Heresy, la recensione del folk-horror olandese
Non capita spesso, nel panorama dell’horror indipendente europeo, di imbattersi in piccole gemme che riescono a coniugare con così tanta coerenza suggestioni storiche, folklore radicato e tensione psicologica. È il caso di Heresy, o Witte Wievenm nel suo titolo originale, opera prima del giovane regista olandese Didier Konings, disponibile in streaming dal 17 luglio su CG TV. Un film che, pur nella sua brevissima durata di appena 61 minuti, riesce a imporsi per atmosfera e rigore visivo, pur lasciando qualche rimpianto per uno sviluppo che avrebbe meritato più spazio.
Konings si muove con estrema consapevolezza nel territorio ormai codificato del folk-horror, quello in cui il terrore nasce dal contatto con un passato arcaico, dalla superstizione che si fa carne e sangue, dal senso di oppressione che si insinua attraverso riti dimenticati e credenze ancestrali. È inevitabile, dunque, il paragone con The Witch di Robert Eggers, che con il suo rigore filologico e il minimalismo narrativo ha segnato uno standard dal quale Heresy sembra esplicitamente voler attingere. Ma il film di Konings guarda anche alle tematiche più intime e psicologiche del recente The Devil’s Bath di Severin Fiala e Veronika Franz, ponendo al centro del racconto la repressione femminile e il peso soffocante di una religiosità intesa più come strumento di controllo che come rifugio spirituale.
Ambientato in una comunità rurale imprecisata del Nord Europa, Heresy racconta la parabola di Lena, una giovane donna sospettata di stregoneria in un’epoca in cui basta uno sguardo diverso o un comportamento fuori dalle righe per finire tra le fiamme del rogo. La narrazione si sviluppa con lentezza ma senza mai perdere di vista il suo obiettivo primario: trasmettere un senso di inquietudine che cresce silenziosamente, come un male invisibile che serpeggia tra le pieghe della quotidianità più misera. Non servono jumpscare o orpelli visivi: Konings lavora sul non detto, sul vedo-non-vedo, affidandosi a una fotografia magistrale e a una costruzione scenica fatta di paesaggi nebbiosi, interni scarni e primi piani eloquenti, in cui la tensione si legge nei volti più che nelle azioni.
La componente horror è trattenuta, quasi sempre suggerita piuttosto che esplicitata. E questo funziona. Funziona perché Heresy sa costruire un senso di pericolo imminente senza mai sfociare nel sensazionalismo, mantenendo sempre viva l’ambiguità tra superstizione e realtà. I momenti in cui il soprannaturale si manifesta sono rari e centellinati, ma proprio per questo risultano più efficaci, lasciando nello spettatore quella sensazione disturbante che continua a lavorare anche dopo la visione.
A impreziosire il tutto, una regia rigorosa che fa del ritmo compassato un punto di forza, senza mai perdere l’attenzione nei dettagli. Le sequenze nella foresta, i sussurri del vento tra gli alberi, i simbolismi nascosti negli oggetti quotidiani, tutto contribuisce a creare un mondo tangibile, vissuto, in cui il folklore non è un semplice elemento decorativo ma una forza viva, una minaccia concreta che plasma il destino dei personaggi.
Certo, il film non è esente da difetti, primo fra tutti la sua durata davvero esigua. Sessantuno minuti sono pochi, troppo pochi per un’opera che dimostra di avere una solidità narrativa e tematica che avrebbe potuto reggere tranquillamente un respiro più ampio. Ci sono personaggi appena accennati, dinamiche psicologiche soltanto sfiorate, tematiche (dalla repressione religiosa alla misoginia della comunità) che avrebbero meritato di essere approfondite con maggiore coraggio e articolazione. Il risultato finale è un film che funziona benissimo nell’immediato, ma che lascia addosso una leggera sensazione di incompiutezza, come se il potenziale mostrato fosse rimasto solo parzialmente espresso.
Resta comunque un esordio promettente per Didier Konings, capace di maneggiare con sicurezza un linguaggio visivo raffinato, di gestire la tensione senza mai ricorrere a scorciatoie facili e di evocare un immaginario disturbante con pochissimi mezzi. In un panorama horror sempre più saturo di formule ripetitive, Heresy si fa notare per la sua volontà di tornare a un orrore primordiale, fatto di silenzi, suggestioni e paura dell’ignoto.
Roberto Giacomelli
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