Museo – Folle rapina a Città del Messico, la recensione

Orso d’argento per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Berlino, Museo – Folle rapina a Città del Messico è l’opera seconda del messicano Alonso Ruizpalacios, classe 1978.

A immagine del protagonista assoluto Gael García Bernal, il film presenta un look decisamente internazionale, ma vanta un’identità orgogliosamente messicana. La ricostruzione di un clamoroso furto di antichità precolombiane al museo antropologico di Città del Messico è declinata in chiave di commedia, secondo una variante classica del filone heist. Per restare alla merceologia dei sottogeneri, la dinamica dei rapporti tra i due improvvisati autori del furto è quella di un divertente buddy movie, con vari scambi di battute particolarmente riusciti.

Il fatto di cronaca da cui il film di Ruizpalacios è tratto risale al 1985 e, come nella formula ormai classica della serialità period drama, una miriade di indizi sullo sfondo ci ricorda costantemente l’epoca di svolgimento dei fatti: telegiornali con immagini del grande terremoto di quell’anno, videogame come Space Invaders, giochi da tavolo un e modellino del Millennium Falcon. Insomma, la cultura nerd si conferma fondativa per il cinema di genere a tutte le latitudini.

C’è però anche molto di specificamente messicano. Non solo il ricordo della mitica diva da B-movie Sherazade Rios, dalla decadente aura felliniana. Soprattutto nella seconda parte, un’estetica onirica e un montaggio destrutturato pongono costantemente in relazione gli oggetti rubati alla loro dimensione rituale e magica; l’identità nazionale che essi rappresentano non può prescindere dalla cultura dello sciamanesimo. Nella “notte al museo” di antropologia di Città di Messico, i reperti non si risvegliano come in un sogno, ma come in una sconvolgente allucinazione da peyote.

Il marketing cinematografico gioca sin troppo spesso a presentare un nuovo film come sintesi di vari illustri precedenti. Un’abitudine che semplifica troppo, ma rivela bene, d’altra parte, lo spirito manierista e ibrido della postmodernità. Accettando comunque le regole di questo gioco potremmo dire che in Museo – Folle rapina a Città del Messico si riesce a tenere insieme, con ottima resa sia sul piano dell’intrattenimento che su quello artistico, l’immaginario di genere di Ocean’s Eleven (e seguiti/spin-off) e gli scritti di Carlos Castaneda.

Non per niente il sincretismo è nato in America Latina.

Enrico Platania

PRO CONTRO
Buon compromesso tra il crime/heist movie più spudoratamente commerciale e gli innesti autoriali del cinema latino. Nulla di realmente nuovo sotto il sole…
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