La Casa – Il rogo del male, la recensione

Ci sono film horror che reinventano un genere e altri che, più semplicemente, ne comprendono alla perfezione l’essenza. La Casa – Il rogo del male appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A oltre quarant’anni dall’esordio della saga ideata da Sam Raimi, il franchise di Evil Dead continua, infatti, a sorprendere per la sua capacità di cambiare pelle senza perdere la propria identità. Dopo la trilogia originale – culminata con il cult L’armata delle tenebre – il mondo dei Deadites è proseguito con le tre divertentissime stagioni della serie Ash vs Evil Dead, prima che il reboot del 2013 firmato da Fede Álvarez ridefinisse completamente le coordinate della saga. Meno ironia, quasi nessuna concessione alla comicità slapstick introdotta da La Casa 2, molto più orrore fisico, sangue e disperazione. Da quel momento ogni capitolo è diventato una storia autonoma, legata alle altre solo dalla mitologia del Necronomicon e dei demoni kandariani, ma soprattutto da un tema comune: la famiglia.

Dopo un violento litigio con la moglie Alice, Will decide di mettersi ugualmente al volante nonostante abbia bevuto. L’incontro improvviso con una donna nel mezzo della strada provoca un incidente fatale che lo uccide nel rogo della sua auto. Al funerale, Alice si ritrova circondata dai parenti del marito, una famiglia che non ha mai accettato quella giovane immigrata francese entrata a far parte dei Redford. Terminata la cerimonia, tutti si riuniscono nella vecchia casa di famiglia, una dimora ormai in rovina che Joseph, fratello di Will, avrebbe dovuto restaurare. Nel frattempo, però, il ragazzo ha scoperto gli appunti del nonno, ossessionato dagli studi sul misterioso Libro dei Morti, su un antico rituale capace di evocare entità demoniache e su un pugnale che rappresenterebbe l’unica arma in grado di fermarle. Ben presto quelle che sembravano soltanto leggende iniziano a prendere forma quando i membri della famiglia manifestano comportamenti sempre più violenti e innaturali.

Se il reboot del 2013 raccontava il legame salvifico tra Mia e suo fratello David, mentre La Casa – Il risveglio del male trasformava la famiglia nel primo bersaglio della possessione, La Casa – Il rogo del male (Evil Dead Burn, in originale) sceglie una direzione ancora diversa. Il regista e sceneggiatore Sébastien Vaniček utilizza l’orrore per riflettere sulla famiglia acquisita, su quanto il mancato legame di sangue possa trasformarsi in diffidenza, esclusione e perfino violenza. Alice diventa così una protagonista sorprendentemente sfaccettata: una donna che, dopo il matrimonio, scopre di aver condiviso la propria vita con un uomo profondamente tossico e con una famiglia pronta a giustificarne ogni abuso nel nome di un patriarcato soffocante, alimentato da un’America conservatrice incapace di accettare chi proviene da un’altra cultura. La lunga notte infestata dai Deadites assume allora un valore simbolico fortissimo: sopravvivere ai demoni significa anche liberarsi definitivamente da anni di soprusi e manipolazioni.

La casa il rogo del male

Pur mantenendo questa lettura tematica, Vaniček dimostra di conoscere perfettamente il DNA della saga. Dopo le sperimentazioni urbane di Lee Cronin nel precedente riuscitissimo capitolo, il regista francese riporta l’azione nell’ambiente che ha reso immortale Evil Dead: una casa isolata. Un luogo che contiene una famiglia intrappolata, possessioni sempre più feroci e una lotta disperata combattuta con qualsiasi oggetto domestico possa trasformarsi in un’arma. Da questo punto di vista Il rogo del male è probabilmente un capitolo più vicino al film di Álvarez, pur concedendosi qualche inattesa parentesi ironica che richiama, senza mai imitarla, la follia dei film classici. Emblematica, in questo senso, la straordinaria figura della nonna, capace di alleggerire di tanto in tanto, anche se per pochi istanti, una tensione altrimenti quasi insostenibile.

La casa il rogo del male

I fan di lunga data troveranno inoltre numerose ricompense disseminate lungo il racconto. Il professor Raymond Knowby viene esplicitamente citato come collega del nonno di Joseph, sancendo di fatto la piena continuità con la saga originale, mentre un fugace dettaglio fotografico sulle scale di casa lascia intravedere il volto di Ash Williams (Bruce Campbell) e ad un certo punto fa capolino un’immancabile motosega. All’inizio del film è presente anche un collegamento diretto con Il risveglio del male, quasi un passaggio di testimone tra i due capitoli, mentre la mitologia viene ampliata attraverso la misteriosa setta dei Wise Men, antichi studiosi che avrebbero indagato e risvegliato il pantheon kandariano.

Sul piano della messa in scena, Vaniček conferma tutto il talento già mostrato con Vermin. La regia è un continuo esercizio di inventiva, fatta di movimenti di macchina vorticosi, inquadrature suggestive e una gestione dello spazio che rende ogni stanza della casa un luogo potenzialmente mortale. L’azione possiede una fluidità impressionante e ogni combattimento viene valorizzato da un lavoro registico che aumenta costantemente la tensione. A sostenere il tutto c’è una protagonista eccellente: Souheila Yacoub offre una prova intensissima, sia sul piano emotivo che fisico, trasformando Alice in una delle migliori final girl dell’intera saga. Impressionante anche Erroll Shand nei panni del patriarca Edgar, mentre Luciane Buchanan regala grande intensità a Thya, costretta a vivere alcune delle situazioni più disturbanti del film.

E poi c’è lo spettacolo dell’orrore. Probabilmente nessun capitolo della saga aveva mai raggiunto un simile livello di efferatezza. Effetti speciali prostetici straordinari, litri di sangue, mutilazioni, possessioni e deformazioni corporee costruiscono un autentico luna park dello splatter che mette seriamente alla prova anche gli spettatori più navigati. L’unica vera nota stonata arriva nel finale: il cosiddetto “final boss”, ormai diventato una costante del nuovo corso della saga, convince meno del previsto. Visivamente appare distante dall’immaginario classico dei Deadites e il suo design, pur ambizioso, manca di quella forza iconica che avrebbe meritato.

Piccola sbavatura a parte, La Casa – Il rogo del male è un horror feroce, intelligente e visceralmente spettacolare che riesce a parlare di traumi familiari senza mai dimenticare ciò che gli appassionati chiedono a Evil Dead: paura, invenzioni registiche e una quantità industriale di sangue. Per chi ha amato il reboot del 2013 e Il risveglio del male, è un appuntamento semplicemente imperdibile.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Regia ispiratissima e ricca di invenzioni visive.
  • Ottima protagonista e sottotesto familiare sorprendentemente efficace.
  • Splatter estremo con effetti speciali di altissimo livello.
  • Espande con intelligenza la mitologia della saga.
  • Il “final boss” convince meno del resto del film.
  • Alcuni richiami al passato funzionano più come fan service che come reale necessità narrativa.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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La Casa - Il rogo del male, la recensione, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

One Response to La Casa – Il rogo del male, la recensione

  1. Fabio ha detto:

    Davvero niente male, sulla falsa riga del precedente, parecchio splatter e cattivo, con dei mostri molto fighi, bella anche la regia soprattutto la scena del pianosequenza.

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