Peter Rabbit, la recensione

C’era una volta Peter Coniglio, coraggioso, disubbidente ma amabilissimo coniglietto antropomorfo che viveva con sua madre e le sue sorelle nei pressi di una fattoria ai confini di Kensington. Peter Coniglio è stato il protagonista di una fortunatissima collana di libri illustrati per bambini, realizzati nei primi del ‘900 dalla celebre scrittrice e illustratrice Beatrix Potter. Adorabili acquerelli accompagnavano racconti che promuovevano la solidarietà e si riempivano di coraggio e avventura, elementi fondamentali per risultare accattivanti agli occhi e alle orecchie dei bambini di allora.

Recentemente anche Nickelodeon ha prodotto una serie animata sui personaggi creati dalla Potter e la stessa scrittrice è stata al centro di un biopic – interpretata da Renée Zellweger – nel 2006, Miss Potter, in cui, inevitabilmente, faceva la comparsa l’adorabile coniglio e il suo mondo disegnato.

Avete ben presente, dunque, Peter Coniglio, i suoi amici parlanti e lo spirito pedagogico e politicamente corretto che li animano? Bene, dimenticatevelo. Se avete intenzione di andare a vedere Peter Rabbit, adattamento ufficiale targato Sony Animation Pictures dei personaggi creati da Beatrix Potter, vi ritroverete in un modo totalmente differente da quello zuccheroso creato dalla scrittrice inglese.

Con Peter Rabbit il regista e sceneggiatore Will Gluck (Easy Girl, Amici di letto) ha deciso di effettuare uno strano tradimento della fonte, fino al raggiungimento di livelli estremi, trasformando le delicate storie degli animaletti del bosco in una scorrettissima commedia vicina allo spirito dei teen-movie alla Animal House. Uno stravolgimento che potrebbe lasciare con l’amaro in bocca i fan della Potter, ma che da vita a un film gustosissimo e dannatamente divertente.

In Peter Rabbit si racconta la storia di un coniglietto col pelo rosso, vestito con una camicia blu e sempre pronto a cacciarsi nei guai. Rimasto orfano, Peter passa le sue giornate insieme alle tre sorelle e al cuginetto impacciato Benjamin, sempre intenti a escogitare un piano per rubare il cibo nella fattoria di Mr. McGregor, un anziano e burbero contadino che fa di tutto per difendere il suo orto dagli attacchi degli animali. Il coniglio, però, è convinto che quella fattoria spetti a lui di diritto, appartenuta ai suoi avi e lasciatagli in eredità da suo padre, ucciso proprio da McGregor. Così, quando l’anziano fattore muore stroncato da un infarto (causato proprio da Peter!), il coniglietto si insedia dentro la fattoria insieme a tutti i sui amici e famigliari. Ma Peter non ha fatto i conti con l’unico erede di Mr. McGregor, Jeremy, un giovanotto di città che odia gli animali e la campagna ed è intenzionato a vendere al più presto la fattoria.

Con un umorismo caustico molto più vicino a Un topolino sotto sfratto che a Babe, maialino coraggioso, Peter Rabbit è uno scatenato cartoon live action che punta tutto sulla scorrettezza. Quel tipo di scorrettezza che diverte molto i ragazzini (anche quelli un po’ più cresciuti), fondandosi su gag fisiche cattivissime, dispetti, ripicche, vendette e un ritmo indiavolato scandito da musica pop di oggi e di ieri.

Avete presente i cartoon di Tom & Jerry o i Looney Toons? Peter Rabbit cattura proprio quel mood e mette in scena il conflitto tra l’umano Jeremy McGregor e il coniglietto Peter come se si trattasse di una trasposizione mista animazione + live action proprio dei celebri cartoni animati di Hanna & Barbera o Warner Bros. Allo sfigatissimo umano, interpretato da un sorprendete Domhnall Gleeson, succede di tutto, come se fosse una versione in carne ed ossa di Willie E. Coyote, con gag così scorrette da far ridere a denti stretti, con la consapevolezza che nella realtà il protagonista del film sarebbe deceduto più e più volte, nei modi più cruenti e dolorosi possibili. Un motivo, questo, che ha fatto anche insorgere qualcuno, come è accaduto in Italia con l’Associazione Italiana Allergie Alimentari che ha creato una ridicola polemica attorno a una gag del film che ha per protagonista una letale allergia alle more.

Ma, ovviamente, come ogni film comunque destinato a un pubblico anche di bambini, non manca una morale buonista, uno spirito di redenzione e un punto di vista super partes nella vicenda, esterno sia al dispettoso ed egoista coniglietto, sia al cocciuto e ipocondriaco umano: è Bea, alter-ego di Beatrix Potter, intrepretata da Rose Byrne e vicina di casa di McGregor. Amatissima dai coniglietti del bosco, che lei utilizza come modelli per le sue illustrazioni, Bea è anche oggetto del desiderio di Jeremy e prevedibile ulteriore motivo di contesa con il gelosissimo Peter Rabbit, nonché deus ex machina nella guerra tra uomo e coniglio.

Se avete in mente il recente e riuscitissimo dittico cinematografico dedicato a Paddington, altro animale antropomorfo venuto dalla letteratura per ragazzi, toglietevelo dalla testa, Peter Rabbit ne è la versione “cattiva” che con coraggio e un pizzico di impudenza si staglia al di fuori dai vari Puffi, Alvin Superstar, Garfield e tutti quei film che mescolano l’animazione in CGI e attori in carne ed ossa.

I ragazzini lo ameranno e, una volta tanto, anche gli adulti si divertiranno molto.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Divertente e scanzonato, in molte situazioni fa ridere di gusto.
  • Animazione in CGI sorprendente: i coniglietti e gli animali del bosco sembrano veri!
  • Domhnall Gleeson sembra un cartone animato.
  • I fan di Peter coniglio potrebbero rimanere molto delusi, anzi, togliamo proprio il condizionale…
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