La mano sulla culla, la recensione del remake

Quando nel 1992 La mano sulla culla arrivò al cinema, il thriller domestico viveva uno dei suoi momenti più floridi. Il film di Curtis Hanson, con Rebecca De Mornay nei panni della babysitter psicopatica, divenne rapidamente un classico del genere: una storia di invasione familiare, tensioni latenti e paranoia materna che, a più di trent’anni di distanza, mantiene intatto il suo potere disturbante.

Oggi, in un’epoca in cui la sicurezza del nucleo domestico è nuovamente percepita come fragile e vulnerabile, quel film risuona ancora con sorprendente attualità. Non stupisce, quindi, che Hollywood abbia deciso di rispolverarlo per un remake contemporaneo, affidato alla regia della messicana Michelle Garza Cervera e interpretato da Mary Elizabeth Winstead e Maika Monroe, due delle attrici più solide della scena thriller odierna.

La trama di questo nuovo La mano sulla culla riprende gli elementi chiave dell’originale ma prende direzioni spesso molto diverse. Caitlyn (Winstead), avvocato di successo, vive con il marito e due figlie: la neonata Josie ed Emma, la maggiore, ormai pre-adolescente e in pieno conflitto identitario. Quando nella loro vita entra la nuova babysitter, Polly (Monroe), la famiglia sembra trovare un equilibrio insperato. Polly si mostra attenta, affettuosa, premurosa. Emma la adora, e perfino la piccola sembra rispondere meglio a lei che alla madre. Ma dietro l’immagine rassicurante della giovane donna si nasconde un passato doloroso e una serie di intenti manipolatori che puntano a demolire Caitlyn pezzo dopo pezzo, insinuandosi nelle fragilità domestiche e sfruttando il rapporto teso tra madre e figlia come arma emotiva.

La scelta di non replicare pedissequamente il film del 1992 risulta vincente. Il soggetto, pur mantenendo intatti alcuni elementi cardine – la manipolazione psicologica, la progressiva usurpazione del ruolo materno, l’ossessione affettiva – imbocca una strada nuova, capace di sorprendere anche chi conosce bene l’opera originale. Michelle Garza Cervera, al suo secondo lungometraggio dopo il body horror Huesera: The Bone Woman (2022), aggiorna i temi, lavora molto sulla dimensione psicologica e costruisce un antagonismo femminile ricco di sfumature, mostrando due protagoniste dalla complessità emotiva ben delineata.

Meno riuscito, invece, lo sviluppo dei personaggi secondari: il marito rimane figura funzionale, quasi ornamentale; gli amici e colleghi di Caitlyn sono semplici pedine narrative. Dove il film affonda le radici con maggiore convinzione è nel rapporto tra Caitlyn e la figlia maggiore, qui centrale. Rendere la ragazzina un personaggio autonomo e non un semplice “accessorio familiare” è una scelta intelligente: dà fiato alla trama, offre alla babysitter un terreno fertile per manipolare e introduce un conflitto generazionale che, pur non originalissimo, viene gestito con precisione.

Dal punto di vista attoriale, il film trova la sua forza in Mary Elizabeth Winstead, che offre un ritratto credibile di una donna in progressiva crisi, logorata dall’insicurezza e dalla sensazione di perdere il controllo della propria famiglia, non è esente da colpe. Ma è Maika Monroe a brillare: il suo personaggio vive di ambiguità costanti, oscillando tra vulnerabilità e crudeltà con una naturalezza inquietante. La sua Polly è meno glaciale della Peyton Flanders originale, ma più manipolatrice, più sfuggente, più imprevedibile.

La regia, pur mostrando spesso un’impostazione televisiva, con un uso della luce e della composizione poco ricercato, sa comunque trovare guizzi di tensione e soprattutto accelera in un terzo atto che cambia tono, abbracciando un registro più fisico e persino gore, sorprendente per un thriller domestico. È proprio nell’ultima mezz’ora che il film trova la sua dimensione di genere, lasciando spazio a momenti di violenza esplicita e perfino di cattiveria, con un pessimismo finale che lascia un poco destabilizzati.

Peccato che il ritmo generale rimanga diseguale, con una parte centrale che si arena su dinamiche fin troppo ripetitive. Tuttavia, nel complesso, questa nuova versione de La mano sulla culla, seppur non strettamente necessaria, si mostra come un remake che funziona abbastanza e si fa ricordare quando più si allontana dall’originale, pur senza raggiungere mai la sua iconicità.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ottima prova del duo Winstead–Monroe.
  • Ultimo atto energico e sorprendentemente violento.
  • Regia a tratti televisiva e visivamente poco ricercata.
  • Personaggi secondari poco definiti.
  • Ritmo altalenante, con un secondo atto che si trascina.
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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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