30 giorni di buio, la recensione
Il vampiro è una delle più antiche e celebri figure dell’immaginario orrorifico. Il cinema ha celebrato questo affascinante e inquietante archetipo della seduzione e del male attraverso numerose pellicole e molteplici incarnazioni, trasformando il pallido succhiasangue da spauracchio notturno a vera e propria icona dell’immaginario classico.
Dopo la grande ondata di vampiri in celluloide che ha caratterizzato gli anni Novanta, con l’alternarsi di nobili e fascinosi efebi del male (Dracula di Bram Stoker, Intervista col vampiro) e rudi, mostruose creature della notte (Dal tramonto all’alba, Vampires), il cinema vampiresco ha subito una brusca frenata, arrivando a contaminarsi sempre più con l’action sfrenato delle saghe Blade e Underworld. A dieci anni di distanza da quello che potrebbe essere considerato l’ultimo vero grande film di vampiri, ovvero il sottovalutato Vampires di John Carpenter, arriva finalmente una nuova opera destinata a diventare un piccolo classico del genere: 30 giorni di buio.
Barrow, Alaska. L’ultimo tramonto prima di trenta giorni di oscurità sta per sopraggiungere, ma qualcuno sta sabotando tutti i mezzi di trasporto e comunicazione che collegano la cittadina al resto del mondo. Non appena cala la lunga notte, un gruppo di famelici vampiri assalta il paese e comincia a decimarne la popolazione. I pochi sopravvissuti, ormai completamente isolati, si rifugiano in una soffitta e tentano di resistere fino all’arrivo della prossima, lontanissima alba.
Prodotto dalla Ghost House Pictures di Sam Raimi e Robert Tapert, 30 giorni di buio è la trasposizione cinematografica dell’omonima graphic novel di Steve Niles (testi) e Ben Templesmith (disegni), entrambi coinvolti anche nella realizzazione del film, rispettivamente come sceneggiatore e art director. Il 30 Days of Night di Niles e Templesmith si è guadagnato in breve tempo l’appellativo di cult grazie all’inquietante e feroce caratterizzazione dei vampiri e, soprattutto, a un soggetto semplice quanto originale. Il film, diretto da un David Slade (Hard Candy) in ottima forma, ne ripropone sostanzialmente le caratteristiche, smussando soltanto alcuni elementi narrativi e regalando al genere vampiresco un grande spettacolo di terrore, crudeltà e adrenalina.
L’idea di ambientare un horror vampiresco proprio in Alaska è tanto semplice quanto geniale, perché permette di sfruttare senza troppi artifici di sceneggiatura una delle più celebri peculiarità del vampiro: la repulsione per la luce del sole. In un luogo freddo e ostile, dove il sole non sorge per ben trenta giorni, c’è davvero da aver paura se un branco di succhiasangue affamati decide di banchettare, riducendo gli esseri umani a semplici portate di una ricca cena.
Le vere star del film sono infatti proprio i mostri, crudeli e feroci come poche altre volte erano apparsi sul grande schermo, incapaci di provare la benché minima emozione umana. Macchine da guerra veloci e letali, si esprimono in una lingua sconosciuta ed emettono suoni terrificanti per comunicare e spaventare le proprie prede. Agiscono come animali, un branco di lupi guidato da un membro alfa che rappresenta al tempo stesso la forza e la debolezza del gruppo.
A contrastare questa assurda minaccia troviamo un manipolo di esseri umani inermi ma compatti, persone comuni sorprese mentre svolgono le proprie attività quotidiane. Tra loro emerge come leader il giovane sceriffo interpretato da un convincente Josh Hartnett (The Faculty, Black Dahlia), affiancato dall’ex moglie, interpretata da Melissa George (Amityville Horror, Turistas), che si ritrova a fronteggiare l’orrore un po’ per caso e un po’ per destino.
Gran parte del merito di 30 giorni di buio, oltre che all’efficacia del soggetto, va alla regia di Slade, capace di imprimere al film un ritmo serratissimo e di costruire una messa in scena accattivante in ogni singola inquadratura. Si passa con disinvoltura da un montaggio convulso e nervoso a lunghi momenti di quiete e stasi visiva, che conferiscono al racconto un’aura di epicità quasi carpenteriana.
Ed è proprio John Carpenter il più evidente riferimento stilistico e atmosferico di 30 giorni di buio, tanto che è facile individuare richiami a Distretto 13 – Le brigate della morte, per la situazione d’assedio, a La cosa, per l’ambientazione nevosa, i cani come prime vittime e il nichilismo di fondo, e soprattutto a Vampires, per il look e il modus operandi dei mostri.
Non viene certo lasciato in secondo piano l’aspetto più truculento della vicenda. Il film offre agli appassionati di splatter una serie di sanguinosi banchetti e feroci decapitazioni che non risparmiano davvero nessuno, facendo sì che il bianco manto di neve che ricopre strade e tetti di Barrow venga rapidamente contaminato dal rosso del sangue umano.
30 giorni di buio è un film decisamente ottimo, capace di inserirsi con prepotenza tra le migliori pellicole vampiresche mai realizzate. Certo, si può rilevare qualche inaccortezza nella sceneggiatura, che abusa delle ellissi narrative, ma di fronte a uno spettacolo così efficace e coinvolgente, difficilmente in grado di deludere gli appassionati del genere, si può anche chiudere un occhio.
Roberto Giacomelli
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