Klara e il sole, la recensione

C’è stato un momento in cui Taika Waititi sembrava rappresentare una delle voci più fresche e originali del cinema contemporaneo. Con Vita da vampiro aveva dimostrato di saper utilizzare l’umorismo surreale per reinventare un immaginario consolidato, trovando nella contaminazione tra grottesco e quotidianità una cifra stilistica immediatamente riconoscibile. Poi, però, quella stessa formula ha cominciato a mostrare tutti i propri limiti, fino a trasformarsi in una sorta di prigione creativa. I due Thor realizzati per la Marvel, soprattutto il secondo, hanno progressivamente esasperato la componente infantile e autoreferenziale del suo cinema, con battute onnipresenti e un’insopportabile tendenza a sabotare qualsiasi momento drammatico pur di strappare una risata. In mezzo a tutto questo, però, c’è stato Jojo Rabbit, il film che gli ha fatto conquistare l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e che già dimostrava come dietro quella maschera da eterno burlone si nascondesse un autore capace di maneggiare sentimenti profondi e dolorosi.

È proprio guardando a Jojo Rabbit che sembra nascere Klara e il sole, adattamento dell’omonimo romanzo del premio Nobel Kazuo Ishiguro, presentato alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale italiane dal 22 ottobre. Con una differenza sostanziale: questa volta Waititi ridimensiona ulteriormente il ricorso all’eccesso comico e al grottesco, lasciando spazio a una fiaba fantascientifica dolce, malinconica e sorprendentemente delicata. Un film che non ha paura di parlare direttamente alla sensibilità dello spettatore e che, proprio per questo, rappresenta una delle prove più sincere della sua carriera.

In un futuro prossimo, gli adolescenti possono contare sulla compagnia degli Amici Artificiali, androidi progettati per offrire sostegno emotivo e contrastare la solitudine. Klara (Jenna Ortega) è uno di questi, un modello ormai superato che osserva il mondo dalla vetrina di un negozio, nella speranza sempre più remota di essere acquistato. A distinguerla dagli altri androidi è una capacità empatica fuori dal comune, accompagnata da alcune eccentricità, come la convinzione che il Sole, dal quale trae l’energia necessaria al proprio funzionamento, sia un’entità benevola con cui comunicare. La sua occasione arriva quando incontra Josie (Mia Tharia), un’adolescente geneticamente potenziata che vive isolata nella grande casa di famiglia insieme alla madre Chrissie (Amy Adams). Tra le due nasce immediatamente un legame speciale, destinato ad assumere un significato ancora più profondo quando Klara comprende che Josie nasconde una grave condizione di salute.

La distopia immaginata da Ishiguro e portata sullo schermo da Waititi mette immediatamente le carte in tavola: il vero argomento del racconto è la solitudine. Quella di Klara e quella di Josie, due creature apparentemente agli antipodi che condividono invece una condizione di emarginazione. La prima è un prodotto tecnologico destinato all’obsolescenza, un oggetto che nessuno desidera più e che attende pazientemente di essere sostituito da qualcosa di migliore. La seconda è una ragazza che, proprio perché migliorata artificialmente, fatica a trovare un posto tra i propri coetanei. La sua intelligenza superiore, l’isolamento imposto dalla madre e una malattia che emerge progressivamente nel racconto hanno ridotto il suo universo affettivo a pochissime persone, tra le quali l’amico d’infanzia Rick.

In questo mondo in cui persino le capacità umane possono essere potenziate, è paradossalmente una macchina a manifestare la forma più pura di empatia. Klara osserva, ascolta, impara e soprattutto si preoccupa degli altri senza aspettarsi necessariamente qualcosa in cambio. La sua devozione nei confronti del Sole, inizialmente presentata come una buffa anomalia del sistema, acquista così una dimensione quasi spirituale, trasformandosi in una personale forma di fede. Ed è proprio attraverso il suo sguardo ingenuo che Waititi riesce ad affrontare argomenti complessi come la malattia, la morte, il lutto e la paura di perdere qualcuno che amiamo, senza mai ricorrere al cinismo o alla provocazione gratuita.

Qualche incursione nell’umorismo surreale naturalmente rimane, ma stavolta le bizzarrie non sembrano esistere soltanto per compiacere il regista. Servono piuttosto a definire i personaggi, ad accentuarne le stranezze e a costruire un universo nel quale la normalità è un concetto decisamente relativo. Da questo punto di vista Klara e il sole ricorda curiosamente il Tim Burton degli esordi, soprattutto quello di Edward mani di forbice: anche qui troviamo una creatura artificiale che cerca il proprio posto nel mondo, un ambiente apparentemente ordinato che nasconde profonde disfunzioni emotive e una sensibilità diversa che finisce per rivelarsi più autenticamente umana di quella delle persone che la circondano. Non è un cinema che cerca di spiegare razionalmente ogni cosa, ma una favola sull’emarginazione, sull’amore e sulla difficoltà di accettare ciò che non possiamo controllare.

Anche sul piano visivo il film possiede una personalità ben definita. La fotografia predilige tonalità pastello e una luminosità diffusa che conferisce agli ambienti un aspetto quasi sospeso, mentre il contrasto tra gli spazi tecnologici e quelli naturali accompagna simbolicamente il percorso della protagonista. Il Sole diventa una presenza narrativa costante, fonte di energia ma anche promessa di speranza, e Waititi riesce a valorizzarlo attraverso immagini che restituiscono al racconto una dimensione fiabesca senza privarlo della sua inquietudine distopica.

Fondamentale, naturalmente, è il contributo delle interpreti. Jenna Ortega offre probabilmente la prova più bella e matura della propria carriera, abbandonando le caratterizzazioni più esteriori alle quali il cinema e la televisione ci hanno abituato per costruire un personaggio attraverso piccoli gesti, esitazioni, sguardi e movimenti appena innaturali. La sua Klara è tenerissima senza diventare stucchevole, curiosa senza risultare infantile e soprattutto capace di comunicare sentimenti profondi attraverso un’espressività misurata. Le risponde magnificamente Mia Tharia, che restituisce a Josie tutta la fragilità e l’irrequietezza dell’adolescenza, mentre Amy Adams conferisce alla figura materna una complessità emotiva fatta sì di amore, manche di paura e decisioni difficili da accettare.

Certo, non tutto è perfettamente equilibrato. Qualche passaggio narrativo avrebbe meritato maggiore respiro e la componente distopica lascia intravedere questioni sociali ed etiche che il film preferisce non approfondire. Ma è una scelta coerente con la natura intima del racconto, che trova proprio nella progressiva costruzione del rapporto tra Klara e Josie la sua ragion d’essere.

E quando arriva il finale, con una svolta narrativa che rilegge sotto una luce differente quanto abbiamo visto e una conclusione di rara delicatezza, Klara e il sole riesce finalmente a compiere quel piccolo miracolo che il cinema dovrebbe sempre inseguire: farci dimenticare ogni meccanismo narrativo per lasciarci soltanto con un’emozione. Si esce dalla sala con gli occhi lucidi e con la sensazione di aver assistito a una storia profondamente umana, raccontata attraverso gli occhi di qualcuno che umano non è.

Forse il risultato più sorprendente del film è proprio questo: per una volta Taika Waititi sembra aver capito che non tutte le emozioni hanno bisogno di essere accompagnate da una battuta. E che, qualche volta, per arrivare davvero al cuore dello spettatore basta avere il coraggio di lasciarlo battere.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Jenna Ortega offre una delle interpretazioni più belle della sua carriera.
  • La delicatezza con cui vengono affrontati temi come solitudine, malattia e morte.
  • Una confezione visiva splendida e un finale emotivamente potentissimo.
  • Alcuni personaggi secondari rimangono poco approfonditi.
  • Qualche passaggio narrativo avrebbe meritato maggiore respiro.
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