La petite: elaborazione di un lutto secondo Guillaume Nicloux

Come reagireste se un domani, di punto in bianco, vi comunicassero per telefono che l’aereo su cui viaggiava vostro figlio è precipitato? Probabilmente, qualcuno piangerebbe disperato, tentando con tutto se stesso di convincersi che non può essere successo davvero, che “finché non si troverà il corpo ci sarà ancora speranza”. Altri, invece, con il cuore colmo d’odio, cercherebbero disperatamente di andare avanti, aggrappandosi all’illusione che, solo una volta fatta giustizia, le proprie vite potranno tornare alla normalità. Infine, ci saranno coloro che, come il nostro protagonista, si troveranno a fare i conti con anni di sbagli, di incomprensioni e di litigi ai quali non potranno più rimediare. Tutto questo è La petite: ultimo lungometraggio targato Guillaume Nicloux, con uno straordinario Fabrice Luchini. Il film arriverà in Italia il 18 gennaio con Movies Inspired.

Joseph (Fabrice Luchini) scopre che suo figlio Emanuel e il suo compagno sono morti in un incidente. I due si erano rivolti ad una madre surrogata (Mara Taquin), nella speranza di avere un figlio. L’uomo, tentando di elaborare il proprio lutto, partirà per Gent alla ricerca della ragazza, certo che quella futura bambina potrà mantenere viva l’anima del figlio morto.

In un’epoca in cui i registi sembrano ossessionati dalle trame complicate e dai kolossal dalla durata infinita, Guillaume Nicloux – L’eletto (2006); La religiosa (2013) – ci regala un dramma familiare di circa un’ora e mezza, con una trama lineare e senza colpi di scena, dimostrando come si possa realizzare un buon film senza rinunciare alla semplicità. Lo so, è strano dirlo dopo aver visto Valley of Love (2013), ma con La Petite il regista francese ha saputo denaturalizzarsi, allontanandosi dai propri standard e adattando alla perfezione il romanzo La berceau di Fanny Chesnel.

Gran parte del merito va dato ad uno straordinario Fabrice Luchini, capace di reggere il film anche nei momenti più critici. Il suo Joseph, da solo, vale il prezzo del biglietto; non solo per l’attore, ma per l’ottimo lavoro di scrittura del suo personaggio, che nel corso del film alternerà picchi di mattanza, in pieno stile Luchini, a picchi drammatici e più riflessivi. La morte del figlio, per il protagonista sarà quella epifania, che farà nascere in lui il desiderio di rimediare agli errori del passato per poter, finalmente, tornare a vivere. Il simbolo di questa sua lunga e tormentata trasformazione, oltre che la bambina da cui trae il titolo il film, sarà la folta barba dell’attore, ma per evitarvi spoiler, lascerò a voi scoprirne il come e il perché.

Plauso d’onore anche per la fotografia di Yves Cape, che incontra nuovamente la regia di Nicloux dopo il film La religiosa (2013), e per le musiche di Ludovico Einaudi, capaci ogni volta di sposarsi alla perfezione con questo genere di film.

Tra le noti dolenti, non posso non citare il montaggio: la durata di un’ora e mezza, di per sé, non sarebbe un problema. Anzi, come detto all’inizio, ben vengano film corti e ben fatti, peccato però che il lavoro di Guy Lecorne non sia stato dei migliori: con alcune sequenze in cui i tagli sono troppo evidenti, al punto da generare confusione in chi guarda. Peccato.

Probabilmente, molti di voi non saranno d’accordo con quanto starò per dire ma, l’interpretazione di Mara Taquin non l’ho trovata neanche lontanamente paragonabile a quella di Luchini. La sua Rita sarebbe dovuta essere una ragazza-madre dal carattere forte ed esuberante, eppure, per tutto il tempo l’impressione che ho avuto è stata quella di una ragazza insopportabile e con la quale era impossibile entrare in empatia. A questo va aggiunta inoltre una scrittura, a mio avviso, pessima dell’argomento “mamma surrogata”, che sferra il colpo del KO al personaggio di Rita. Se infatti, da una parte, l’elaborazione del lutto muove il personaggio di Joseph, e lo spinge a creare disperatamente un rapporto con Rita, dall’altra, abbiamo una ragazza che, inerme davanti agli scherzi del destino, si ritrova a fare i conti con una scelta presa forse con troppa superficialità. Premesse che avrebbero potuto dar vita ad un personaggio davvero interessante e dal forte carattere politico-sociale se solo avessero avuto il coraggio di approfondirlo. Un’occasione persa? Un po’ sì, ma neanche troppo.

Nel complesso, resta un film gradevole, non perfetto, ma che non annoia mai, perfetto per coloro che vogliono trascorrere la serata guardando un film capace di regalare momenti riflessivi, pur mantenendo una struttura semplice e disimpegnata.

Alberto Coluccio

PRO CONTRO
  • Luchini giganteggia.
  • Regia e comparto tecnico portano a casa un buon risultato.
  • Un montaggio caotico, con tagli fin troppo evidenti che generano caos.
  • Troppo poco coraggio nell’affrontare argomenti delicati e complessi.
VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: +3 (da 3 voti)
La petite: elaborazione di un lutto secondo Guillaume Nicloux, 6.0 out of 10 based on 1 rating

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.