Caro Mondo Crudele, la recensione

Il cinema italiano ha spesso un problema con i giovani: non sa raccontarli. O meglio, pretende di farlo attraverso uno sguardo adulto che finisce per trasformarli in qualcosa di artificiale, popolando lo schermo di adolescenti che parlano come nessun adolescente parlerebbe mai, affrontano problemi confezionati appositamente per loro e si muovono in una realtà che sembra esistere soltanto nella testa degli sceneggiatori. È quindi particolarmente piacevole imbattersi in un film come Caro mondo crudele, che riesce a restituire al mondo della preadolescenza quella spontaneità, quella goffaggine e persino quella cattiveria che troppo spesso vengono sacrificate sull’altare della rappresentazione edificante. Forse il segreto di Niccolò Falsetti sta proprio nell’aver scelto di raccontare un periodo che conosce bene, tornando alla provincia maremmana della fine degli anni Novanta e recuperando suggestioni, ricordi ed esperienze personali. Una sorta di autobiografia sentimentale che, pur affidandosi a personaggi di finzione, trova nella sincerità del proprio sguardo la sua qualità migliore.

Dopo Margini, Falsetti torna al lungometraggio con una storia originale scritta insieme a Francesco Turbanti, Giovanna Vicari e Tommaso Renzoni, ambientata ad Albinia nel 1999. Giovanna (Aurora Malianni) ha dodici anni, un’immaginazione incontenibile e un rapporto tutt’altro che sereno con il mondo che la circonda. Suo padre è morto da tempo, la madre Sabrina insegna nella stessa scuola che frequenta e i compagni non perdono occasione per prenderla di mira. Il suo unico vero alleato è Mirko, migliore amico al quale è legata da un patto di sangue. Quando il ragazzo scompare improvvisamente, però, Giovanna si ritrova ancora più sola, mentre le spiegazioni degli adulti diventano sempre più evasive. Convinta di dover scoprire personalmente cosa gli sia accaduto, intraprende una piccola indagine che finirà per coinvolgere anche Ludovica, detta il Maglio, pluribocciata e temuta da tutti, insieme alla sua improbabile banda di bulli.

Caro mondo crudele è innanzitutto un coming of age, del quale possiede tutti gli elementi fondamentali: l’amicizia come rifugio, la scuola come territorio ostile, gli adulti percepiti come creature aliene, incapaci di comprendere, e un’esperienza traumatica destinata a segnare irrimediabilmente il passaggio dall’infanzia a una nuova consapevolezza. Ma Falsetti ha il merito di non trasformare questa crescita in un percorso rassicurante. Il mondo del titolo è crudele davvero, perché la vita può esserlo anche quando si hanno dodici anni, e non esiste alcuna ragione per cui il dolore debba aspettare che si diventi abbastanza grandi da comprenderlo.

È proprio nell’elaborazione della perdita che il film trova la sua dimensione più interessante. Giovanna ha già conosciuto il lutto attraverso la morte del padre, ma continua a mantenerne viva la presenza grazie alla propria immaginazione, trasformandolo in una sorta di eroe dei cartoni animati giapponesi al quale rivolgersi nei momenti difficili. La scomparsa di Mirko la costringe invece a confrontarsi con qualcosa che nessuna fantasia può risolvere completamente. Il suo viaggio diventa così una ricerca della verità, ma anche il tentativo disperato di opporsi all’impotenza che accompagna ogni perdita. Falsetti affronta questi temi con intelligenza, evitando il ricatto emotivo e trovando in alcuni passaggi una delicatezza autenticamente toccante. Soprattutto, comprende che il dolore dei bambini non è una versione semplificata di quello degli adulti: è altrettanto profondo, soltanto più difficile da decifrare e comunicare.

Per sensibilità e capacità di oscillare tra umorismo e disagio, Caro mondo crudele richiama alla memoria un piccolo cult come Fuga dalla scuola media di Todd Solondz. Naturalmente le due opere seguono percorsi differenti, ma condividono la volontà di raccontare l’adolescenza senza idealizzarla, riconoscendone gli aspetti grotteschi, le umiliazioni quotidiane e quella particolare ferocia che può nascondersi dietro dinamiche apparentemente innocue. Anche Falsetti riesce a far convivere la commedia con il dramma, passando da situazioni genuinamente divertenti a momenti di improvvisa durezza senza compromettere la credibilità dei personaggi. La provincia, inoltre, non è un semplice fondale nostalgico, ma un microcosmo regolato da gerarchie, pregiudizi e consuetudini nel quale tutti sembrano conoscersi e nessuno riesce davvero a comprendere l’altro.

Una parte importante della riuscita del film passa attraverso gli interpreti, a cominciare dalla giovanissima Aurora Malianni, davvero bravissima nel dare vita a una protagonista lontana da qualsiasi stereotipo. La sua Giovanna (o Giovacca, come la chiamano i coetanei) è impacciata, testarda, vulnerabile, talvolta persino irritante, ma proprio per questo profondamente credibile. Malianni riesce a comunicarne il tumulto interiore senza cercare continuamente la simpatia dello spettatore, restituendo con grande naturalezza tanto i momenti brillanti quanto quelli emotivamente più impegnativi. Molto convincente anche Tara Trocchia nei panni di Ludovica, personaggio che permette al film di ragionare su quanto spesso le etichette imposte dagli altri finiscano per nascondere identità assai più complesse. Buono, più in generale, il lavoro sull’intero gruppo di giovani attori, la cui spontaneità contribuisce in maniera decisiva alla riuscita del racconto.

L’elemento più particolare dell’operazione è rappresentato dagli inserti animati, per i quali Zerocalcare ha curato concept e character design, accompagnati dalle musiche di Giancane. La loro funzione è chiara: dare una forma visiva all’immaginazione di Giovanna, trasformando pensieri, paure e ricordi in un universo fantastico attraverso il quale la ragazzina cerca di interpretare ciò che le accade. Un’intuizione coerente con il personaggio e capace, in alcuni momenti, di aggiungere una dimensione emotiva al racconto. Non sempre, tuttavia, l’integrazione funziona con la stessa naturalezza. Alcune incursioni animate appaiono un po’ forzate, quasi che il film avvertisse la necessità di ribadire periodicamente la presenza di Zerocalcare, inseguendo inevitabilmente anche la riconoscibilità conquistata dal fumettista attraverso le sue fortunate serie Netflix. Il rischio è quello di interrompere una narrazione che, proprio grazie alla forza dei suoi interpreti e alla genuinità delle situazioni, avrebbe spesso potuto camminare tranquillamente sulle proprie gambe.

Sono limiti che non compromettono comunque il valore complessivo di Caro mondo crudele, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e arrivato nelle sale il 22 ottobre con Fandango. Falsetti confeziona un racconto di formazione sincero, capace di essere divertente, amaro e doloroso senza perdere il contatto con la realtà dei suoi personaggi. E soprattutto realizza un film che non pretende di spiegare ai giovani come funziona la vita, ma prova a ricordare agli adulti quanto possa essere difficile scoprirlo. Perché crescere significa anche questo: accorgersi che il mondo non è sempre disposto a proteggerci, ma trovare comunque qualcuno con cui avere il coraggio di attraversarlo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un racconto dell’adolescenza genuino, spontaneo e privo di artificiosità.
  • Aurora Malianni è bravissima, così come il resto del giovane cast.
  • L’elaborazione del lutto è affrontata con sensibilità, intelligenza e senza facili sentimentalismi.
  • Gli inserti animati non sempre si integrano con naturalezza.
  • Qualche passaggio narrativo avrebbe beneficiato di maggiore asciuttezza.
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