Dylan Dog Horror Show: la recensione dello spettacolo teatrale sull’Indagatore dell’Incubo

Con Dylan Dog ho praticamente imparato a leggere. Colleziono le avventure dell’Indagatore dell’Incubo da quasi quarant’anni e posso dire di conoscere piuttosto bene quel singolare universo fatto di orrore, malinconia, ironia e amori impossibili che Tiziano Sclavi ha saputo costruire. Una premessa personale necessaria per affrontare Dylan Dog Horror Show, ambizioso spettacolo teatrale prodotto da Sergio Bonelli Entertainment in occasione del quarantennale del personaggio, che abbiamo visto al Teatro Eliseo di Roma, dove lo spettacolo su Dylan Dog ha inaugurato la riapertura sotto una nuova direzione artistica. Perché, paradossalmente, la familiarità con il materiale originale rappresenta tanto un requisito quasi indispensabile per seguire la rappresentazione quanto un possibile ostacolo al suo pieno apprezzamento.

Con la regia di Valter Malosti e la drammaturgia di Nicola Russo, lo spettacolo si configura come un viaggio nell’inconscio del protagonista. Tutto prende avvio da un incubo, interrotto dall’arrivo di una cliente che reclama l’attenzione dell’investigatore londinese. Dylan, come spesso accade nei fumetti, non ha alcuna intenzione di accettare il caso, ma una concatenazione di eventi sospesa tra contatto con l’aldilà e casualità onirica lo trascina in un percorso a ritroso nella propria esistenza, costringendolo a confrontarsi con la famiglia e con alcuni dei suoi grandi amori.

Non si tratta, però, di un racconto costruito secondo una progressione cronologica o una successione logica degli avvenimenti. La messinscena procede per associazioni, apparizioni e frammenti di memoria, attingendo a episodi fondamentali della mitologia dylaniata come Il fantasma di Anna Never, Memorie dall’invisibile, Il lungo addio, Oltre la morte, La storia di Dylan Dog e Finché morte non ci separi, oltre a disseminare numerosi riferimenti destinati ai lettori più attenti. Una struttura che rende l’esperienza particolarmente ostica per chi non conosce già personaggi e vicende, soprattutto quando entrano in gioco il passato familiare di Dylan e la figura di Morgana (interpretata da Annamaria Troisi). Del resto, noi lettori abbiamo impiegato anni e numerosi albi per comprenderne la funzione all’interno della saga, e qualche dubbio continua ad accompagnarci ancora oggi: difficile pretendere che uno spettatore completamente digiuno della materia riesca a orientarsi in una sola serata.

Il problema è che nemmeno per l’appassionato di lunga data l’esperienza risulta del tutto appagante. La drammaturgia sembra infatti possedere la consistenza di uno di quegli albi celebrativi tanto ricchi di richiami al passato quanto poveri di autentica ispirazione. Si ha quasi l’impressione che all’autore sia stato consegnato un elenco di storie imprescindibili da studiare e inserire obbligatoriamente nella rappresentazione. I riferimenti ci sono, spesso anche puntuali, ma manca qualcosa di molto più importante: l’anima di Dylan Dog.

Questa assenza si avverte soprattutto nella caratterizzazione del protagonista. Il Dylan che vediamo sul palcoscenico è un personaggio prevalentemente passivo, trascinato dagli eventi e privato di quel fascino introverso, romantico e malinconico che ne costituisce da sempre il tratto distintivo. Gabriele Graham Gasco è un interprete capace, ma appare poco aderente al ruolo, tanto per presenza fisica quanto per restituzione della personalità del personaggio. Sembra insomma che lo studio dell’iconografia abbia prevalso sulla comprensione della sua sostanza.

Discorso diametralmente opposto per Groucho, al quale Loris Fabiani conferisce una presenza scenica irresistibile. L’attore dimostra una perfetta padronanza del personaggio, dei suoi tempi comici e della relazione con gli altri interpreti, finendo sistematicamente per catalizzare l’attenzione ogni volta che entra in scena. Il resto del cast offre risultati alterni: Antonino Iuorio riesce a rendere credibile Bloch (grazie anche all’aderenza fisica) anche quando la scrittura non lo valorizza pienamente, più pregnanti la Madame Trelkovski di Ida Marinelli e l’inedito Demone di Danilo Nigrelli, mentre Sofia Fusciani e Camilla Nigro, rispettivamente Anna Never e Bree Daniels, dimostrano notevoli qualità interpretative e una presenza scenica particolarmente incisiva. Meno convincenti, invece, Dario Battaglia nei panni di Xabaras e Marit Nissen in quelli di Veronika.

A evidenziare ulteriormente queste disparità interviene la componente musicale. Dylan Dog Horror Show comprende infatti numerosi intermezzi cantati, talvolta accompagnati anche da coreografie, pur senza configurarsi propriamente come un musical. Una scelta che sembra rispondere soprattutto alla necessità di movimentare la rappresentazione, interrompendo una narrazione altrimenti piuttosto faticosa. Il risultato, però, è discontinuo: se Fusciani e Nigro dimostrano una buona padronanza anche del canto, Battaglia e Nissen manifestano limiti vocali decisamente evidenti. Più in generale, questi inserti finiscono spesso per spezzare la tensione drammatica e risultano difficilmente conciliabili con lo spirito del fumetto, soprattutto quando coinvolgono direttamente Dylan. L’impressione è che il desiderio di spettacolarizzare abbia prevalso, ancora una volta, sulla fedeltà alla natura profonda del personaggio.

Dove la produzione raggiunge invece risultati eccellenti è nell’allestimento. La scenografia è magnifica, articolata attraverso un utilizzo intelligente dello spazio e di molteplici superfici di proiezione che conferiscono profondità agli ambienti, trasformando continuamente il palcoscenico e dando consistenza visiva alla dimensione onirica del racconto. Altrettanto riuscito il disegno sonoro, sostenuto da un impianto audio di grande efficacia, effetti puntuali e una coinvolgente esecuzione musicale dal vivo. Da questo punto di vista, lo spettacolo possiede una ricchezza tecnica e una forza immersiva davvero notevoli, capaci di restituire almeno sul piano sensoriale la natura mutevole e perturbante dell’universo sclaviano.

C’è infine un dettaglio curioso, quasi emblematico: al termine della rappresentazione, Dylan si rivolge direttamente al pubblico fornendo una sorta di identikit di sé stesso. Un momento che sembra confermare involontariamente quanto molti elementi fondamentali del personaggio rischino di non essere arrivati allo spettatore durante lo spettacolo, rendendo necessaria una spiegazione conclusiva.

Dylan Dog Horror Show è dunque un’operazione sontuosa, ricca e visivamente affascinante, che testimonia un investimento produttivo importante e una sincera volontà di celebrare uno dei personaggi più significativi del fumetto italiano. Ma è anche uno spettacolo dalla drammaturgia fragile, poco accessibile ai neofiti e non sempre capace di soddisfare chi quei fumetti li conosce profondamente e poi viene anche a mancare uno degli elementi cardine del progetto di Scalvi: la dimensione più puramente horror.

La messinscena riesce sicuramente a dare corpo agli incubi di Dylan Dog, senza però riuscire fino in fondo a restituirne la vera voce. E per un personaggio che ha sempre trovato la propria forza soprattutto nelle fragilità dell’animo umano, è una mancanza tutt’altro che secondaria.

Dylan Dog Horror Show è in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 6 dicembre 2026.

Roberto Giacomelli

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