrore come non accadeva un po’ di tempo. Un horror puro che si prende fortunatamente sul serio e non si preoccupa di piacere per forza a tutti, anzi, azzarda e anche molto mettendo in scena momenti di crudeltà e shock visivi che non ci saremmo aspettati. E la “mummia” Katie, interpretata dalla magnifica Natalie Grace, ha un look sufficientemente iconico da rimanere nel tempo e negli incubi degli spettatori.
Roberto Giacomelli
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