Mortal Kombat II, la recensione

Avanti, avanti, giù, giù, calcio basso è la combinazione infallibile per la Fatality di Liu Kang, quella in cui l’iconico combattente si trasforma in una fiammata di fuoco e incenerisce l’avversario.

A far quella ci siamo riusciti un po’ tutti, ma già la seconda Fatality di Liu Kang, che prevede un cabinato che piomba giù dall’alto sull’avversario, è più insidiosa. Per non parlare di alcune combo che richiedono un’abilità con i tasti davvero da maestro e che hanno rappresentato una grande sfida per molti videogiocatori, facendo di Mortal Kombat uno dei “picchiaduro” più complessi, divertenti e brutali dell’intera storia del gaming.

Un mondo – quello creato nel 1992 da Ed Boon e John Tobias – che non solo gode di ottima salute su console (il dodicesimo capitolo è del 2023 e ha venduto oltre 5 milioni di copie), ma continua ad espandersi su altri media, come il cinema, che quest’anno saluta l’arrivo di Mortal Kombat II di Simon McQuoid, atteso sequel dell’apprezzato reboot che lo stesso regista aveva realizzato nel 2021.

La sconfitta a dieci tornei consecutivi del Mortal Kombat porterà la Terra sotto il dominio del Mondo Esterno e dal suo spietato dittatore Shao Kahn. In questo momento la Terra ha perso nove Mortal Kombat e per questo Lord Raiden ha messo insieme i combattenti terrestri più promettenti che sfideranno al torneo finale Shao Kahn e i suoi guerrieri. L’ultimo arruolato è Johnny Cage, vecchia gloria del cinema d’azione, che non accetta di buon grado il compito per il quale è stato scelto.

Nel frattempo, la principessa Kitana, erede al regno di Edenia e tra le fila dei combattenti di Shao Kahn, sta escogitando un piano per vendicare la morte di suo padre e l’usurpazione del trono da parte del perfido leader del Mondo Esterno.

Ma il potente stregone Shan Tsung, braccio destro di Shao Kahn, è riuscito a impossessarsi dell’amuleto di Shinnok, che conferisce l’immortalità a chi lo indossa, consegnando di fatto la vittoria al Mondo Esterno, seppur con l’inganno.

Se Mortal Kombat del 2021 era, in fin dei conti, un enorme prologo al torneo che decreterà le sorti della Terra, Mortal Kombat II è letteralmente quel torneo.

Non c’è un attimo di tregua nel sequel scritto da Jeremy Slater e diretto da Simon McQuoid e lo spettatore viene catapultato immediatamente in un susseguirsi di combattimenti all’ultimo sangue, sempre più brutali e spettacolari, proprio come se assistesse a una sessione di gaming lunga due ore. E detta così potrebbe apparire come un’esperienza frustrante perché si sa, guardare i videogiochi non è di certo come giocare ai videogiochi; ma il pregio di Mortal Kombat II è che ci si è impegnati – per quanto possibile – a costruire attorno alla sequela di mazzate anche un contesto narrativo credibile.

Sicuramente aver avuto un “film prologo” come quello di cinque anni fa ha aiutato tantissimo a imbastire un impianto narrativo solido che portasse al torneo, ma anche questo sequel aggiunge molti elementi e diversi personaggi che ne arricchiscono la lore.

Infatti, Mortal Kombat II inizia nel passato, nel regno di Edenia, e ci introduce non solo il personaggio del malvagio Shao Kahn (Martyn Ford), ma anche quello di Kitana che è uno dei character chiave di questo film. Da questa introduzione capiamo le ragioni di una vendetta pianificata negli anni e riusciamo ad entrare in empatia con un personaggio che altrimenti sarebbe potuto essere monodimensionale. Invece c’è un lavoro di scrittura sufficientemente accurato nel delineare questa principessa guerriera che vuole rivendicare il suo trono, il rapporto di fraterna amicizia con la sua guardia del corpo – sua coetanea – Jade e il doppio gioco che mette in atto per portare a termine la vendetta. Anche la tedesca Adeline Rudolph, che abbiamo già visto in Hellboy – L’uomo deforme e nella serie Netflix su Resident Evil – se la cava egregiamente nel ruolo di Kitana, così come convince la sua chimica con Tati Gabrielle (Le terrificanti avventure di Sabrina, The Last of Us), che interpreta Jade.

Ma veniamo al vero asso tra i personaggi di Mortal Kombat II, Johnny Cage, grande assente nel primo film e tra i più amati dell’intera franchise. A dar volto all’egocentrico e sbruffone star di Hollywood c’è Karl Urban (Billy Butcher di The Boys), una scelta a dir poco perfetta, a maggior ragione se si pensa che qui Mr. Cage è in là con gli anni e vive di convention nel ricordo dei film cult dei primi anni ’90, mentre il pubblico lo snobba in favore delle odierne star del web. Bastano pochissimi minuti e il film riesce a fornirci una descrizione accurata e accattivante del personaggio inquadrato nel momento del suo declino. E ovviamente Johnny Cage è una “prima donna”, fatta di battute e ammiccamenti, esattamente come il canone prevede: “It’s showtime!” pronuncia in un paio di occasioni, con occhiali da sole portati in posizione con il dito medio, senza tralasciare l’iconica spaccata e le continue dimostrazioni di edonismo: “quale è il tuo potere?” gli dicono. “Sono solo fottutamente bello”, risponde.

Tra le new entries troviamo anche Sindel (Ana Thu Nguyen) e il negromante Quan Chi (Damon Herriman), ma soprattutto il mostruoso Baraka (CJ Bloomfield), a cui viene finalmente data importanza fino a diventare protagonista di uno dei momenti più genuinamente divertenti di tutto il film.

Ma, ovviamente, se parliamo di Mortal Kombat ci aspettiamo principalmente due cose: combattimenti e violenza gratuita.

McQuoid e il suo team hanno voluto rendere omaggio al videogame a tal punto da replicare in maniera maniacale le mosse iconiche dei personaggi, il loro look, le frasi e le arene dei combattimenti, ma anche dettagli gustosissimi come il barcollamento dei combattenti durante il “finish him” con la possibilità di scegliere o meno il colpo mortale finale.

Dal punto di vista sangue e violenza, ancora non ci siamo. Parliamoci chiaramente: ogni combattimento termina con qualcuno che muore malissimo e siamo comunque su livelli di gore eccellenti se paragonati al dittico anni ’90, ma se pensiamo a Mortal Kombat davvero immaginiamo una pioggia di sangue, un film almeno da 14+. Invece il film di McQuoid, come il precedente, tiene il freno tirato e seppure non lesini in brutalità varie è pur sempre un film classificato 10+ e questo può rendere l’idea.

Strutturalmente vicino a un ideale mix tra Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson e il suo sequel, ma con la qualità generale e gli effetti speciali del Mortal Kombat 2021, Mortal Kombat II convince su tutta la linea e appare come il giusto compromesso tra le ignorantissime botte da orbi del “picchiaduro” e l’esigenza di trovare uno spunto narrativo che giustifichi un adattamento cinematografico.

I fan del videogame sicuramente lo ameranno, tutti gli altri potrebbero tirare qualche sbadiglio qua e là.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • I continui omaggi al videogioco e come siano riusciti a rimanergli il più fedele possibile.
  • Alcuni combattimenti – come quello tra Liu Kang e Kung Lao – sono davvero spettacolari.
  • Il personaggio di Johnny Cage e l’interpretazione di Karl Urban.
  • C’è ancora troppa poca violenza per chiamarsi Mortal Kombat.
  • Se non siete amanti del videogame o almeno conoscitori potreste seriamente annoiarvi.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Mortal Kombat II, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating

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