Sirāt, la recensione

Luis è un uomo di mezz’età disperato e disposto a tutto. Insieme al piccolo Esteban, suo figlio, vaga per un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale, in mezzo ad un deserto sconfinato. Luis è alla ricerca di Mar, la sua figlia più grande, sparita misteriosamente e senza lasciare traccia. L’uomo è convinto di poter ritrovare sua figlia in quel rave polveroso e desolato, tra la musica elettronica ed una libertà tanto selvaggia quanto malinconica. Così, aiutato da suo figlio, si aggira tra la folla mostrando a tutti la foto della ragazza. Ma nessuno l’ha vista, nessuno l’ha mai incontrata. Quando la speranza si appresta a svanire, Luis apprende da un gruppo di raver che a sud del deserto sta per avere luogo un’ultima e grandissima festa. L’uomo decide così di unirsi a quel bizzarro gruppo di cani randagi per raggiungere il nuovo rave e pertanto si prepara ad affrontare tutte le insidie del deserto a bordo della sua utilitaria. Il viaggio di Luis si trasforma presto in un’autentica lotta per la sopravvivenza, un percorso fisico ed esistenziale che assume lentamente i tratti di un agonizzante girone infernale.

Nell’escatologia musulmana con il termine Sirāt ci si riferisce ad un “ponte” ben teso sulle porte dell’Inferno. Una “strada” obbligata su cui devono passare le anime dopo la morte: per i beati questo ponte sarà largo e facile da percorrere mentre per i malvagi sarà sottile come un capello, impossibile da attraversare e quindi destinato a produrre una caduta nell’abisso infernale.

Si rimane senza fiato durante e dopo la visione di Sirāt, quarto lungometraggio dell’attore e regista Óliver Laxe, spagnolo ma con nazionalità francese, che proprio con questo film è entrato nella competizione ufficiale del 78° Festival di Cannes, schivando la Palma d’Oro ma aggiudicandosi meritatamente il Grand Prix della giuria.

Meritatamente, si, perché Sirāt è il ritorno sul grande schermo di un cinema libero e scatenato, fuori dai codici e da qualsiasi comfort-zone, voglioso di spezzare ogni catena imposta da quell’industria che, mai come oggi, tende a generare film che hanno la stessa consistenza e lo stesso apporto nutritivo di un cheesburger acquistato al McDonald’s dopo la mezzanotte. Con Sirāt, Óliver Laxe restituisce con orgoglio all’esperienza cinematografica tutto ciò di cui questa ha veramente bisogno: coraggio, schiettezza, intrattenimento e disorientamento, stupore e un senso di malsana frustrazione destinato a lavorare dentro lo spettatore per giorni e giorni dopo la visione del film.

Il 2025 è stato un anno parecchio discontinuo per le uscite cinematografiche, potremmo definirlo un po’ grigio, un’annata in cui si sono registrati pochi picchi qualitativi (uno su tutti lo svizzero L’ultimo turno di Petra Volpe) ma tanti prodotti medi, con diversi blockbuster che hanno saputo rifare proprio il concetto di messa in scena (F1 di Joseph Kosinski o Mission: Impossible – The Final Reckoning di Christopher McQuarrie) e qualche film d’autore che ha colpito ma senza ferire (Un semplice incidente di Jafar Panahi o Eddington di Ari Aster). In uno scenario come questo, con film che sanno intrattenere ma senza la forza di sopravvivere nell’animo di chi guarda, Sirāt riesce a travolgere lo spettatore con una forza cataclismatica che ci ricorda molto da vicino quel cinema selvaggio e senza freni che ha dato alla luce moltissimi capolavori (oltre a generare un intero immaginario) durante gli anni Sessanta e Settanta.

C’è qualcosa di Michelangelo Antonioni nell’opera di Óliver Laxe, con quel sentimento costante di sospensione e ricerca destinato a rimanere tale fino alla fine, perché ciò che interessa veramente all’autore non è lo scioglimento della narrazione bensì il cambiamento insito all’interno dei personaggi. Sono loro a evolversi e mutare durante l’intero racconto, è la loro anima che si trasforma pur senza arrivare da nessuna parte, e non la macro-storia che sembra interessare piuttosto relativamente all’autore. Ma soprattutto, durante la visione di Sirāt, il pensiero dello spettatore non può che volare alla velocità della luce verso un certo cinema politico degli anni ‘70 che sapeva dialogare tanto, tantissimo, con l’intrattenimento puro offerto dal cinema di genere. È impossibile, infatti, ammirare il film e non sentirsi catapultati in quell’immaginario artistico feroce, rabbioso e privo di freni inibitori che in decenni passati ha dato alla luce capolavori della settima arte come Sorcerer – Il salario della paura di William Friedkin, Convoy – Trincea d’asfalto di Sam Peckinpah o persino Mad Max di George Miller.

Ma Óliver Laxe riesce a rievocare tutto questo senza mai cadere nel tranello del citazionismo, perché Sirāt è un film che nasce dal sangue e dalla carne di quel cinema lì ma poi va fiero per la sua strada. Attraversa quel ponte escatologico a testa alta e con una notevole dose di incoscienza, forse sperando sì di raggiungere il paradiso ma senza mostrare la benché minima paura di sprofondare all’inferno.

Sirāt è un film profondamente radicato nell’animo umano, attaccato visceralmente a quel senso di sconfitta e perdizione che nel profondo mette in ginocchio tutti gli esseri umani rendendoli simili tra loro, tutti ugualmente fallibili. Quello diretto da Laxe è un film in cui la speranza danza felice con il pessimismo e in cui non c’è mai spazio per momenti rassicuranti. Tutto può cambiare da un momento all’altro, tutto può sprofondare verso l’inferno appena si abbassa troppo la guardia, e proprio assecondano questa logica soffocante Sirāt riesce a piazzare un paio di scelte narrative coraggiosissime che non possono fare altro che stordire lo spettatore, destabilizzandolo nel profondo, annientando qualsiasi aspettativa e mettendolo davanti ad uno spettacolo crudele in cui – esattamente come nella Vita – tutto può accadere da un momento all’altro e con estrema facilità, anche l’impensabile.

Per alcuni aspetti Sirāt è un film estremamente sadico, doloroso, perché alla pari di un film distopico porta in scena un mondo che ormai non ha più reali valori a cui appigliarsi, in cui la speranza diventa utopia e in cui si vive ogni giorno con la consapevolezza che potrebbe tranquillamente essere l’ultimo.

Óliver Laxe dimostra di conoscere molto bene il mondo dei rave (fatta eccezione del protagonista, interpretato da Sergi López, il resto del cast è composto da reali raver) e così riesce a restituire a Sirāt quella dimensione emotiva che è tipica di queste feste nel deserto, con una leggerezza pronta a fondersi con la disperazione, con quel benessere momentaneo che è forse l’altra faccia di una dannazione profonda ormai divenuta cronica e dunque impossibile da riconoscere.

Ma Sirāt è un film che stupisce e colpisce non solo per il suo contenuto funesto e logorante, che esplode in un ultimo atto al cardiopalma che davvero trasforma la visione del film in una violenza psicologica per lo spettatore, ma anche per una grammatica cinematografica affilata capace di mettere all’angolo anche molti blasonati autori che oggi tutti applaudono incondizionatamente. Óliver Laxe dimostra sin dalle primissime immagini (con i raver che montano le attrezzature sonore) di avere le idee molto chiare, con una regia asciutta e priva di fronzoli, determinata a creare un immaginario molto preciso: il mondo dei rave-party come ultimo baluardo di un’umanità che sembra essere stata schiacciata e spazzata via da qualche evento (guerra?) che ha reso il mondo un luogo inospitale e dai connotati post-apocalittici. Ma a colpire in modo particolare è l’incredibile lavoro svolto con il sound design che si fonde a perfezione con una colonna sonora magnetica firmata da Kangding Ray e che trasforma la traversata nel deserto dei protagonisti quasi in un horror di John Carpenter.

Insomma, con Sirāt Óliver Laxe firma un’opera monumentale che ricorda a tutti com’è fatto il Cinema, un film molto personale e con un’identità artistica fortissima, un film che chiede allo spettatore di abbracciare la logica straniante del rave: dunque smetterla di farsi domande sbagliate, chiudere gli occhi e abbandonarsi ad un trip che può essere estasiante e terrorizzante al tempo stesso, godersi il viaggio (come esperienza cinematografica) senza preoccuparsi troppo della meta.

Sirāt è un’opera rigorosa, persino essenziale in questo periodo storico, perché – per parafrasare le parole illuminate dello stesso Laxe durante la conferenza stampa tenutasi a Roma – film come questo servono a contrastare quel fascismo della chiarezza che sta portando il cinema contemporaneo a preoccuparsi così tanto di dover piacere a tutti da ottenere inevitabilmente il risultato opposto. Perché il cinema non è tenuto a dare risposte e nemmeno ad aderire a codici precostituiti, deve saper vivere di immagini e suggestioni per poter arricchire l’immaginario soggettivo del singolo spettatore.

Accolto splendidamente dalla critica e applaudito dal pubblico (si è già rivelato un inaspettato successo ai botteghini spagnoli e francesi), Sirāt è il film proposto agli Oscar 2026 per rappresentare la Spagna nella sezione “miglior film internazionale”. Qualunque sarà l’esito, Óliver Laxe ha dimostrato a tutti che un cinema diverso non solo è ancora possibile ma può anche rivelarsi esempio virtuoso al box office.

Uno dei migliori film dell’anno e forse anche del decennio!

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un’esperienza cinematografica immersiva, straniante, capace di scuotere lo spettatore e lasciarlo turbato per intere settimane.
  • Un film coraggioso, sfrontato, ricco di personalità e senza alcuna paura nel disattendere le aspettative di chi guarda.
  • Un ultimo atto così tanto al cardiopalma era da tempo che non si vedeva al cinema.
  • Al suo interno c’è quel cinema selvaggio, anarchico e crudele che ricorda alcuni capolavori degli anni ‘60 e ‘70.
  • Un lavoro sul suono che abbraccia lo stato dell’Arte.
  • Questo è il cinema che fa bene al Cinema.
  • Non scherziamo, per piacere…
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