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Anemone: in Blu-ray il dramma crepuscolare che segna il ritorno di Daniel Day-Lewis
Presentato in anteprima ad Alice nella Città durante l’edizione 2025 della Festa del Cinema di Roma, Anemone è stato uno dei piccoli misteri della scorsa annata cinematografica. Un film che si è fatto attendere con una certa curiosità, un’opera che ha lasciato immaginare importanti traguardi, ma poi, una volta distribuito, tutto è evaporato in un batter di ciglia: accoglienza tiepida, anzi gelida, e un velocissimo disinteresse generale che ha fatto sprofondare il film nel dimenticatoio più assoluto.
La curiosità che è montata quando nel 2024 è stato annunciato per la prima volta il film nasce dal fatto che Anemone segna il ritorno alla recitazione del pluripremiato Daniel Day-Lewis, ritiratosi ufficialmente nel 2017 dopo aver recitato ne Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson. Per questo suo grande ritorno, l’attore Premio Oscar per Il Petroliere decide di farsi dirigere da suo figlio Ronan Day-Lewis (qui al suo debutto) su una sceneggiatura scritta a quattro mani padre e figlio. Uscito nelle nostre sale ad inizio dello scorso novembre sotto il marchio Universal, Anemone è disponibile da pochi giorni in alta definizione Blu-ray disc grazie ai canali distributivi di Plaion Pictures.
Se solo potessi ti prenderei a calci, la recensione
Nella prima scena di Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You) Linda (Rose Byrne) viene descritta dalla giovane figlia, che rimane fuori campo, come una donna elastica. Ma qualsiasi oggetto, per quanto resistente, prima o poi si spezza se tirato da tutte le parti. Un po’ come si spezza il soffitto dell’appartamento di Rose, lasciando un oscuro e inquietante buco, che più che dalla parete sopra di lei sembra provenire dalle profondità di sé stessa.
Se solo potessi ti prenderei a calci, presentato al Sundance e al Festival del Cinema di Berlino (dove è stato premiato con l’Orso d’Argento alla miglior interpretazione a Rose Byrne, che ha vinto anche il Golden Globe) e prodotto tra gli altri da A24, segna il ritorno alla regia di Mary Bronstein diciassette anni dopo l’esordio con il film indipendente Yeast con una giovanissima Greta Gerwig. Un lavoro, quello sul secondo film, che ha avuto un lungo processo di scrittura ispirato ad una vicenda personale della regista e sceneggiatrice (oltre che interprete) e che ruota attorno al trauma e allo stress di Linda, che deve bilanciare tra vita privata, lavoro e la cura della figlia, affetta da una misteriosa malattia che la costringe ad essere legata ad un tubo e ad una serie di macchinari medici particolarmente rumorosi.
Good Boy, la recensione del thriller di Jan Komasa
Con Good Boy il regista polacco Jan Komasa, già candidato all’Oscar per Corpus Christi, torna a raccontare il rapporto tra individuo e istituzioni, ma questa volta lo fa con i toni lividi del thriller psicologico. Dopo aver affrontato il tema della fede e della colpa, Komasa si concentra ora sul concetto di educazione e sull’illusione borghese di poter redimere il male attraverso il controllo.
La storia segue Tommy (Anson Boon), diciannovenne violento e senza radici che vive di piccoli crimini in una metropoli inglese. Dopo una notte di bravate, il ragazzo viene catturato da una coppia benestante, Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che sostengono di volerlo “aiutare”. In realtà, lo incatenano nello scantinato della loro elegante villa di campagna, trattandolo prima come un prigioniero e poi come un figlio adottivo, sottoponendolo a un programma di “rieducazione” fatto di regole ferree, punizioni e rituali quotidiani atti a farlo comportare da “bravo ragazzo”.
Rental Family – Nelle vite degli altri, la recensione
Philip, attore americano di medio talento emigrato in Giappone, si trova a un punto morto della carriera: sopravvive lavorando come comparsa in funerali, matrimoni e cerimonie di ogni tipo. Quando scopre l’esistenza di un’agenzia che affitta “famiglie” – attori pronti a impersonare parenti, amici o partner per clienti soli o in difficoltà – vede in quella proposta una doppia occasione: dimostrare a se stesso di essere ancora un interprete capace e, forse, colmare quel vuoto affettivo che si porta dietro da anni. Le sue missioni principali lo porteranno a impersonare un padre per una bambina nippoamericana che non può essere ammessa a scuola senza entrambi i genitori, e a fingere di essere un giornalista che deve intervistare un anziano attore affetto da demenza, instaurando con lui un rapporto sempre più autentico. In entrambi i casi, la recita si confonde sempre di più con la realtà, costringendo Philip a confrontarsi con il proprio passato di figlio assente e padre mancato.
La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), la recensione
La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl) racconta una storia apparentemente semplice, ma costruita su una stratificazione emotiva e sociale sorprendentemente complessa. Al centro del racconto c’è una famiglia taiwanese tutta al femminile che cerca di sopravvivere nella Taipei odierna, schiacciata da difficoltà economiche, legami familiari irrisolti e da un presente che non concede tregua.
Shu-Fen è una madre divorziata che manda avanti un banco di noodles in un mercato popolare, lottando quotidianamente con l’affitto della bancarella, la malattia dell’ex marito e la responsabilità di crescere due figlie. I-Ann, la maggiore, è già stata catapultata per necessità nel mondo degli adulti: aiuta la madre nel lavoro, ma arrotonda anche come betel nut beauty (ragazze che vendono noci di betel e articoli da tabaccheria attirando i clienti in abiti succinti e movenze ammiccanti), entrando in una zona grigia fatta di esposizione del corpo, compromessi morali e dinamiche di potere che sfuggono al suo controllo e che la porteranno a conseguenze dolorose.
Die My Love, la recensione
Nel cinema di Lynne Ramsay esiste un filo rosso ormai evidente: raccontare esplosioni emotive che nascono in ambienti chiusi, familiari, asfissianti. I suoi personaggi non vivono mai in equilibrio, ma sul crinale di una frattura interiore pronta a dilaniarli. Da Ratcatcher a E ora parliamo di Kevin, fino a You Were Never Really Here, il cinema della Ramsay lavora egregiamente sul trauma interiore. Die My Love, tratto dal romanzo omonimo di Ariana Harwicz, si inserisce perfettamente in questa traiettoria, risultando però un film più interessante sulla carta che nella sua effettiva resa.
Non è un caso che il paragone più immediato sia proprio con E ora parliamo di Kevin: se lì la maternità era vista come una maledizione che implodeva nella tragedia, qui viene trattata come una prigione invisibile che soffoca lentamente. Al centro c’è Grace, trasferitasi con il compagno Jackson in una casa isolata, immersa nella natura, lontana dalla città, dagli stimoli, dalla socialità. Un luogo che per lui rappresenta stabilità e rifugio, ma che per lei equivale a un esilio emotivo. La nascita del figlio non è un inizio, ma l’innesco del collasso: Grace scivola in una depressione post partum sempre più evidente, trasformando il quotidiano in un campo di battaglia psicologico.
40 secondi, la recensione
Ci sono fatti di cronaca che bruciano più di altri, che sconvolgono l’opinione pubblica per la brutalità e l’assurdità con cui si consumano. L’omicidio di Willy Monteiro Duarte, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 a Colleferro, è uno di questi. Un’aggressione fulminea, feroce, inspiegabile. E quei 40 secondi che danno il titolo al film di Vincenzo Alfieri sono il tempo esatto che intercorre tra l’arrivo dei fratelli Bianchi sul luogo della rissa e il momento in cui Willy cade al suolo agonizzante. Quaranta secondi: la misura spaventosa di quanto velocemente può spezzarsi una vita e frantumarsi un intero tessuto sociale.
Un semplice incidente (It Was Just an Accident), la recensione
Jafar Panahi è un regista che nel corso degli anni ha attraversato un percorso artistico e di vita in cui questi due lati sono andati via via sempre più a fondersi, in particolare dal film del 2011 This is not a Film, realizzato, come i film successivi, senza il permesso ufficiale del governo iraniano. In questa fase il confine tra cinema e realtà diventa sfumata in opere metacinematografiche come Taxi Teheran (vincitore dell’orso d’oro a Berlino 2015) e No Bears (premio speciale della giuria a Venezia 2022), il primo attraversando la città di Teheran e mettendo al centro le microstorie degli avventori di un taxi guidato dallo stesso Panahi, il secondo mentre il regista si nasconde dalle autorità che hanno ordinato il suo arresto in una piccola comunità al confine con la Turchia dove si scontra con le tradizioni locali.
The Toxic Avenger, la recensione del reboot
Nel panorama del cinema indipendente, poche case di produzione hanno saputo incarnare con la stessa coerenza e furore anarchico lo spirito del B-movie come ha fatto Troma Entertainment. Fondata da Lloyd Kaufman e Michael Herz, la Troma ha dato forma a cult come Class of Nuke ’Em High, Tromeo & Juliet, e ovviamente il fondamentale The Toxic Avenger del 1984: uno schlock-splatter che raccontava, con ironia corrosiva, lo squallore dell’America industriale e del culto per la forma fisica, raccogliendo un pubblico devoto e alimentando generazioni di cinefili amanti del trash d’autore.
È dunque con curiosità che si accoglie il reboot di The Toxic Avenger targato 2023, scritto e diretto da Macon Blair e prodotto dallo stesso Kaufman (e Herz), che tenta di riportare in sala Toxie ma aggiornato ai tempi del corporativismo farmaceutico e della salute privata americana. Dopo decenni di sequel e produzioni multimediali, questo è il primo capitolo della saga ad arrivare in sala anche in Italia.
Dracula – L’amore perduto, la recensione
Il 2025 sembra essere l’anno dei grandi ritorni dei mostri classici al cinema. Dopo Wolf Man di Leigh Whannel, Nosferatu di Robert Eggers e Frankenstein di Guillermo del Toro, il grande schermo si arricchisce di una nuova incarnazione anche del più celebre dei vampiri con Dracula – L’amore perduto, e per l’inizio del 2026 è atteso anche un libero adattamento da The Bride of Frankenstein con The Bride… così da non farci mancare nulla! In questo contesto, Luc Besson si misura con il mito del conte vampiro, e lo fa in maniera decisamente personale, scegliendo di mescolare suggestioni classiche con il suo tipico gusto per il “fumettone” eccessivo e ad alta velocità visiva.









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