Die My Love, la recensione
Nel cinema di Lynne Ramsay esiste un filo rosso ormai evidente: raccontare esplosioni emotive che nascono in ambienti chiusi, familiari, asfissianti. I suoi personaggi non vivono mai in equilibrio, ma sul crinale di una frattura interiore pronta a dilaniarli. Da Ratcatcher a E ora parliamo di Kevin, fino a You Were Never Really Here, il cinema della Ramsay lavora egregiamente sul trauma interiore. Die My Love, tratto dal romanzo omonimo di Ariana Harwicz, si inserisce perfettamente in questa traiettoria, risultando però un film più interessante sulla carta che nella sua effettiva resa.
Non è un caso che il paragone più immediato sia proprio con E ora parliamo di Kevin: se lì la maternità era vista come una maledizione che implodeva nella tragedia, qui viene trattata come una prigione invisibile che soffoca lentamente. Al centro c’è Grace, trasferitasi con il compagno Jackson in una casa isolata, immersa nella natura, lontana dalla città, dagli stimoli, dalla socialità. Un luogo che per lui rappresenta stabilità e rifugio, ma che per lei equivale a un esilio emotivo. La nascita del figlio non è un inizio, ma l’innesco del collasso: Grace scivola in una depressione post partum sempre più evidente, trasformando il quotidiano in un campo di battaglia psicologico.
Il film racconta la frattura progressiva della coppia, fatta di silenzi, fughe, rabbia improvvisa e sessualità disputata come ultimo territorio di sopravvivenza. Grace si disconnette dalla realtà, il desiderio esplode in forme autodistruttive, il corpo diventa territorio di conflitto e il paesaggio attorno si trasforma in una proiezione dello stato mentale della protagonista. Il marito, pur imperfetto, tenta una razionalità impossibile davanti all’irrazionalità del dolore di lei, finendo risucchiato in una spirale di incomunicabilità.
Il problema fondamentale di Die My Love sta proprio qui: Ramsay affolla il film di simbolismi, di immagini metaforiche, di gesti astratti, ma sembra dimenticare che il cinema è narrazione emotiva prima che manifesto teorico. Tutto è allegoria – l’ambiente, il sesso, il bambino, il cane, persino il sonno – e questa insistenza sul non-detto finisce per soffocare lo spettatore. Quando un film narrativo resta intrappolato nel proprio sottotesto, significa che la scrittura ha perso contatto con la superficie della storia.
Di conseguenza anche l’interpretazione di Jennifer Lawrence appare sempre sopra le righe: fisicamente totale, coraggiosa fino all’esposizione estrema del corpo, ma emotivamente respingente. Grace è talmente esasperata che diventa difficile comprenderla, come donna e come personaggio. Paradossalmente – e qui il film tradisce le sue stesse intenzioni politiche – si finisce per empatizzare molto di più con Jackson, interpretato da Robert Pattinson: incastrato tra responsabilità familiari e impotenza emotiva, incapace di aiutare una donna che sembra non voler essere salvata. Un esito che rovescia il centro ideologico del racconto, facendo emergere un cortocircuito involontario.
Eppure, il film regge quasi interamente sulle spalle di Lawrence. Senza il suo corpo come campo di battaglia, senza il suo sguardo febbrile, Die My Love si dissolverebbe definitivamente nell’astratto. Ramsay la usa come una scultura viva, come un corpo narrante, ma lo fa sacrificando qualsiasi forma di accesso emotivo per lo spettatore.
Alla fine dei conti, più che un film, Die My Love sembra un lungo saggio emotivo sulla prigionia della donna nella struttura famigliare. Un’opera coerente, lucidissima nella sua ideologia… eppure incapace di trasformarla in autentico coinvolgimento. Un cinema che pretende di essere sentito più che capito, ma che finisce per essere soltanto decifrato.
Distribuito al cinema il 27 novembre da MUBI dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025, resta uno dei film più emblematici di un certo cinema contemporaneo: potente sulla pagina, freddo sullo schermo.
Roberto Giacomelli
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