28 anni dopo: Il tempio delle ossa, la recensione

“Woe to you, Oh Earth and Sea, for the Devil sends the beast with wrath, because he knows the time is short…”

(Apocalisse di Giovanni 12:12 – The Number of the Beast, Iron Maiden)

Il secondo capitolo della trilogia 28 anni dopo – o quarto capitolo della saga iniziata con 28 giorni dopo, se preferite – arriva come un fulmine a ciel sereno non solo perché esce in sala a soli sei mesi dal precedente film, ma anche perché si mostra come una “parentesi” decisamente anomala nel contesto dei “28”.

28 anni dopo: Il tempio delle ossa inizia proprio lì dove terminava il precedente capitolo, ovvero con l’incontro tra il giovane Spike (Alfie Williams) e la gang dei Jimmy. Quel finale grottesco dà il “la” a un inizio decisamente cruento, che è poi il leitmotiv di tutto il film.

Mentre Spike è diventato un Jimmy e segue Lord Sir Jimmy Crystal (Jack O’Connell) nelle scorribande di violenza e depravazione dettate dal volere del Vecchio Caprone, il Dott. Kelson (Ralph Fiennes) prosegue la sua missione di “rieducazione” degli infetti e trova un modo per placare la rabbia di Samson (Chi Lewis Parry), l’Alpha che caccia attorno all’accampamento del dottore.

La strada di Spike torna però a incrociarsi con quella del Dott. Kelson quando i Jimmy individuano il suo “tempio delle ossa”, convincendosi che proprio lui sia la reincarnazione del Vecchio Caprone che muove le loro gesta.

28 anni dopo

Come tutti i capitoli di mezzo delle celebri trilogie, anche 28 anni dopo: Il tempio delle ossa non ha ne capo ne coda. Quindi se non avete visto il film di Danny Boyle del 2025 o non avete intenzione di guardare il terzo che dovrebbe riportare dietro la macchina da presa proprio Boyle, non perdete tempo con questa parentesi centrale.

Al contrario, se le distopie sanguinolente e le storie di contagi letali vi garbano, nonché avete amato il ritorno di questa saga, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa è un film che può offrire diverse suggestioni, soprattutto perché esce da ogni convenzione e da qualsiasi comfort zone per raccontare una storia che fondamentalmente mostra l’ideale scontro tra ragione e fede, scienza e fanatismo.

28 anni dopo

Il Dott. Kelson, magnifico personaggio interpretato da un ancora più magnifico Ralph Fiennes, è qui al centro della narrazione dando modo allo script di Alex Garland di approfondire la sua “missione”, che è molto semplicemente quella di ritrovare l’umanità perduta negli infetti. 28 anni dopo: Il tempio delle ossa si ferma molto, infatti, ad analizzare il bizzarro rapporto che si è creato tra il dottore e l’Alpha Samson, un rapporto che cerca di evadere la violenza degli scontri attraverso un espediente medico che diventa, a poco a poco, psichiatrico. È la scienza a muovere, ovviamente, l’operato di Kelson e la scienza può essere anche la risposta alla situazione generale che ha portato la Gran Bretagna al collasso e gli inglesi prossimi all’estinzione.

Ma all’orizzonte si affaccia una minaccia che è bel più pericolosa e imprevedibile degli infetti rabbiosi, ovvero la deriva fanatica della fede.

Si potrebbe disquisire molto su questo argomento, dal momento che lo scontro tra ragione e fede ha origini antiche, un dialogo che sembra utilizzare sempre due linguaggi differenti e incomprensibili tra loro per essere intavolato.

28 anni dopo

Se Kelson è un chiaro esponente del “logos”, Jimmy Crystal persegue il “mythos”. Non c’è apparente dialettica tra i due e lo scontro è pressoché annunciato.

Jimmy, interpretato da un perfido Jack O’Connell, che dopo I Peccatori ha il ruolo del villain cucito addosso, è il leader della setta che prende da lui il nome. Più che una setta ricorda una gang di maranza stile i drughi di kubrickiana memoria, con un look ben riconoscibile che indica conformazione al gruppo, un gergo e una serie di riferimenti popolari comuni molto precisi (i Teletubbies, su tutti). Quella di Jimmy è una dittatura che fa leva sulla debolezza dei suoi discepoli e, di conseguenza, sulla fede, sulla creduloneria che però non esula dal dubbio. E Jimmy sa che i suoi discepoli dubitano ed è per questo che gli serve una prova per rinforzare il dogma su cui si sviluppano le sue menzogne e il suo potere.

Il film segue parallelamente le violentissime avventure dei Jimmy e la quotidianità di Kelson e incredibilmente ci mostra pochissimo gli infetti, che sono al centro solamente di due brevi sequenze. Perché, arrivati a questo punto, è chiaro che non sono i rabbiosi – anzi, gli zombi, li chiamano così nel film ad un certo punto! – la vera minaccia della saga “28”, ma gli umani che hanno perso la loro umanità. Che si tratti dei militari del primo film o la banda di fanatici satanisti di quest’ultimo capitolo, sono “quelli sani” da cui bisogna guardarsi perché loro, a differenza degli infetti, dal male non possono più guarire.

Dietro la macchina da presa di 28 anni dopo: Il tempio delle ossa troviamo Nia DaCosta che ricordiamo soprattutto per il bel quarto film della saga di Candyman, anche se i più ricondurranno il suo nome al non troppo riuscito The Marvels. Nia DaCosta, a differenza di Danny Boyle, non ha uno stile così forte e riconoscibile e infatti il suo 28 anni dopo è stilisticamente molto più sobrio, normalizzato. Questo potrebbe essere un difetto se pensiamo al lavoro che Boyle aveva fatto sul film precedente, che trasudava personalità da ogni fotogramma, ma è anche un modo per mettersi al servizio della storia senza distrarre lo spettatore con trovate eccentriche. La normalizzazione della regia, dunque, ha un suo valore.

Dopo la sequenza che chiude 28 anni dopo: Il tempio delle ossa, la curiosità su che strada possa prendere la conclusione è davvero tanta, ma il terzo (o quinto, se preferite) e ultimo capitolo non ha ancora una data e bisognerà aspettare ben più di sei mesi per poterlo vedere al cinema. Però una cosa è certa: con questa saga, l’immagine dello “zombi” e il contesto che lo ospita hanno assunto un significato davvero profondo e catartico, assolutamente il più “alto” dai tempi degli indimenticabili morti viventi di George A. Romero.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Porta la saga di “28” in territori abbastanza imprevedibili.
  • L’ottimo lavoro di Ralph Fiennes e Jack O’Connell.
  • Dà l’impressione di essere un film libero dalle convenzioni del cinema mainstream.
  • È un capitolo di mezzo e in quanto tale non ha un inizio ne una vera fine.
  • Dopo 28 anni dopo di Boyle qui c’è una regressione stilistica e Nia DeCosta realizza un film “normale”. Per i fan di Boyle e di tutti i capitoli precedenti della saga, questo potrebbe essere un difetto.
VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: 0 (da 0 voti)
28 anni dopo: Il tempio delle ossa, la recensione, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.