The Nameless Ballad, la recensione
Musica e cinema horror hanno sempre intrattenuto un rapporto privilegiato, un legame che va ben oltre il semplice accompagnamento sonoro delle immagini. La musica è infatti uno degli strumenti più efficaci per costruire la paura: può insinuarsi sotto la pelle, anticipare una minaccia, suggerire la presenza di qualcosa che ancora non vediamo o trasformare un ambiente apparentemente innocuo in uno spazio carico di inquietudine. Basti pensare al contributo dei Goblin per il cinema di Dario Argento, alle sonorità di Bernard Herrmann per Psyco o alla potenza evocativa di John Carpenter, che ha spesso composto personalmente le musiche dei propri film. Ma il rapporto tra i due mondi è sempre stato reciproco. Il rock e soprattutto l’heavy metal hanno attinto a piene mani dall’immaginario horror, trasformandone mostri, atmosfere e simbologie in un linguaggio estetico e musicale. Non è un caso che i Black Sabbath abbiano preso il proprio nome dal film di Mario Bava (I tre volti della paura), che Rob Zombie abbia battezzato la sua band White Zombie in omaggio al classico con Bela Lugosi o che artisti come Alice Cooper abbiano fatto della teatralità macabra una componente essenziale delle proprie esibizioni. Un’influenza che ha attraversato anche le copertine degli album, i testi e i videoclip, fino a diventare una vera e propria identità culturale.
Non sorprende, quindi, che il cinema horror abbia spesso trasformato la musica nel fulcro stesso delle proprie storie. Da Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma a The Rocky Horror Picture Show, passando per Morte a 33 giri e Paganini Horror, sono numerosi i film che hanno esplorato il lato oscuro dello spettacolo e della creazione artistica. Una tradizione proseguita anche in tempi più recenti con titoli come Le streghe di Salem di Rob Zombie, The Devil’s Candy e Deathgasm, nei quali la musica diventa veicolo di possessioni e derive soprannaturali.
The Nameless Ballad di Federico Zampaglione si inserisce in questo filone, ma lo fa attraverso una prospettiva più malinconica e introspettiva. Il suo interesse, infatti, non è tanto quello di raccontare il lato spettacolare e trasgressivo della musica, quanto di esplorare il peso psicologico che può accompagnare la ricerca dell’ispirazione. E il doppio legame con il suo autore rende l’operazione ancora più interessante: Zampaglione, conosciuto dal grande pubblico soprattutto come fondatore e voce dei Tiromancino, ha ormai costruito un curriculum di tutto rispetto anche dietro la macchina da presa, mentre il film porta sullo schermo un musicista che deve fare i conti con le proprie aspettative e con il bisogno quasi disperato di tornare a creare.
Sam Gallo (Jamie Ward) è un giovane musicista inglese di origini italiane che ha conosciuto il successo con il suo primo album, ma ora attraversa una profonda crisi creativa. Le pressioni dell’ambiente discografico, le aspettative di chi lo circonda e una crescente dipendenza da farmaci e sostanze hanno compromesso il suo equilibrio. Alla ricerca di una nuova ispirazione, Sam decide di ritirarsi in una villa isolata in Italia, dove spera di ritrovare la concentrazione necessaria per comporre un nuovo brano. Qui si imbatte in un vecchio pianoforte e in alcuni spartiti appartenuti a Imma Rubino (Giglia Marra), un’aspirante musicista che in passato aveva coltivato ambizioni artistiche senza riuscire a realizzarle. Quando Sam comincia a suonare quella musica, qualcosa di oscuro sembra risvegliarsi nella villa, dando forma a presenze sempre più inquietanti e a un’esperienza nella quale il confine tra realtà, sogno e allucinazione diventa progressivamente indistinguibile. L’arrivo della fidanzata Tania (Alana Boden) non farà che complicare una situazione già fuori controllo.
Dopo lo splatter e il gusto per il citazionismo di The Well, Zampaglione cambia radicalmente direzione. The Nameless Ballad è una ghost story minimale, che rinuncia in larga parte alle efferatezze del precedente film per recuperare quell’atmosfera funerea e lugubre che aveva caratterizzato, almeno in parte, il suo esordio horror con Shadow. È un ritorno a un cinema più raccolto, nel quale la paura non nasce tanto dalla quantità di eventi quanto dalla loro capacità di insinuarsi nella percezione dello spettatore. La villa diventa il centro di un incubo sempre più opprimente, un luogo nel quale ogni stanza, ogni corridoio e ogni oggetto sembrano custodire un passato minaccioso. Il regista lavora soprattutto sulle suggestioni, sugli ambienti e sui silenzi, dimostrando di conoscere bene i meccanismi della tensione e di non avere bisogno di ricorrere continuamente a facili spaventi.
Il cuore del film è però un discorso sull’ossessione, sulla ricerca dell’ispirazione e sul desiderio di raggiungere una perfezione artistica che spesso non nasce da un’esigenza personale, ma dalle aspettative degli altri. Sam non deve semplicemente ritrovare la propria vena creativa: deve dimostrare di essere ancora all’altezza del successo ottenuto, rispondere alle richieste di un sistema che pretende continuamente qualcosa di nuovo e confrontarsi con il timore di aver già esaurito tutto ciò che aveva da dire. È una condizione che Zampaglione, musicista prima ancora che regista, sembra conoscere da vicino e che conferisce al racconto una malinconia piuttosto marcata. Non è necessario leggere il film come un’opera autobiografica per avvertire una componente personale, quasi un’urgenza nel raccontare le fragilità di chi si trova a dover alimentare continuamente la propria creatività.
In questo senso è particolarmente interessante il rapporto tra musica e silenzio. The Nameless Ballad parla di un musicista, ruota attorno a una composizione e utilizza il pianoforte come elemento fondamentale della propria mitologia, eppure sono proprio i momenti di sospensione sonora a risultare spesso più efficaci. Il sound design assume un’importanza decisiva: rumori appena percettibili, improvvise assenze di suono e piccoli dettagli acustici contribuiscono a rendere minaccioso ciò che apparentemente non dovrebbe esserlo. Il film sembra ricordarci che, in un racconto dell’orrore, anche il silenzio può diventare una presenza. E Zampaglione trova uno dei suoi momenti migliori in una sequenza onirica nella quale Sam entra in un armadio che nasconde una parte sconosciuta della villa. Girata interamente in soggettiva, la scena è un piccolo esercizio di maestria horror: lo spettatore viene trascinato direttamente nello spazio mentale del protagonista, senza punti di riferimento rassicuranti, mentre ciò che accade assume una dimensione tanto assurda quanto disturbante. È uno dei passaggi più riusciti del film e dimostra quanto il regista sappia ottenere risultati notevoli quando si affida alla costruzione dell’atmosfera.
A sostenere il racconto c’è anche una buona prova del protagonista, interpretato da Jamie Ward, capace di restituire la fragilità e il progressivo smarrimento di un uomo che sembra perdere il controllo non soltanto della propria vita, ma anche della propria identità artistica. Colpisce, anche grazie all’ottimo make-up nella sua versione più creepy, Giglia Marra nel ruolo di Imma Rubino e il suo fantasma, una donna che trasforma in maledizione la sua frustrazione, che è anche testimonianza di un’epoca in cui il talento femminile veniva sottovalutato e annientato sotto il maglio del patriarcato.
Il limite principale di The Nameless Ballad si trova però nella struttura narrativa. Il soggetto, sviluppato da Zampaglione insieme a Barbara Baraldi, scrittrice, sceneggiatrice e attuale curatrice di Dylan Dog, non offre moltissimo materiale per sostenere un lungometraggio di circa novanta minuti. L’intuizione di partenza è suggestiva, ma il racconto fatica talvolta a svilupparsi, riproponendo situazioni senza riuscire sempre ad aggiungere nuovi elementi di interesse. Ne risentono il ritmo e la progressione drammatica, con una certa ripetitività di fondo.
In definitiva, The Nameless Ballad è una delle prove più personali di Federico Zampaglione. Dopo aver trovato con The Well una formula capace di attirare l’attenzione internazionale, il regista sceglie consapevolmente di abbandonare quella strada per tornare a un horror più intimo, rarefatto e malinconico. È una scelta rischiosa, ma proprio la sua fragilità narrativa sembra in qualche modo coerente con lo stato d’animo che intende raccontare. Più che un esercizio di genere, The Nameless Ballad appare come il riuscito tentativo di dare forma a un’inquietudine personale, a quel rapporto complicato tra talento, aspettative e bisogno di esprimersi che può trasformare la creazione artistica in una vera ossessione.
The Nameless Ballad arriva al cinema il 5 novembre distribuito da FilmClub Distribuzione, dopo essere stato presentato al FrightFest di Londra e a Lucca Comics & Games.
Roberto Giacomelli
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