True Detective 3: oltre lo spazio e i “tempi”

1980.

1990.

2015.

No, non è un film di Christopher Nolan, al quale notoriamente piace dilatare il tempo, ma è l’ultima stagione (la terza, per la precisione) di True Detective, la serie tv creata e scritta da Nic Pizzolatto.

La storia è, almeno nelle prime battute, alquanto semplice e lineare: due bambini fanno un giro in bicicletta – sì, proprio le classiche biciclette Anni ’80 che ti fanno venir voglia di rivedere E. T. l’extraterrestre e Stranger Things – ma non faranno mai più ritorno a casa.

Il caso viene affidato a due detective: Wayne Hays e Roland West, rispettivamente interpretati da Mahershala Ali e Stephen Dorff. Anche qui, si tratta della più classica delle coppie poliziesche: uno risulta pragmatico, rude, razionale (West); l’altro risulta istintivo, sentimentale e pieno di contraddizioni (Hays).

Insomma: mente e cuore, uniti dallo stesso obiettivo ma, molto spesso, in contrapposizione tra loro per il diverso approccio al caso.

Il caso, sì, il vero protagonista di questa stagione.

Per quanto lineare e ispirato ad un vero fatto di cronaca nera, viene raccontato a frammenti, spezzettato, tagliuzzato fino ad ogni singola scena, dialogo, rapporto, parola, foto e indizio.

La vera sorpresa è la scelta stilistica del racconto; tralasciando la sempreverde sigla (i paesaggi di un’America nuda e cruda inseriti così poeticamente nei corpi dei protagonisti, creando un’incredibile potenza visiva), il caso viene raccontato in tre tempi diversi: si va indietro, avanti, per poi ritornare su scene già viste e scoprire così nuovi particolari utili alla risoluzione del caso.

Ogni passo, ogni parola detta, ogni comportamento, sembra avere conseguenze quotidiane “devastanti” per i due detective, ma anche per la moglie di Hays, Amelia Reardon, interpretata con estremo naturalismo da Carmen Ejogo.

Lei incarna il ritratto della perfetta donna emancipata: bella, intelligente, forte e con una propensione naturale alla ricerca, all’investigazione e alla scrittura.

Menzione d’onore, inoltre, va al classico personaggio secondario che ti rimane inevitabilmente nel cuore: Tom Purcell, il padre dei due bambini scomparsi; l’eterno sconfitto, il debole, l’abusato, l’indifeso, l’uomo succube della moglie con tendenze omosessuali e che fa “breccia” nel cuore del detective West (anche se Pizzolatto ha dichiarato ufficialmente che quest’ultimo non fosse omosessuale).

Tre tempi, dicevamo.

Tre stadi del caso investigativo, un’indagine apparentemente impossibile e bloccata, deviata, stoppata, rimbalzata per ben 35 anni.

Curioso che la “verità” o, meglio, l’inizio della vera presa di coscienza che il caso non sia quello che realmente sembra avvenga nel “mezzo”: siamo nel 1990 e la sesta puntata si conclude con un cliffhanger pazzesco.

Come si dice? La verità è nel mezzo, giusto?

Altra curiosità è che, come dichiarato ufficialmente da Nic Pizzolatto attraverso alcuni commenti sul suo profilo Instagram (a proposito, seguitelo: è molto attivo e risponde pressoché a tutti coloro che si destreggiano tra teorie, ipotesi e cospirazioni) questa terza stagione è in stretta continuity con la prima stagione.

Sì, esatto, proprio quel gioiello seriale con Matthew McConaughey e Woody Harrelson condivide lo stesso universo narrativo – e, se vogliamo, anche la stessa tematica – con questa terza stagione.

(Un parallelismo è quasi d’obbligo, seppur meno evidente: Fargo, prima e terza stagione, vi dice niente?).

Richiami evidentissimi (oltre al racconto per “tempi”: 1995 e 2012) alla prima stagione sono anche il tema della caccia (preda e cacciatore, per la precisione) e un evidentissimo more of the same della 1×04 – Capitolo 4: Cani sciolti non tanto per il piano sequenza (qui assente), ma per la feroce sparatoria a casa Woodard.

Nel corso delle puntate ho provato a fare una cosa molto simpatica che mi ha permesso di evidenziare, al netto delle similitudini di cui sopra, una differenza notevole tra la prima e la terza stagione: vedere gli episodi per ben due volte, una in italiano e una in lingua originale.

Ebbene sì, non ho sentito la necessità (pulsione, meglio) di guardarlo tutto in lingua originale come feci al tempo con le gesta di Rust & Marty.

Sia chiaro, Ali e Dorff sono due attori mostruosi, ma, ahimè, il confronto purtroppo non regge. Per il tema trattato, poi, mi aspettavo davvero qualcosa in più ma, a quanto pare, quando si tratta di bambini, pedofilia e violenza, sembra sempre che non si abbia il coraggio di andare oltre e alzare quell’asticella della tensione (già bella alta nella prima stagione).

Veniamo al finale (ovviamente senza spoiler, promesso).

C’è un andamento rapsodico sul finale tra i tre tempi della narrazione molto bello visivamente.

La fine è amarissima, come la serie e come la visione che i personaggi hanno del mondo.

Verità assolute e dubbi impensabili creano una spirale di tensione e instabilità fino all’ultimo secondo di visione.

Nic Pizzolatto si gioca l’all in con un espediente tecnico-narrativo da far scoppiare il cervello: una commistione tra storia narrata e narrazione (qui intesa come esposizione dei fatti messi in scena) che difficilmente ho potuto vedere e idolatrare in altri prodotti seriali.

Ai neofiti non colpirà più di tanto, pur essendo una serie antologica, ma alla vecchia guardia che ha amato il modo di scavare a fondo di Pizzolatto sarà un ritorno (seppur lieve) al passato.

Affascinante, morbosa, cruda questa serie TV è un continuo viaggio nella parte oscura degli esseri umani e nelle relazioni quotidiane: la vita matrimoniale fatta di alti e bassi, l’amicizia e i suoi segreti, un’ombra appena accennata di razzismo.

ll mio consiglio è di vederla una puntata alla volta, metabolizzando con calma ogni scena e di godersi il pazzesco finale.

È una serie tv che non può non esser vista poco alla volta, per cercare di provare a ricostruire i frammenti puntata dopo puntata e farci scardinare (?) tutto.

Perché seguire il mio consiglio? Per immedesimarsi in toto con il protagonista: si tratta di ascoltare, vedere, “vivere” una storia frammentata, fatta letteralmente a pezzi, come la mente di Wayne.

“Giocate” fino in fondo.

Perdetevi nella giungla.

Perdetevi nell’Arkansas.

Perdetevi in questo immenso buco nero.

Oltre lo spazio.

Oltre i tempi.

Dialogo preferito:

West: “Pensavo che Dio avesse impiegato sette giorni a creare il mondo”.

Hays: “Il settimo giorno si riposó. Ho sempre pensato che dovesse usare quel giorno in più, invece di farlo col culo”.

Fabrizio Vecchione

VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: +1 (da 1 voto)
Condividi questo articolo

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.