L’agente segreto, la recensione

Siamo nel 1977 a Recife, Brasile. Mentre fervono i preparativi per il carnevale, l’ex insegnante universitario Armando torna in città per riabbracciare suo figlio, nel frattempo affidato ai nonni materni. Armando, però, è finito nelle mire di Ghirotti, un industriale malavitoso italo-brasiliano, per aver ostacolato e denunciato le sue pratiche illecite e per questo è finito in un programma di protezione gestito da un movimento di resistenza. Con il nome di Marcelo, l’uomo alloggia insieme ad altre persone “scomode” nella palazzina di Dona Sebastiana, ma non sa che Ghirotti lo ha rintracciato e gli ha messo alle calcagna due sicari per farlo fuori.

Partiamo subito da un chiarimento necessario: nonostante il titolo, L’agente segreto (O agente secreto) di Kleber Mendonça Filho non è una spy-story e non c’è alcun vero agente segreto tra i personaggi. O almeno, non nel senso classico del termine. Qua e là il film utilizza alcuni elementi del cinema di spionaggio, ma il titolo rimanda piuttosto a un altro film, Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (1973), con Jean-Paul Belmondo, proiettato nel cinema in cui si ambienta parte della storia. Ed è già da qui che si capisce una cosa fondamentale: quello di Mendonça Filho è anche un film sul cinema. Sui film come strumenti per raccontare un’epoca, gli anni ’70, e come veicoli della memoria. La memoria di un bambino che passava i pomeriggi in cabina di proiezione con il nonno, sognando di poter vedere il vietatissimo Lo squalo, che lo terrorizzava già solo dalla locandina e proprio per questo lo ossessionava.

Ed è la memoria, anzi le memorie, il vero fil rouge che attraversa gli appassionanti 160 minuti di durata de L’agente segreto. Mendonça Filho, che firma anche la sceneggiatura, lavora per stratificazioni, sovrapponendo piani temporali e livelli di racconto, mescolando autobiografia e storia collettiva. Da una parte c’è la memoria di un Paese, il Brasile, segnato dalle assurdità e dalle violenze della dittatura militare: i poliziotti che chiedono una mazzetta “per il Carnevale” all’inizio del film sono già una dichiarazione d’intenti, così come le attività losche dell’industriale italo-brasiliano che innescano la caccia all’uomo. Un sistema corrotto, illegale, grottesco nella sua normalità. E questa memoria collettiva deve essere conservata e trasmessa, come fanno le giovani ricercatrici che ritrovano i nastri di Armando.

Dall’altra parte c’è la memoria individuale, fragile, fallace, dolorosa. Quella di Armando, che cerca i documenti d’identità della madre per poterne testimoniare l’esistenza. Quella di Fernando bambino, che teme di dimenticare il volto della madre morta. E quella di Fernando adulto, che ha ormai quasi rimosso il padre Armando, ma la cui voce registrata potrebbe riaprire una crepa nel presente. Il cuore del film sta tutto in quel 1977 in cui si svolge la parte preponderante della storia, ma a un certo punto entra in gioco anche il nostro presente, proprio per rafforzare l’idea che la memoria non è mai solo passato: è qualcosa che continua a riscriversi.

Armando/Marcelo è interpretato da un gigantesco Wagner Moura, in fuga da un passato ingombrante e da nemici molto concreti. Arriva in una città costiera, trova rifugio in uno stabile popolare e cerca di rimanere invisibile. Ma l’invisibilità, in un Brasile così malato, è impossibile. Intorno a lui si muove un microcosmo di personaggi che danno corpo a voci, pettegolezzi, sospetti, piccoli atti di resistenza.

L’agente segreto è un film che trova il suo apice nelle divagazioni di Mendonça Filho, che ama “perdere tempo” in senso nobilissimo. E il meglio dello script nasce da questi dettagli apparentemente marginali: l’inizio folgorante con il cadavere alla stazione di servizio; tutta la storia della gamba mozzata ritrovata nello stomaco dello squalo, compresa la parentesi surreale che immagina l’arto dotato di vita propria dopo la denuncia di scomparsa dall’obitorio; le chiacchiere infinite e preziose di Dona Sebastiana, la portiera dello stabile dove è ospitato Armando/Marcelo, magnificamente interpretata da Tânia Maria. Sono frammenti che sembrano deviazioni dalla narrazione, ma che in realtà costruiscono il vero tessuto emotivo e politico del film.

Il cast è un altro dei grandi punti di forza. Wagner Moura, noto al grande pubblico per il ruolo di Pablo Escobar in Narcos, è straordinario in un ruolo fatto di silenzi, stanchezza e dignità ferita, e non sorprende che gli sia valso la vittoria a Cannes e un Golden Globe. Ma intorno a lui c’è uno stuolo di attori poco conosciuti fuori dal Brasile, con facce perfette e una direzione impeccabile, che danno al film un senso di autenticità rarissimo. Da citare anche le belle musiche curate da Tomáž Alves Souza e Mateus Alves, che alternano pezzi originali con hit come Love to Love You Baby di Donna Summer e If You Leave Me Now dei Chicago, ma c’è perfino Guerra e Pace, Pollo e Brace che Ennio Morricone compose per Grazie Zia.

L’agente segreto ha portato a casa due premi a Cannes 2025, altrettanti Golden Globe ed è ora candidato a quattro Oscar: un percorso impressionante per un film che sembra arrivare da un’altra epoca. Ricorda certo cinema italiano a cavallo tra il crime e l’impegno civile, ma ha una personalità fortissima, tutta sua. Non è un film facile, né breve, né accomodante, ma è un’opera necessaria, che usa il cinema per parlare di memoria e di responsabilità.

Al cinema dal 29 gennaio distribuito da Minerva Pictures e FILMCLUB Distribuzione.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Straordinaria stratificazione tematica sul concetto di memoria.
  • Grande interpretazione di Wagner Moura e cast eccellente.
  • Scrittura ricchissima di dettagli e di episodi memorabili.
  • Forte identità autoriale e grande valore storico-politico.
  • Durata importante (160 minuti) che può risultare impegnativa.
  • Ritmo volutamente dilatato e divagazioni non per tutti.
  • Struttura narrativa complessa che può disorientare.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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