Prima di Nolan: l’odissea della trasposizioni omeriche
Dopo più di cento anni di storia del cinema, suona quasi paradossale affermare che viviamo nell’epoca dei reboot, dei remake live action e dei retelling; eppure, negli anni recenti abbiamo assistito a una vera e propria “corsa ai classici”, siano essi film d’animazione, fumetti o opere letterarie. Cominciando dal cinema horror, dove dopo aver quasi esaurito il catalogo di Stephen King siamo tornati al principio con il Frankenstein di Guillermo Del Toro. Senza contare il piccolo schermo: sentivamo davvero la necessità di una nuova serie “filologica” su Harry Potter? Evidentemente sì, proprio come sentivamo il bisogno di produzioni che hanno portato al grande pubblico opere ritenute finora “intrasponibili”, come Cent’anni di solitudine. Ma tutto questo non bastava, evidentemente: forse BookTok ha dato la spinta decisiva, trasformando l’alta letteratura in un vero trend.
Chissà, magari è stato il successo di titoli virali come La canzone di Achille o Circe a convincere Christopher Nolan a tentare la sua personale trasposizione dell’Odissea, dopo il bottino agli Oscar con Oppenheimer e aver resuscitato Batman, eroe epico dell’arte del fumetto. Sarà stato lo stesso Oppenheimer – geniale e intraprendente – a evocare in lui il multiforme Odisseo?
La notizia ha mandato in tilt il web sin dal primo annuncio e, a pochi mesi dall’uscita al cinema, i fan sono più scatenati e feroci più che mai, urlando allo scandalo per ogni minuzia ricavata dai trailer, eppure regalandoci tonnellate di meme esilaranti. Verrebbe quasi da dire che l’insieme di queste polemiche è “mitico” quanto il film stesso. Cerchiamo però di essere comprensivi con un pubblico che, stranamente, non è formato solo dai soliti nostalgici o dagli spietati millennials.
Occorre dire che l’Odissea è una di quelle opere che, più di tutte, hanno un particolare effetto trigger sulla gente: assieme a I Promessi Sposi, la Divina Commedia e il Decameron, è un classico studiato (almeno in Italia) da persone di ogni età. Questo rende chiunque un “papabile esperto” in materia, giustificato a dire la sua. Ma cosa direbbe lo stesso pubblico se vedesse le passate trasposizioni dei poemi omerici? Sarebbe altrettanto scandalizzato? O forse l’elmo di Agamennone, che starebbe meglio a Bruce Wayne, risulta intollerabile solo per il pubblico del 2026? Non indugiamo oltre e chiediamo alla Musa del cinema di narrarci le imprese dei registi del passato.
Nella storia delle trasposizioni omeriche il nostro Paese vanta una posizione di rilievo poiché, proprio agli albori della settima arte, nel lontano 1911, uscirono L’Odissea di Francesco Bertolini e Adolfo Padovan e La caduta di Troia di Giovanni Pastrone. Queste opere, con le loro didascalie e una fotografia in bianco e nero, sono oggi fruibili su YouTube e risultano simpatiche e “istruttive” quanto un reel di gattini che ci spiega l’alta finanza.
Vuoi per l’imponenza dell’impresa, vuoi per le due guerre mondiali, si dovette attendere il 1954 per vedere la clamorosa Odissea (Ulisse) di Mario Camerini, con Kirk Douglas nei panni di Ulisse e un Anthony Quinn più losco che mai in quelli di Antinoo. La pellicola è rimasta, fino all’annuncio del progetto di Nolan, l’unica vera trasposizione cinematografica di rilievo, dato che da allora le imprese del Laerziade sono state riproposte quasi esclusivamente in formato seriale. L’opera di Camerini, pur durando meno di due ore, appare tutt’oggi più scorrevole che datata: gli eventi, soprattutto nel finale, incalzano con ritmo serrato, ma è l’intensità di Douglas a catturare la scena. I dialoghi suggestivi, le atmosfere oniriche della discesa nell’Ade e la prospettiva forzata nella grotta di Polifemo – frutto di una cura artigianale tutta italica – rimangono impressi nel cuore dello spettatore.
Esplosa la mania del peplum, nel 1956 Robert Wise (affiancato alla regia da Sergio Leone) girò a Cinecittà la sua Elena di Troia. Nel cast spicca una giovanissima Brigitte Bardot nei panni di Andraste, l’ancella di Elena. Questa trasposizione si rivela più romantica che guerresca e, inaspettatamente, più fedele di quanto si pensi all’opera di Omero nel dipingere un’Elena fin troppo cosciente della propria colpa; un remake con toni meno aulici e una mimica più vivace potrebbe oggi conquistare le amanti del genere romance.
Per trasposizioni più bellicose dell’Iliade non servì attendere molto: nel 1961 e nel 1962 uscirono rispettivamente La Guerra di Troia di Giorgio Ferroni (con le suadenti musiche di Giovanni Fusco) e L’ira di Achille di Marino Girolami. Se il primo brilla per la ricchezza delle battaglie e la sontuosità della messinscena, il secondo si presenta come un ritratto più “intimo” della contesa fra Achille e Agamennone.
Paradossalmente, tramontata l’era dei peplum, giungiamo al vero vertice delle trasposizioni omeriche. Nel 1968 la Rai produsse quello che, senza ombra di dubbio, rimane tutt’oggi il miglior live action sul ritorno di Ulisse mai realizzato. Un’opera osannata da esperti della cultura greca del calibro di Giorgio Ieranò e considerata la più bella serie tv italiana di sempre; una produzione dalla qualità talmente elevata che non sbancò ai Golden Globes solo perché sarebbero stati inventati quattro anni dopo. Questo gioiello fu diretto da Franco Rossi, ma vanta collaborazioni d’eccezione: Mario Bava e Carlo Rambaldi per l’episodio di Polifemo, e Pietro Schivazappa alla regia. La colonna sonora fu curata da Carlo Rustichelli, mentre la sceneggiatura si basava sulla celebre traduzione in prosa di Rosa Calzecchi Onesti. La vera ciliegina sulla torta, però, era l’introduzione a ciascun episodio, affidata alla voce sacrale di Giuseppe Ungaretti. L’eroe dalle molte astuzie fu magistralmente interpretato da Bekim Fehmiu, che con la sua fisicità vibrante e mediterranea ha definito l’iconografia del personaggio per i decenni a venire. Il resto del cast non fu da meno: la statuaria Irene Papas incarnò una Penelope fedele e dolente, mentre il giovane Renaud Verley ci regalò un Telemaco innocente ma deciso, capace di ritagliarsi il proprio percorso di formazione nella sua “Telemachia”.
Nolan dovrà dunque guardarsi bene le spalle, poiché anche le ultime generazioni, avranno incrociato a scuola, almeno una volta, questa pietra miliare. Non si fatica a credere, quindi, che l’astio dietro ai vari lazzi e frizzi del web sia nutrito più dall’ammirazione per lo sceneggiato Rai che per il poema di Omero in sé.
Oltreoceano, tuttavia, non rimasero a guardare. Dopo decenni di silenzio, nel 1997 nientemeno che Francis Ford Coppola produsse l’eccellente miniserie diretta da Andrej Končalovskij, premiata con due Emmy per la regia e gli effetti speciali. Il cast è altrettanto fenomenale: il fascinoso Armand Assante tratteggia un Odisseo stanco e passionale, guidato da una Atena civettuola con il volto di Isabella Rossellini. Nel suo itinerario verso Itaca incrocerà il Tiresia di Christopher Lee (un uomo che a quanto pare non riusciva a dormire se non interpretava un ruolo leggendario) e la Calipso della splendida Vanessa L. Williams, in un’epoca in cui nessuno gridava allo scandalo per una ninfa afrodiscendente.
Giungiamo infine al culmine di questa disamina, approdando all’opera che, fin da ora, viene percepita come il vero termine di paragone per il kolossal di Nolan: il film Troy del 2004, diretto da Wolfgang Petersen. Sebbene alla sua uscita abbia fatto saltare sulle poltrone generazioni di studiosi per la scarsa aderenza filologica all’Iliade e, soprattutto, per la totale assenza del divino, può tranquillamente essere considerato il miglior adattamento cinematografico moderno della materia omerica. Vero e proprio blockbuster, il film ci ha regalato uno dei ruoli più calzanti di Brad Pitt, perfetto nei panni di un Achille furente e ribelle. La pellicola brilla per un’impostazione razionalistica e a tratti pacifista, non risparmiando frecciatine alle politiche espansionistiche del periodo. Achille diventa così un Amleto indeciso tra la gloria eterna e il prezzo da pagare, mentre nell’Ettore di Eric Bana riecheggia l’angoscia di un padre che vede la patria invasa da figure viscide come l’Agamennone di Brian Cox o il primitivo Menelao di Brendan Gleeson. Visivamente, è forse l’unica opera che ha saputo restituire l’epicità delle battaglie così come le ha descritte il Re dei Cantori, regalandoci una caduta di Troia memorabile. Riallacciandoci al confronto con Nolan, qui il Laertiade è interpretato da uno scherzoso e saggio Sean Bean (sopravvissuto miracolosamente alla sua nota maledizione di dover morire in ogni film).
Prima di chiudere, giusto per “parare il colpo” alle critiche che pioveranno su Nolan, ricordiamo che il piccolo schermo ha ospitato anche esperimenti meno felici. La prima nota dolente è la dimenticabile miniserie Helen of Troy – Il destino di un amore (2003), che potrebbe oggi piacere solo a un pubblico di femministe misandriche; in coda troviamo la serie Netflix/BBC Troy: Fall of a City (2018). Anche questa produzione si focalizzava prioritariamente sulle vicende intime di Elena, relegando l’intreccio bellico a una narrazione piatta e priva di mordente. Tutto ciò risulta decisamente più deprecabile della trita retorica del politicamente corretto, qui manifestatasi in un Achille bisessuale dai tratti da tamarro del ghetto.
Una trasposizione fedelissima, capace di entusiasmare i tanto declamati ‘veri fan’ dell’Odissea, avrebbe dovuto essere la pellicola del 2024 di Uberto Pasolini, The Return (Itaca – Il ritorno). Il film, dai toni drammatici e privo di qualsiasi elemento divino, narra il rientro di Odisseo (Ralph Fiennes) a Itaca, dove l’eroe – quasi fosse un Edmond Dantès ante litteram – ordisce insieme a Eumeo (Claudio Santamaria) la vendetta per riconquistare il potere e restaurare l’onore della propria casa. Si tratta dunque di un revenge movie più austero del consueto: il ritmo, pur appropriato, fatica a catturare l’attenzione, ma non v’è dubbio che l’opera sia destinata a ottenere il giusto riconoscimento nel tempo, soprattutto sulle piattaforme di streaming.
Al termine di questa rapida panoramica, verrebbe da dire di averle viste davvero tutte. Non resta che attendere il nuovo adattamento omerico di Christopher Nolan, con la speranza che la narrazione sia all’altezza dell’epicità delle polemiche che lo precedono.
Ilaria Condemi de Felice
















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