It Ends, la recensione
Quanto può andare lontano un film costruito sull’impossibilità di andare da qualche parte? Nel caso di It Ends, la risposta è piuttosto semplice: non abbastanza. L’esordio nel lungometraggio di Alexander Ullom parte da un’intuizione intrigante, possiede un’atmosfera efficace e dimostra come sia ancora possibile costruire un horror con pochissimi mezzi, ma finisce presto per rivelare un evidente problema di autonomia narrativa. Il suo è un soggetto che sembrerebbe adattarsi perfettamente al linguaggio del cortometraggio, dove la forza di una singola idea può sostenere un intero racconto, mentre affanna vistosamente nel tentativo di raggiungere i canonici novanta minuti. E così, paradossalmente, un film che vuole raccontare l’angoscia di un viaggio interminabile finisce per far sperimentare allo spettatore una sensazione fin troppo simile.
Presentato al SXSW nel 2025 e accolto con entusiasmo da buona parte della critica americana, It Ends arriva nei cinema italiani il 28 ottobre grazie a I Wonder Pictures. Protagonisti sono quattro amici appena laureati, James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole), che decidono di trascorrere insieme una serata prima che le rispettive strade si separino. Saliti a bordo di una Jeep Cherokee per andare a mangiare qualcosa, imboccano una strada isolata che attraversa un bosco, ma si accorgono ben presto che qualcosa non va: l’uscita che stanno cercando non arriva mai e, quando provano a fermarsi, alcune inquietanti figure emergono dalla vegetazione, avvicinandosi all’automobile con intenzioni tutt’altro che rassicuranti. I quattro comprendono così di essere intrappolati in una sorta di anomalia spazio-temporale, costretti a proseguire lungo un percorso apparentemente infinito senza sapere dove si trovino, come siano arrivati lì e, soprattutto, se esista davvero una via d’uscita.
Le premesse sono indubbiamente affascinanti e, almeno inizialmente, Ullom dimostra di saperle sfruttare. La perdita di coordinate spazio-temporali, la strada deserta e il bosco che sembra nascondere una minaccia indefinibile richiamano alla memoria piccoli classici del cinema di genere come Dead End di Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa, ma anche certe suggestioni di The Blair Witch Project o ancora più il terzo capitolo di Adam Wingard, soprattutto per la capacità di trasformare uno spazio apparentemente ordinario in una trappola dalla quale è impossibile sottrarsi. Il primo incontro con le misteriose figure ai margini della carreggiata è costruito con una tensione notevole: il pericolo rimane inizialmente indefinito, la regia sfrutta bene l’oscurità e l’abitacolo dell’automobile diventa improvvisamente un fragile rifugio, separato da qualcosa che non riusciamo a comprendere.
Si potrebbe immaginare, a questo punto, uno sviluppo narrativo incentrato sulla progressiva scoperta delle regole di questo universo, magari attraverso una serie di eventi capaci di modificare continuamente la percezione del pericolo. Ma It Ends sceglie deliberatamente un’altra direzione: l’anomalia non è tanto un mistero da risolvere quanto il dispositivo attraverso il quale raccontare una condizione esistenziale. Il problema è che Ullom cerca di dilatare il medesimo principio fino alla durata dell’intero lungometraggio, senza trovare sempre l’energia necessaria per sostenerlo.
La metafora, del resto, è piuttosto evidente. I quattro protagonisti appartengono a una generazione che ha appena concluso il proprio percorso di studi e si prepara ad affrontare un futuro percepito come incerto, forse addirittura inesistente. La strada che percorrono senza riuscire a raggiungere alcuna destinazione diventa la rappresentazione materiale di questa inquietudine: continuare ad andare avanti perché fermarsi sembra impossibile, pur non avendo la minima idea di dove si stia andando. È il vuoto esistenziale di una generazione cresciuta con la promessa che ogni percorso avrebbe condotto da qualche parte e costretta invece a confrontarsi con un orizzonte che continua ad allontanarsi. Una riflessione pertinente, che trova nell’assurdità della situazione un’espressione visiva immediata e potenzialmente molto efficace.
Il limite principale di It Ends è però quello di non riuscire mai ad andare realmente oltre il proprio impianto metaforico. Ullom, anche sceneggiatore, sembra talmente affezionato al concetto di partenza da avvertire continuamente la necessità di ribadirlo, attraverso situazioni e dialoghi che finiscono per riproporre sostanzialmente le medesime considerazioni. E una metafora, per funzionare, non ha bisogno di essere urlata: dovrebbe insinuarsi nel racconto, acquistare nuovi significati attraverso l’evoluzione dei personaggi e lasciare allo spettatore lo spazio necessario per interpretarla. Quando invece viene esplicitata quasi immediatamente e poi reiterata, perde progressivamente la propria forza.
La stessa difficoltà emerge nella struttura del film, che procede per ripetizioni senza riuscire a trasformarle in una vera progressione drammatica. Le apparizioni ai margini del bosco, così efficaci nella prima parte, vengono riproposte senza recuperare la medesima intensità, mentre il continuo alternarsi di conversazioni, tensioni e tentativi di comprendere l’assurda situazione finisce per produrre un andamento sempre più statico. La ripetitività è evidentemente una scelta espressiva, coerente con il senso di immobilità che Ullom vuole comunicare, ma questo non significa che debba necessariamente tradursi in immobilismo narrativo. Far percepire allo spettatore l’angoscia di un’esistenza senza sbocchi è una cosa; privarlo progressivamente dell’interesse per ciò che sta guardando è un’altra.
Peccato, perché il regista dimostra comunque una sensibilità interessante nella gestione degli spazi e nella costruzione delle atmosfere. Anche il cast, composto da interpreti ancora poco conosciuti, rappresenta un punto di forza dell’operazione. Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole restituiscono con credibilità le dinamiche di un gruppo di amici, soprattutto attraverso dialoghi quotidiani, battute e piccoli attriti che possiedono una spontaneità non sempre facile da ottenere in un film costruito quasi interamente all’interno di un’automobile. È proprio questa naturalezza iniziale a rendere ancora più evidente il progressivo impoverimento della scrittura, che finisce per trasformare i personaggi in strumenti al servizio di un discorso già ampiamente chiarito.
Quando poi il racconto sembra finalmente pronto a ritrovare slancio attraverso un possibile climax, It Ends sceglie di concludersi, negando allo spettatore quella svolta capace di conferire maggiore consistenza al percorso affrontato. Non è una questione di pretendere spiegazioni razionali o risposte definitive: l’ambiguità può essere una risorsa straordinaria, soprattutto in un horror di natura esistenziale. Ma anche un racconto che rifiuta di risolvere il proprio mistero dovrebbe riuscire a costruire una conclusione emotivamente e drammaturgicamente soddisfacente. Qui, invece, prevale la sensazione che il film si interrompa proprio perché non ha più molto da aggiungere.
L’accoglienza particolarmente calorosa riservata a It Ends dalla critica statunitense testimonia comunque come l’esordio di Ullom abbia saputo intercettare una sensibilità contemporanea, probabilmente anche grazie alla sua natura indipendente e alla capacità di trasformare evidenti limitazioni produttive in un’identità riconoscibile. Resta però il sospetto che, esaurita la curiosità suscitata dalla sua premessa, il film sia destinato a lasciare una traccia piuttosto debole nella memoria collettiva. Alexander Ullom possiede indubbiamente delle intuizioni e qualche qualità registica, ma deve ancora imparare che avere qualcosa da comunicare non equivale necessariamente a saperlo raccontare. Lo aspettiamo dunque alla prova del secondo film, sperando che la prossima volta trovi non soltanto una buona strada da imboccare, ma anche qualcosa di interessante da mostrarci lungo il percorso.
Roberto Giacomelli
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