Il giustiziere della notte, la recensione

Era il 1972 quando nelle librerie americane compariva Death Wish di Brian Garfield, sagace romanzo “thrilling” che portava avanti una neanche tanto velata critica alla società americana. Era un periodo di grande fermento sociale, la sicurezza del cittadino era costantemente messa in discussione dal crimine sempre più dilagante che aveva perso quel carattere di nobile esclusiva della criminalità organizzata ed era stato sporcato da “pesci piccoli” con rapine, stupri e omicidi di quartiere. Una situazione di fronte alla quale la polizia spesso non riusciva ad intervenire, impotente dinnanzi a un mondo in rivolta che identificava nelle stesse forze dell’ordine un nemico da cui diffidare.

Gli anni ’70 erano un periodo perfetto per far da sfondo al malessere giustizialista di Death Wish e il successo del romanzo fu intercettato anche dal cinema che prontamente ha prodotto nel 1974 una trasposizione, affidandone la regia a Michael Winner. Il giustiziere della notte, come titolato in Italia, aveva il volto aspro di Charles Bronson e fu un tale successo di pubblico da generare una saga di ben cinque film, prevedibilmente non tutti della stessa caratura qualitativa dell’ottimo prototipo. Ma il concept vincente nato dal romanzo di Garfield è stato spesso saccheggiato dall’industria cinematografica, con una moltitudine di revenge-movie ricalcati sulla vicenda dell’architetto Paul Kersey, che hanno raggiunto negli anni il loro apice con Death Sentence (2007) di James Wan che, guarda caso, traeva ispirazione da un’altra opera di Brian Garfield.

Oggi, in un periodo in cui negli Stati Uniti per certi versi si respira quell’aria pesante settantiana, Death Wish torna ufficialmente al cinema con un remake a cura di quel buontempone di Eli Roth, che ci ha abituato a ironici splatteroni come Cabin Fever, Hostel e The Green Inferno. Un nome che è già una dichiarazione d’intenti per la direzione che il nuovo Il giustiziere della notte è pronto a intraprendere.

La location si sposta dalla New York degli anni ’70 alla Chicago di oggi, città attualmente ai vertici della cronaca in quanto a concentrazione di criminalità, e Paul Kersey da architetto diventa medico chirurgo, ora impersonato da Bruce Willis. Un terzetto di criminali si introduce nell’abitazione di Paul mentre lui è in ospedale, sorprendendo sua moglie Lucy e sua figlia Jordan. La rapina ha un esito tragico: Lucy viene colpita a morte e Jordan rimane gravemente ferita. Quando Paul scopre l’accaduto e si rende conto che la polizia di Chicago non ha reali piste da seguire per fare giustizia, il dottore decide di armarsi e trovare da solo i responsabili della morte di sua moglie, diventando un giustiziere celebrato dai social media.

È già da un po’ di anni che la MGM sta meditando un remake de Il giustiziere della notte e inizialmente il progetto era stato affidato a Sylvester Stallone, che l’avrebbe dovuto dirigere e interpretare, impegno poi saltato a causa di divergenze con la produzione. Dopo di che la palla era passata in mano a Joe Carnahan, che ne ha scritto la sceneggiatura e ne avrebbe dovuto curare la regia con Liam Neeson nel ruolo del protagonista. Altra possibilità sfumata, anche se è proprio lo script di Carnahan che passa nelle mani di Eli Roth, che accoglie a braccia aperte il progetto e trova nel volto marmoreo di Bruce Willis il suo Paul Kersey perfetto.

In effetti un film come Death Wish è molto coerente nella filmografia di Roth, pupillo di Quentin Tarantino e cresciuto a pane e cinema d’exploitation anni ’70, immaginario a cui ha reso omaggio praticamente in ogni film che ha realizzato, quindi poter firmare il remake ufficiale di un cult di quelli anni è la quadratura perfetta del cerchio. Però sappiamo anche che Eli Roth non è un regista particolarmente “fine” e la sua cifra stilistica è da sempre caratterizzata da ironia e gusto per l’eccesso, soprattutto se si parla di violenza. Nel caso del Giustiziere della notte, fortunatamente, l’ironia viene impiegata in minima parte, piuttosto si fa largo uso di situazioni talmente paradossali che sfiorano l’ironico e richiedono una certa sospensione dell’incredulità (guardate il modo in cui Paul si procura la pistola e provate a evitare un facepalm… sarà difficile!). Invece la violenza, quella si che è instillata proprio come ci aspetteremmo da un “directed by Eli Roth”: teste maciullate, corpi che esplodono, arti mozzati… non manca nulla in un thriller-action “cazzone” che si sporca progressivamente di splatter.

Bruce Willis, cappuccio incollato sulla zucca, sembra rifare il suo David del bellissimo Unbreakable e diventa pure un divo di YouTube. Un attore a cui manca quella cupezza che apparteneva a Charles Bronson ma che appare come una scelta perfettamente coerente con la sua carriera. Un po’ sprecato, invece, Vincent D’Onofrio nel ruolo del fratello di Paul, mentre non delude il mitico Dean Norris – volto indimenticabile di Breaking Bad – che qui è il detective che si occupa del caso Kersey.

Se poniamo un confronto con il film di Winner, il remake a cura di Roth soccombe perché privo di quella forza sociopolitica che aveva il predecessore: si poteva sviluppare un discorso satirico su una nazione fondata sulle armi, magari contestualizzando il tutto nell’epoca Trump, ma si decide di tralasciare qualsiasi riferimento storico-politico e abbandonarsi al puro intrattenimento. E Il giustiziere della notte intrattiene alla grande… ma ci si deve accontentare, appunto.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Se ci si aspetta un film violento si ha pane per i propri denti!
  • Bruce Willis è una buona scelta per il ruolo del protagonista.
  • Un perfetto spettacolo d’intrattenimento.
  • Gli manca quel afflato sottilmente satirico del film originale.
  • A tratti è richiesta una enorme sospensione dell’incredulità.
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