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Un semplice incidente: in Blu-ray, il film di Jafar Panahi vincitore della Palma d’oro al 78° Festival di Cannes

Quasi un anno fa veniva presentato per la prima volta al pubblico Un semplice incidente, primo film diretto dall’iraniano Jafar Panahi dopo la sua incarcerazione nella prigione di Evin (Tehran, Iran) durata dal luglio 2022 al febbraio 2023. Il motivo dell’incarcerazione, come noto, scaturisce dall’accusa di aver fatto – attraverso il cinema – propaganda contro il governo iraniano. Mostrato in anteprima assoluta al 78° Festival di Cannes, Un semplice incidente si distingue immediatamente all’interno della kermesse e il film viene premiato con la prestigiosa Palma d’oro. Un semplice incidente diventa così uno dei film protagonisti della stagione cinematografica 2025/2026, raccoglie candidature a tutte le più importanti cerimonie cinematografiche (Golden Globe, European Film Awards) fino ad entrare nelle cinquine ufficiali dei Premi Oscar nelle categorie miglior sceneggiatura originale e al miglior film internazionale (per la Francia). Il film di Jafar Panahi è adesso disponibile anche in alta definizione Blu-ray disc grazie a Lucky Red e ai canali distributivi di Plaion Pictures.

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L’agente segreto, la recensione

Siamo nel 1977 a Recife, Brasile. Mentre fervono i preparativi per il carnevale, l’ex insegnante universitario Armando torna in città per riabbracciare suo figlio, nel frattempo affidato ai nonni materni. Armando, però, è finito nelle mire di Ghirotti, un industriale malavitoso italo-brasiliano, per aver ostacolato e denunciato le sue pratiche illecite e per questo è finito in un programma di protezione gestito da un movimento di resistenza. Con il nome di Marcelo, l’uomo alloggia insieme ad altre persone “scomode” nella palazzina di Dona Sebastiana, ma non sa che Ghirotti lo ha rintracciato e gli ha messo alle calcagna due sicari per farlo fuori.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Sirāt, la recensione

Luis è un uomo di mezz’età disperato e disposto a tutto. Insieme al piccolo Esteban, suo figlio, vaga per un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale, in mezzo ad un deserto sconfinato. Luis è alla ricerca di Mar, la sua figlia più grande, sparita misteriosamente e senza lasciare traccia. L’uomo è convinto di poter ritrovare sua figlia in quel rave polveroso e desolato, tra la musica elettronica ed una libertà tanto selvaggia quanto malinconica. Così, aiutato da suo figlio, si aggira tra la folla mostrando a tutti la foto della ragazza. Ma nessuno l’ha vista, nessuno l’ha mai incontrata. Quando la speranza si appresta a svanire, Luis apprende da un gruppo di raver che a sud del deserto sta per avere luogo un’ultima e grandissima festa. L’uomo decide così di unirsi a quel bizzarro gruppo di cani randagi per raggiungere il nuovo rave e pertanto si prepara ad affrontare tutte le insidie del deserto a bordo della sua utilitaria. Il viaggio di Luis si trasforma presto in un’autentica lotta per la sopravvivenza, un percorso fisico ed esistenziale che assume lentamente i tratti di un agonizzante girone infernale.

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Valutazione: 9.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Un semplice incidente (It Was Just an Accident), la recensione

Jafar Panahi è un regista che nel corso degli anni ha attraversato un percorso artistico e di vita in cui questi due lati sono andati via via sempre più a fondersi, in particolare dal film del 2011 This is not a Film, realizzato, come i film successivi, senza il permesso ufficiale del governo iraniano. In questa fase il confine tra cinema e realtà diventa sfumata in opere metacinematografiche come Taxi Teheran (vincitore dell’orso d’oro a Berlino 2015) e No Bears (premio speciale della giuria a Venezia 2022), il primo attraversando la città di Teheran e mettendo al centro le microstorie degli avventori di un taxi guidato dallo stesso Panahi, il secondo mentre il regista si nasconde dalle autorità che hanno ordinato il suo arresto in una piccola comunità al confine con la Turchia dove si scontra con le tradizioni locali. 

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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Alpha, la recensione del film di Julia Ducournau

Alpha ha 13 anni e vive in un quartiere periferico di Parigi. La sua è un’adolescenza abbastanza difficile e sulla strada dell’autodistruzione, un déjà-vu per sua madre, che l’ha cresciuta da sola, e rivive con le sue bravate la tragica odissea di suo fratello tossicodipendente Amin. Quando Alpha torna a casa, ubriaca fradicia e con un tatuaggio amatoriale sul braccio, sua madre inizia seriamente a spaventarsi perché quel tatuaggio può voler dire contagio.

Il mondo, infatti, è sconvolto da una malattia venerea che trasforma progressivamente chi la contrae in statue di marmo. Non c’è ancora una cura e i malati sono inevitabilmente osteggiati dalla società.

Alpha inizia un percorso per accertarsi di non aver contratto la malattia attraverso l’ago con cui le hanno fatto il tatuaggio, nel frattempo diventa bersaglio dei suoi coetanei e solo il rapporto con il ritrovato zio sembra darle consapevolezza di cosa voglia dire essere emarginati.

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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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