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The Nameless Ballad, la recensione

Musica e cinema horror hanno sempre intrattenuto un rapporto privilegiato, un legame che va ben oltre il semplice accompagnamento sonoro delle immagini. La musica è infatti uno degli strumenti più efficaci per costruire la paura: può insinuarsi sotto la pelle, anticipare una minaccia, suggerire la presenza di qualcosa che ancora non vediamo o trasformare un ambiente apparentemente innocuo in uno spazio carico di inquietudine. Basti pensare al contributo dei Goblin per il cinema di Dario Argento, alle sonorità di Bernard Herrmann per Psyco o alla potenza evocativa di John Carpenter, che ha spesso composto personalmente le musiche dei propri film. Ma il rapporto tra i due mondi è sempre stato reciproco. Il rock e soprattutto l’heavy metal hanno attinto a piene mani dall’immaginario horror, trasformandone mostri, atmosfere e simbologie in un linguaggio estetico e musicale. Non è un caso che i Black Sabbath abbiano preso il proprio nome dal film di Mario Bava (I tre volti della paura), che Rob Zombie abbia battezzato la sua band White Zombie in omaggio al classico con Bela Lugosi o che artisti come Alice Cooper abbiano fatto della teatralità macabra una componente essenziale delle proprie esibizioni. Un’influenza che ha attraversato anche le copertine degli album, i testi e i videoclip, fino a diventare una vera e propria identità culturale.

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