Ant-Man and the Wasp: Quantumania, la recensione

Il più piccolo degli Avengers è da sempre il più simpatico, ma anche quello che racchiude alla perfezione tutta la poetica marveliana di Stan Lee, quella del “super-eroe con super-problemi”. Scott Lang, conosciuto come Ant-Man, nonostante il suo fare da biscazziere lo abbiamo sempre visto alle prese con piccoli grandi problemi quotidiani che implicano il lavoro e la famiglia, fino all’onere di dover salvare il mondo dalla più grande minaccia che il pianeta abbia mai conosciuto, Thanos, per il quale il suo contributo è stato fondamentale. Nella sua terza avventura in solitaria, Scott è perfettamente in linea con il suo pregresso e in Ant-Man and the Wasp: Quantumania si divide tra il “peso” del successo, una figlia adolescente che non riesce a non cacciarsi nei guai e una nuova minaccia che promette di non far rimpiangere il Titano folle.

Dopo gli eventi di Avengers: Endgame, Scott Lang ha scritto un libro autobiografico, è riconosciuto per strada e celebrato dagli abitanti di San Francisco e si gode una meritata pausa dalle “questioni da supereroi”, anche se deve gestire l’irruenta figlia Cassie che in quanto a guai con la legge cerca di seguire proprio le orme di suo padre. Cassie, inoltre, sta dimostrando un grande interesse per le invenzioni di Hank Pym ed è riuscita a creare un marchingegno che le consente di mappare la dimensione quantica senza visitarla fisicamente. Ma quando attiva il suo macchinario, qualcuno dall’altra parte capta la presenza umana così Cassie, Scott, Hope, Hank e Janet vengono risucchiati nel Regno Quantico al cospetto di un essere potentissimo che ha un conto in sospeso proprio con Janet Van Dyne.

Il trentunesimo film del Marvel Cinematic Universe è anche il primo della Fase 5, quella che dovrebbe portare nel vivo dell’argomento “Multiverso”. E infatti il terzo Ant-Man entra a gamba tesa nel discorso collegandosi fondamentalmente a quanto visto nella prima stagione di Loki (che diventa praticamente propedeutica alla visione di questo film, così come WandaVision lo era stata per Doctor Strange nel Multiverso della follia) e introducendo la variante Kang il Conquistatore, uno dei villain più celebri e temibili dell’intera storia editoriale della Marvel.

Partiamo subito da una constatazione: i film Marvel Studios ormai non sono più quello che erano una volta e si prestano tantissimo ad essere criticati, anche attaccati, lì dove alcuni titoli pre-Endgame apparivano invece come la perfetta quadratura del cerchio dell’intrattenimento cinematografico. È normale che questo brand si stia evolvendo (o involvendo, dipende dai punti di vista) in questa direzione, il vaso di Pandora è stato scoperchiato e la linea narrativa che si è deciso di seguire è decisamente problematica, oltre che dispersiva.

Ant-Man and the Wasp: Quantumania raccoglie le cose belle e i problemi che abbiamo trovato in diversi titoli della Fase 4 cercando di portare avanti la storia generale – a tratti con l’acceleratore – e allo stesso tempo focalizzandosi sui personaggi della saga di Ant-Man.

Quantumania è un film decisamente complesso, più nell’esecuzione che nel concept, che di base racconta una storia molto semplice e lineare. Lo sceneggiatore Jeff Loveness, però, si trova tra le mani la classica patata bollente, quel film importante che deve fare da catalizzatore anche al progredire dell’MCU. Per certi aspetti, Quantumania somiglia al secondo Doctor Strange ma se lì Raimi cedeva al fascino del film d’azione e a un’adorabile “caciara” a cui è impossibile non voler bene, in Quantumania si nota una maggiore difficoltà nel far collimare il divertimento da commedia, che è sempre stato alla base dei film su Ant-Man, con quel tono gravoso e dark da fantascienza di peso. E così la cornice sulla Terra è pura slapstick comedy, il mastodontico corpus del film ambientato nel Regno Quantico – che di fatto è come un pianeta “x” della saga di Star Wars – è un’epica space-opera che quado cerca il sorriso o l’ironia fallisce 2 volte su 3.

Gli omaggi all’immaginario creato da George Lucas per Star Wars sono davvero tanti e a tratti ingombranti (il bar in cui arrivano Hank, Hope e Janet con tutte quelle strane creature aliene) ma, a conti fatti, la resa visiva e immaginativa dell’Universo Quantico, con la sua flora di giganteschi batteri e simil-molluschi, la fauna e i paesaggi tra l’astratto e il post-apocalittico, sono la cosa assolutamente più riuscita e affascinante di tutto il film. Qui si muovono i nostri protagonisti, collaudatissimi e per questo ben riusciti, tra i quali hanno maggior rilievo del passato la Janet Van Dyne di Michelle Pfeiffer e la Cassie Lang di Kathryn Newton, qui in versione adolescente ribelle e vero motore di tutta la storia. Poco incisivi alcuni personaggi di contorno tra la popolazione del Regno Quantico, con un cammeo di Bill Murray molto divertente ma francamente superfluo, e cattivi altalenanti. Ma su quest’ultimo aspetto voglio approfondire.

Jonathan Majors ha colto le sfumature più subdole di Kang, è un villain decisamente potente perché è affabulatorio, riesce a comprendere i punti deboli dei suoi avversari e li colpisce fino a sopraffarli. Inoltre, è stato fatto un ottimo lavoro sul suo look rendendolo il più possibile simile alla controparte fumettistica pur non scadendo in quel senso di grottesco fumettoso in cui si poteva inciampare. Allo stesso tempo, però, Kang, così come ci viene mostrato in Quantumania, non è mai davvero minaccioso, di fatto non riesci a prenderlo sul serio come “nuovo Thanos”. Ma è anche vero che parliamo solo della sua prima comparsa e il tempo potrà aiutare a farlo apparire temibile agli occhi dello spettatore.

Altro discorso per il secondo villain, M.O.D.O.K. per il quale torna (più o meno) in scena Corey Stoll. Se conoscete M.O.D.O.K. dai fumetti, dimenticatelo perché è stato completamente riscritto e ricontestualizzato, ma giocando al ribasso, facendo di questo bizzarro personaggio quasi una macchietta, un “cazzone”, per dirla come nel film. Una caratterizzazione abbastanza avvilente a cui non gioca a favore la realizzazione visiva davvero orribile: se in alcuni frangenti M.O.D.O.K. porta una sorta di maschera dorata che ne riproduce la fisionomia canonica, nella maggior parte dei casi invece la resa con il volto di Corey Stoll stretchato in CGI è davvero inguardabile, una scelta difficile da comprendere.

Ant-Man and the Wasp: Quantumania mette davvero molta carne al fuoco. Di base è la storia di un padre (Scott) e una figlia (Cassie) e di una madre (Janet) e una figlia (Hope), del disperato tentativo di rinsaldare un legame che da una parte si sta rinforzando, dall’altro si sta ritrovando. Però questo è anche un film che apre le porte a un mondo mai visto prima, popolato da moltissimi personaggi e che risponde a delle regole proprie offrendo una moltitudine di potenzialità per ulteriori sviluppi. Infine, è la storia di un uomo solo e senza sentimenti confinato in un mondo che ha cercato di plasmare a sua immagine e che ha come unico obiettivo espandersi e fagocitare qualunque cosa.

C’è tanto in appena due ore e non tutto riesce a trovare la sua via nella maniera più pacifica per lo spettatore. Nell’ottica della visione d’insieme ci sono sicuramente molte cose importanti che dobbiamo ancora scoprire, in quella del film assolo viene a mancare quella leggerezza, quella semplicità e quell’ordine mentale che aveva, ad esempio, il primo Ant-Man.

Non alzatavi dalla poltrona fino alla fine di tutti i titoli di coda, ci sono due scene mid e post-credits davvero importanti per il futuro della Saga del Multiverso.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La dimensione quantica è stata resa in modo affascinante e fantasioso.
  • I personaggi già noti hanno una bella crescita.
  • M.O.D.O.K. è stato reso malissimo.
  • Si ha la sensazione, a tratti, che il film fatichi a gestire la sua importanza all’interno della storia complessiva e a risentirne è la (presunta) minacciosità e grandezza di Kang.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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