Greenland 2: Migration, la recensione
Quando Greenland uscì nel 2020, in piena pandemia da COVID-19, fu una delle sorprese più inattese del cinema catastrofico recente: pur con la distribuzione in sala limitata dal contesto sanitario, il film di Ric Roman Waugh riuscì a ritagliarsi un pubblico solido grazie a un passaparola positivo e a una distribuzione parallela in digitale che ne amplificò la portata. Il thriller apocalittico con Gerard Butler e Morena Baccarin incassò oltre 52,3 milioni di dollari a fronte di un budget di appena circa 35 milioni, diventando uno dei migliori esempi di disaster movie post-2000 e dimostrando quanto lo spettatore medio, nonostante il periodo storico, fosse ben predisposto a film di tensione realistica e storie catastrofiche ben raccontate.
Il successo commerciale e critico del primo Greenland non poteva che aprire la strada a un sequel; Greenland 2: Migration è infatti figlio di quell’incasso e di quell’eco di pubblico, prodotto con l’idea di monetizzare ulteriormente sul mondo narrativo già esplorato. Ma qui emerge la prima difficoltà: nella sua ossatura non sembra esserci una reale esigenza narrativa di proseguire la storia dei Garrity quanto piuttosto la voglia di spremere una storia che aveva già detto tutto ciò che poteva dire.
La trama di Greenland 2 riprende cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke. Dopo aver trovato rifugio in un bunker in Groenlandia, la famiglia Garrity (Gerard Butler, Morena Baccarin e il figlio Nathan, qui interpretato da Roman Griffin Davis) è costretta a lasciare la relativa sicurezza sotterranea perché il mondo sopra è cambiato e nuove minacce emergono. L’aria è irrespirabile in molte zone, la terra è instabile, e il gruppo parte alla ricerca di una nuova “Terra promessa”, che si dice possa trovarsi all’interno del cratere lasciato dall’impatto della cometa, in Francia. Così i Garrity attraversano un’Europa devastata, popolata da altri sopravvissuti non sempre amichevoli e da pericoli naturali difficili da prevedere.
Il primo elemento che colpisce è il ribaltamento rispetto alle dinamiche base del progetto originale: se nel primo capitolo la Groenlandia era la meta sicura, qui diventa un luogo inospitale da cui fuggire. Il sequel cerca così di trasformarsi in un’avventura on the road — o meglio, “on the apocalyptic road” — in cui i Garrity devono confrontarsi non solo con la natura stravolta, ma anche con altri umani in lotta per sopravvivere. La sceneggiatura di Mitchell LaFortune e Chris Sparling prova a costruire un mondo più ampio, con tempeste elettromagnetiche, terremoti continui e un senso di caos permanente. Il risultato, però, lascia il tempo che trova.
Nel momento storico in cui la Groenlandia è salita agli onori dei notiziari internazionali per discussioni politiche e climatiche, Greenland 2 coglie il tempismo perfetto mostrando l’umanità sopravvissuta proprio nel continente più a nord della Terra. Ma la suggestione di partenza si scontra quasi subito con la mancanza di idee davvero sostanziali. La sceneggiatura piuttosto che approfondire, riflettere o sorprendere, si limita a ripetere i cliché più ovvi del genere: il nucleo tematico resta sempre la forza dei rapporti familiari e la stupidità umana di fronte alla crisi: c’è chi cerca di farsi guerra anche quando la sopravvivenza richiederebbe unità. Purtroppo però, nonostante l’intento, la realizzazione è abbastanza piatta e l’azione sistematica.
Ric Roman Waugh torna dietro la macchina da presa e pone Gerard Butler al centro di tutte le sequenze più spettacolari, ma l’azione ha il sapore di routine, una serie di scene d’effetto una dietro l’altra, senza un vero raccordo narrativo o emotivo. Il film non riesce a impattare davvero lo spettatore né a far crescere la posta in gioco: sappiamo fin dall’inizio chi ce la farà e chi no, e quando il destino segnato giunge per uno dei personaggi principali non riesce davvero ad emozionare come dovrebbe. La struttura, alla fine, è quella di un puro B-movie di sopravvivenza: punto A, punto B, distanziati da ostacoli più o meno spettacolari. Alcune sequenze — come le traversate su un ponte tibetano e scale annesse — rasentano l’assurdo e finiscono per stridere col tono disaster “serio” che il film vorrebbe sostenere.
Sul fronte del cast, si può dire che Greenland 2 non deluda del tutto: Gerard Butler è nella sua comfort zone e la sua presenza carismatica aiuta non poco a rendere accattivante un personaggio che però ha perso le sfumature che aveva nel primo film. Morena Baccarin è nettamente meno coinvolta rispetto al primo film, a tratti anche un po’ spaesata, mentre Roman Griffin Davis nel ruolo del figlio Nathan (che sostituisce Roger Dale Floyd visto in Greenland) fatica ad imporsi con la stessa espressività e credibilità che aveva mostrato in altri lavori (come Jojo Rabbit).
Se il primo Greenland riusciva a combinare una gran tensione con un senso palpabile di urgenza apocalittica, Greenland 2: Migration si riduce alla mera reiterazione di una formula già vista, senza aggiungere nulla di significativo o di realmente nuovo al discorso. Intrattiene? Sì, abbastanza. Ma è un intrattenimento usa e getta, privo di spessore, che lascia la sensazione di assistere a qualcosa di già visto, assolutamente non al livello del primo capitolo.
In conclusione: un sequel commercialmente comprensibile ma artisticamente debole, che manca sia di originalità che di tensione emotiva, e paga il confronto inevitabile con un predecessore, che rimane uno dei disaster movie più efficaci degli ultimi anni.
Greenland 2: Migration arriva nei cinema italiani dal 29 gennaio 2026 distribuito da Lucky Red in collaborazione con Universal Pictures.
Roberto Giacomelli
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