Un semplice incidente (It Was Just an Accident), la recensione
Jafar Panahi è un regista che nel corso degli anni ha attraversato un percorso artistico e di vita in cui questi due lati sono andati via via sempre più a fondersi, in particolare dal film del 2011 This is not a Film, realizzato, come i film successivi, senza il permesso ufficiale del governo iraniano. In questa fase il confine tra cinema e realtà diventa sfumata in opere metacinematografiche come Taxi Teheran (vincitore dell’orso d’oro a Berlino 2015) e No Bears (premio speciale della giuria a Venezia 2022), il primo attraversando la città di Teheran e mettendo al centro le microstorie degli avventori di un taxi guidato dallo stesso Panahi, il secondo mentre il regista si nasconde dalle autorità che hanno ordinato il suo arresto in una piccola comunità al confine con la Turchia dove si scontra con le tradizioni locali.
Dopo l’incarcerazione ad Evin dal luglio 2022 al febbraio 2023, Jafar Panahi torna alla regia con It Was Just an Accident – Un semplice incidente, film vincitore al Festival del Cinema di Cannes 2025 e presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best Of. Se nei film più recenti Panahi entrava in scena nei panni di sé stesso, diventando fulcro e punto di osservazione non solo della sua vicenda personale ma anche del contesto umano e sociale attorno a lui, questa volta Panahi torna al di là della macchina da presa, raccontando una storia di finzione in cui risuona la recente esperienza in carcere come uno dei motivi trainanti del film.
Un uomo viaggia in macchina con la moglie e la figlia quando colpiscono qualcosa. Poco dopo l’auto ha qualche problema e la famiglia chiede aiuto in un garage dove il gestore lo riconosce: il suono cigolante della sua protesi alla gamba fa ripiombare immediatamente Vahid (Vahid Mobasseri) in uno sconosciuto passato. Il film gioca a lungo sulla costante tensione tra la possibilità che Vahid abbia ragione sull’identità dell’uomo in questione o se invece si stia sbagliando. It Was Just an Accident è una commedia degli equivoci o il ritorno di un incubo mai totalmente superato?
Per affrontare questo dubbio Vahid chiede aiuto ad altre persone che come lui hanno dovuto affrontare la durezza e la violenza del regime iraniano, per capire se l’uomo che Vahid ha narcotizzato e legato nel suo Van è davvero “peg leg”, come viene soprannominato, o no. Il vagabondare di Vahid tra conoscenti e conoscenti di conoscenti porta presto il film su linee comico/surreali, ma allo stesso tempo ogni incontro aggiunge un tassello al trauma collettivo della repressione, in un gioco paranoico in cui l’identità dell’uomo imbavagliato sembra contare sempre meno.
Nonostante non ci sia la dimensione documentaristica dei film precedenti, questa rimane a livello formale con un’adesione al reale attraverso l’utilizzo di sola (e rara) musica diegetica, mettendo in primo piano i rumori della città, della campagna, dei respiri, delle urla e del cigolio di quella gamba che basta ad evocare spettri del passato. Il film, rispetto ad altre opere in cui i protagonisti subiscono lo sguardo da parte delle istituzioni totali iraniane, sembra invertire il rapporto visivo tra regime controllante e popolazione controllata. All’inizio del film, ad esempio, lo sguardo dello spettatore coincide con il voyeur (Vahid), attraverso l’utilizzo di soggettive e sfruttando la profondità di campo, mentre spia il presunto “peg leg”, per poi nel corso del film vedere le precedenti vittime nel ruolo di improbabili carnefici, mentre il corpo dell’uomo narcotizzato rimane per lo più fuori campo. Non ci sono flashback visivi che mostrano le condizioni che i protagonisti hanno dovuto subire, ma solo le loro parole, la disperazione che li porta ad interrompere le proprie vite (perfino un imminente matrimonio) e il loro lancinante dubbio: che fare?
In questo gioco di inversione dello sguardo, come nel panopticon di Jeremy Bentham, non è importante che ci sia davvero fisicamente un controllore 24 ore su 24, basta che si creda nella sua presenza simbolica. E se l’Iran diventa metafora di una prigione simbolica (im)perfetta, i protagonisti portano le cicatrici visibili e invisibili della prigione reale, la stessa vissuta dal regista e da molti suoi amici e colleghi nel corso degli anni, sotto forma di dolori fisici o incubi spettrali. Che l’uomo nel Van sia davvero o meno “peg leg” non cambia il fatto che per i personaggi coinvolti lui sia tornato, perché in fondo non è mai realmente andato via. It was Just an Accident è una grottesca messa in scena di Aspettando Godot, in cui nessuno dei personaggi riesce a prendere una decisione, continuando a chiamare in causa nuovi personaggi per mediare tra i ricordi immateriali e il corpo materiale disteso a fianco a loro, identificando in quell’uomo, quella voce e quella gamba cigolante un sistema repressivo e violento.
Nella sua operazione formale di sospensione continua, It was Just an Accident si può considerare una commedia nera e contemporaneamente un drama il cui centro gira attorno all’identità di un singolo uomo e all’impossibilità dei protagonisti di cancellare il passato. In uno dei film forse più espliciti e rabbiosi da parte di Panahi nei confronti del regime iraniano, It was just an Accident non offre facili soluzioni, ma evoca spettri ed ansie che portano ad una domanda cupa, sempre al limite tra simbolico e materiale: come si va avanti sapendo cosa si ha alle proprie spalle?
It was just an Accident – Un semplice incidente arriverà nei cinema italiani dal 6 novembre distribuito da Lucky Red.
Mario Monopoli
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