Cocaine – La vera storia di White Boy Rick

La voglia di esplorare, al cinema e in tv, con puntualità chirurgica il decennio degli anni ’80 non mostra segnali di arresto e ancora una volta Hollywood guarda all’epoca dei capelli cotonati per raccontare una storia vera che affonda le mani nel crime più nero. Arriva nei cinema distribuito da Warner Bros. Entertaiment Italia Cocaine – La vera storia di White Boy Rick, period drama criminale che estende il racconto nel triennio 1984-1987.

L’adolescente Rick aiuta il padre nel recupero e il commercio illegale di armi da fuoco in una Detroit grigia e allagata dalla criminalità. Per guadagnarsi il rispetto delle gag, Rick vende personalmente armi a spacciatori di colore che lo soprannominano White Boy Rick e lo accolgono come un fratello. Per evitare l’arresto a suo padre, Rick si lascia però corrompere dalla polizia che intende utilizzarlo come informatore per mettere le mani sullo spaccio di cocaina che sembra avere radici fino al gabinetto del sindaco.

Da questa premessa si sviluppa il film diretto dal francese Yann Demange, che nel 2014 si era fatto conoscere con il tesissimo drama-thriller ’71, sulla rivoluzione a Belfast. Ma Demange, partendo da una sceneggiatura scritta a otto mani da Andy Weiss, Logan Miller, Noah Miller e Steve Kloves, tralascia completamente la voglia nostalgica di contestualizzare l’epoca narrata, a differenza di molti suoi colleghi, e si concentra su un classico sviluppo coming of age approcciandosi alla materia narrata con un punto di vista abbastanza distaccato.

Un inizio fulminante ci fa conoscere Rick e suo padre. Il primo ha il volto del giovane Richie Merritt che sembra uscito direttamente da un film di Larry Clark, il secondo è un Matthew McConaughey con baffo a manubrio e taglio di capelli redneck costantemente sopra le righe. Il modo in cui i personaggi ci vengono introdotti, a una fiera di armi usate, e il loro background ci indica subito che non siamo dinnanzi a un’opera convenzionale ma si affonda il pedale in situazioni di degrado morale e sociale in cui niente e nessuno vuol risultare mai “piacente”. C’è una costante estetica del brutto che mostra subito un forte carattere, accentuato dai minuti che avanzano e dalla quotidianità del giovane Rick, fatta di 9mm nella cintura e panetto di cocaina nello zaino.

La vera storia di White Boy Rick ha una prima metà che funziona a meraviglia, grazie a volti giusti e situazioni di ordinaria criminalità che creano un affascinante straniamento. Lo stesso coinvolgimento di Rick da parte delle forze dell’ordine arriva in maniera insolita, ammantando la storia di una normalità che si fatica a comprendere e quindi cattura. Ma giunti al momento della svolta, quello inserito per consentire alla trama di evolversi, qualcosa cambia in Cocaine e lo script sembra dilatarsi inutilmente smarrendo completamente il focus della vicenda.

Alcune dinamiche del plot criminale cominciano ad apparire troppo poco realistiche, come se Detroit non fosse abbastanza grande e affollata da prevedere più di una gag criminale interessata allo spaccio, e sembra che allo script questa cosa interessi poco, prediligendo il percorso di redenzione di Rick e suo padre. Un percorso fatto a step in cui si cerca di recuperare rapporti con famigliari perduti e muovere i primi passi nella costruzione di un futuro roseo. Qui il film si perde, smarrisce l’obiettivo per cui aveva faticato il raggiungimento e ci accompagna verso un epilogo senza speranza che ci fa uscire dal cinema gelidi.

Se da un punto di vista, quindi, Cocaine – La vera storia di White Boy Rick colpisce per la voglia di differenziarsi dalla massa, con una messa in scena realistica e personaggi veri che fanno cose credibili, dall’altra si nota una costante indecisione sul cosa voler essere: crime scorsesiano? Dramma sul coming of age? Un didascalico biopic? Un period drama sull’importanza di tessere legami famigliari? È tutto ciò e allo stesso tempo niente di questo, rischiando così di lasciare nello spettatore un ricordo un po’ troppo labile.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Attori ben scelti per dar vita a personaggi che hanno il sapore della realtà.
  • Un film che riesce finalmente a svincolarsi dalla contestualizzazione nostalgica degli anni ’80.
  • Poca attenzione nella descrizione di dinamiche criminali credibili.
  • Ad un certo punto il film abbandona il suo focus cominciando ad accumulare elementi diversi che gli sottraggono identità e una visione d’insieme forte.
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