Ice Cream Man, la recensione
Se c’è un elemento che attraversa con sorprendente coerenza tutta la carriera di Eli Roth, è il suo rapporto profondamente ludico con il cinema. Anche quando mette in scena le atrocità più indicibili, il regista di Hostel sembra conservare l’entusiasmo di un ragazzino che ha appena scoperto quanto possa essere divertente giocare con il proibito. Una predisposizione che non riguarda soltanto l’horror, ma emerge persino nelle sue incursioni in altri generi: basti pensare all’immaginario videoludico, anarchico e sopra le righe di Borderlands, oppure alla dimensione dark e surreale che caratterizzava il fantasy per ragazzi Il mistero della casa del tempo. Con Ice Cream Man, però, Roth sembra aver deciso di portare questa attitudine alle conseguenze più estreme, confezionando quello che probabilmente è il suo film più sfrenato sul piano della violenza grafica. Il risultato è una sorta di cartone animato trasformato in carne e ossa, un’orgia di sangue, frattaglie e trovate sadiche che sembra uscita direttamente da una versione live-action dei simpsoniani Grattachecca e Fighetto. Soltanto che, stavolta, a essere fatti a pezzi non sono un gatto e un topo.
In un’idilliaca cittadina americana, l’arrivo di un misterioso gelataio (Ari Millen) sembra rappresentare la soluzione perfetta per affrontare la calura estiva. Il suo camioncino dall’aspetto rétro attira immediatamente l’attenzione dei bambini, conquistati da gusti irresistibili che nascondono però un ingrediente decisamente inquietante. Chiunque assaggi quei gelati comincia infatti a manifestare comportamenti anomali, fino a trasformarsi in una piccola macchina assassina, pronta a scatenare la propria furia soprattutto contro gli adulti. Mentre la comunità precipita rapidamente nel caos, il giovane Jared (Charlie Zeltzer), che per una fortunata intolleranza al lattosio non ha potuto assaggiare le prelibatezze del nuovo arrivato, cerca di sopravvivere insieme a un gruppo di coetanei e di comprendere come fermare quella carneficina.
In uscita nei cinema italiani il 29 ottobre con Midnight Factory, Ice Cream Man rappresenta per Roth un ritorno a quell’horror dissacrante nel quale il piacere della provocazione conta almeno quanto la costruzione della paura. Il regista calca continuamente la mano sull’ironia, ma sarebbe sbagliato considerare il film una commedia: il tono rimane quello di un horror grottesco, costantemente sopra le righe, nel quale l’esagerazione diventa lo strumento necessario per impedire allo spettatore di prendere troppo sul serio le atrocità che scorrono sullo schermo. È un equilibrio che Roth aveva già sperimentato con ottimi risultati in Cabin Fever e, più recentemente, in Thanksgiving, ma che qui viene spinto fino a raggiungere una dimensione quasi astratta. Le uccisioni sono talmente elaborate, assurde e spropositate da trasformarsi in autentiche gag visive, costruite secondo una logica che appartiene più all’animazione slapstick che al cinema dell’orrore tradizionale.
Alla base del racconto si riconosce chiaramente la struttura della fiaba del Pifferaio di Hamelin: uno sconosciuto arriva in una comunità, conquista i bambini attraverso un richiamo irresistibile e li sottrae progressivamente al controllo degli adulti. Roth sostituisce la musica del pifferaio con la melodia del camioncino e il fascino ipnotico dei dolciumi, trasformando un archetipo folkloristico in un incubo suburbano. Impossibile, inoltre, non pensare a Weapons di Zach Cregger, soprattutto per alcune evidenti affinità iconografiche e per il ruolo assunto dai bambini all’interno della carneficina. Verrebbe quasi da immaginare che Roth abbia deciso di prendere il finale di quel film e costruirci intorno un intero lungometraggio, se non fosse che Ice Cream Man è un progetto che il regista coltivava già da molti anni.
Le parentele cinematografiche, comunque, non finiscono qui. L’idea di un alimento irresistibile capace di manipolare chi lo consuma rimanda direttamente a The Stuff di Larry Cohen, mentre la trasformazione dei bambini in una minaccia omicida richiama il magnifico Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibáñez Serrador e, naturalmente, Grano rosso sangue di Stephen King. Nonostante il titolo, invece, il film non ha alcun legame con I gusti del terrore del 1995, né con l’omonima serie a fumetti Ice Cream Man. È un immaginario che Roth rielabora con il consueto entusiasmo cinefilo, concedendosi persino un omaggio musicale al cinema italiano attraverso l’utilizzo di un brano di Ennio Morricone tratto da L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento.
Anche l’aspetto visivo partecipa pienamente a questa operazione. La fotografia luminosa, i colori accesi e l’immagine rassicurante della provincia americana evocano deliberatamente l’iconografia suburbana degli anni Cinquanta, alla quale sembrano appartenere tanto il gelataio quanto il suo caratteristico camioncino. Un’estetica volutamente cheap, quasi da vecchio B-movie, che crea un contrasto irresistibile con ciò che accade progressivamente davanti alla macchina da presa. A dominare sono soprattutto gli effetti artigianali, utilizzati con una generosità che richiama il cinema horror degli anni Ottanta e Novanta: corpi dilaniati, teste devastate e mutilazioni sempre più fantasiose compongono un catalogo di atrocità nel quale Roth sembra divertirsi almeno quanto il suo pubblico di riferimento.
Il paragone con la saga Terrifier diventa inevitabile, anche perché la ricerca di una violenza sempre più estrema sembra rispondere alla medesima volontà di superare continuamente i limiti del rappresentabile. La differenza, tuttavia, è sostanziale. Se nel cinema di Damien Leone lo splatter conserva una componente malsana, disturbante e autenticamente sadica, in Ice Cream Man la carneficina viene quasi completamente assorbita dalla dimensione cartoonesca. Non si tratta tanto di provocare disgusto quanto di suscitare una risata incredula davanti all’ennesima trovata impossibile. Il sangue diventa il colore con cui Roth disegna le proprie gag, mentre il corpo umano viene trattato come una materia elastica, pronta a subire qualsiasi deformazione pur di arrivare alla battuta successiva.
Eppure, sotto questa montagna di frattaglie, qualche suggestione sociale riesce comunque a emergere. La più evidente riguarda il consumismo compulsivo al quale vengono educati i bambini, bombardati da messaggi pubblicitari e stimoli subliminali attraverso tablet e smartphone, fino a diventare consumatori incapaci di resistere a un prodotto confezionato per risultare irresistibile. Il gelato diventa così anche un simbolo dell’abitudine a ingurgitare quantità spropositate di zuccheri fin dalla tenera età, con un riferimento tutt’altro che casuale al problema dell’obesità infantile negli Stati Uniti. Roth non risparmia nemmeno il mondo ecclesiastico, concedendosi una stoccata particolarmente feroce sul tema della pedofilia. Insomma, qualche contenuto sociale esiste, anche se sarebbe probabilmente eccessivo cercare in Ice Cream Man una satira strutturata: il regista preferisce disseminare provocazioni lungo il percorso, per poi tornare immediatamente a ciò che gli interessa davvero, ovvero fare a pezzi qualcuno nel modo più fantasioso possibile.
Il problema principale del film risiede infatti nella sceneggiatura, scritta da Roth insieme a Noah Belson, che manifesta una sciatteria difficile da ignorare. Il ritmo è serrato, l’impianto da survival horror funziona e la successione delle carneficine mantiene alto il livello dell’intrattenimento, ma ogni volta che i personaggi aprono bocca sembrano destinati a pronunciare battute di una stupidità disarmante. E non sempre si ha la sensazione che sia una scelta deliberata. Ancora più discutibile è la gestione dell’ultimo atto, nel quale spiegazioni, rivelazioni e avvenimenti si accumulano con una frenesia quasi incontrollata. In parte questo sovraffollamento alimenta il tono grottesco dell’operazione, ma più spesso tradisce un goffo tentativo di attribuire una logica concreta a qualcosa che funzionava molto meglio nella propria assoluta assurdità. Paradossalmente, Roth avrebbe potuto eliminare buona parte degli spiegoni e dei colpi di scena, affidandosi esclusivamente al gusto per l’eccesso che fino a quel momento aveva sostenuto il film.
Ice Cream Man non è certamente il miglior lavoro di Eli Roth: Cabin Fever, i due Hostel, Knock Knock e Thanksgiving rimangono opere più compiute, nelle quali la provocazione trova anche una maggiore solidità cinematografica. E non è nemmeno un film adatto a tutti i palati, perché per apprezzarlo bisogna possedere una particolare predisposizione verso il cattivo gusto, la violenza gratuita e un’idea di divertimento che prevede abbondanti quantità di sangue finto. Ma, accettate queste condizioni, è difficile negare quanto sappia essere dannatamente spassoso. Un horror che parla direttamente alla pancia degli appassionati, senza chiedere permesso e senza preoccuparsi troppo delle buone maniere. In fondo, Eli Roth ci offre esattamente ciò che promette: un gigantesco cono di gelato ricoperto di frattaglie e servito con una generosa dose di follia. Peccato soltanto che, ogni volta che prova a spiegarci la ricetta, finisca per rovinarci un po’ il dessert.
Roberto Giacomelli
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