Michael, la recensione del film sul King of Pop
Dopo il successo planetario di Bohemian Rhapsody – capace di incassare oltre 900 milioni di dollari e conquistare anche diversi Premi Oscar – il biopic musicale è tornato prepotentemente al centro dell’industria cinematografica. Un filone che, ciclicamente, riaffiora e si adatta al gusto del pubblico, oscillando tra operazioni celebrative e tentativi più autoriali. Non sono mancati, infatti, esempi che hanno provato a uscire dai binari più convenzionali, come Better Man o Springsteen – Liberami dal nulla, opere più personali ma anche meno fortunate al botteghino. In questo contesto, Michael di Antoine Fuqua sceglie una strada precisa: quella della celebrazione, della linearità narrativa e del rispetto assoluto nei confronti della leggenda della musica che racconta.
Il film è dedicato alla prima metà della carriera del King of Pop, Michael Jackson, e si configura fin da subito come la prima parte di un progetto più ampio. La storia prende avvio alla fine degli anni ’60, quando il giovanissimo Michael emerge insieme ai fratelli nei Jackson 5 sotto la guida del padre e manager Joseph Jackson. Ed è proprio il rapporto con questa figura ingombrante a costituire uno degli assi portanti del racconto: un padre autoritario, ossessivo, incapace di riconoscere i limiti tra disciplina e sfruttamento.
Il percorso del protagonista si sviluppa poi seguendo una progressione cronologica rigorosa: i primi passi da solista, l’esplosione del successo, le insicurezze personali, la crescente solitudine che accompagna la fama. Il film non evita momenti delicati, come i primi interventi chirurgici o il drammatico incidente durante il Victory Tour, che segna l’inizio della dipendenza da antidolorifici. Il tutto culmina con l’apice artistico raggiunto con Bad e il tour che consacra definitivamente Jackson come icona globale. È un racconto che procede per tappe, quasi come un manuale illustrato della sua ascesa, lasciando però alla seconda (futura) parte il compito di affrontare le fasi più controverse e dolorose della sua vita.
Dal punto di vista critico, Michael è un film profondamente onesto, ma anche programmaticamente prudente. La produzione – che coinvolge direttamente membri della famiglia Jackson e lo storico avvocato John Branca – orienta chiaramente il racconto verso una dimensione agiografica. Non c’è spazio per le zone d’ombra più controverse dell’artista, né per un’indagine realmente problematica della sua figura. L’unico elemento davvero conflittuale è rappresentato dal padre, interpretato da un eccellente Colman Domingo, che riesce a restituire tutta la durezza e l’ambiguità di un personaggio chiave nella formazione – e nelle ferite – di Michael.
Questa scelta si riflette anche nello stile del film. Antoine Fuqua, regista solido e abituato a confrontarsi con grandi produzioni (da Training Day alla trilogia di The Equalizer), qui sembra volutamente fare un passo indietro. La sua regia è funzionale, pulita, ma raramente si impone con una visione forte. È come se il film decidesse di scomparire dietro la figura gigantesca del suo protagonista, lasciando che sia la musica a guidare tutto.
E infatti è proprio la musica il vero cuore pulsante di Michael. Il film abbraccia senza remore l’effetto jukebox, costruendo una sequenza dopo l’altra attorno alle hit più celebri dell’artista. Per i fan è un’esperienza esaltante: momenti come la genesi del videoclip di Thriller risultano autenticamente emozionanti, capaci di restituire la portata rivoluzionaria del suo immaginario. È qui che il film trova la sua dimensione più riuscita, trasformandosi in uno spettacolo musicale coinvolgente.
Ma il vero elemento di forza è senza dubbio Jaafar Jackson. Nipote reale di Michael, alla sua prima grande prova cinematografica, offre una performance sorprendente per precisione e intensità. Non si limita a imitare: la sua è una mimesi quasi inquietante, capace di replicare movenze, espressioni e presenza scenica al punto da far dimenticare allo spettatore di trovarsi di fronte a un attore. In alcuni momenti, la linea tra interpretazione e incarnazione si fa sottilissima, ed è proprio questo a rendere il film così coinvolgente.
In definitiva, Michael è un biopic che sceglie la via più sicura: celebrare senza mettere in discussione, raccontare senza rischiare. È un film che non ambisce a reinventare il genere, ma a soddisfare pienamente il suo pubblico di riferimento. E in questo riesce perfettamente. Resta forse il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere con un approccio più coraggioso, ma anche la consapevolezza di trovarsi di fronte a un’opera solida, emotivamente efficace e destinata a lasciare il segno al botteghino. Con l’uscita prevista il 22 aprile con Universal Pictures, tutto lascia pensare che sarà uno dei grandi successi del 2026.
Roberto Giacomelli
| PRO | CONTRO |
|
|














HorrorCult è tornato! Lo storico portale web dedicato al mondo del cinema horror. 
























Lascia un commento