Jackie, la recensione

Jaqueline Kennedy è forse una delle più popolari First Lady nella storia degli Stati Uniti. Il suo stile e la sua eleganza hanno ispirato milioni di donne in tutto il mondo. Ma quanto sappiamo veramente della donna che si celava dietro l’immagine pubblica? Della madre e della moglie?

Quando il 22 novembre 1963 a Dallas, gli Stati Uniti videro il loro Presidente morire assassinato per un colpo di pistola alla testa, quello che vide Jackie fu l’uomo che amava e alla cui causa aveva dedicato la vita, morire tra le sue braccia in un lago di sangue.

Jackie è una storia inedita, che tutti sanno ma che nessuno conosce davvero. Il racconto di come questa donna sia riuscita ad affrontare sola i lunghi giorni di lutto che seguirono il tragico evento, pressata tra incombenze che il ruolo le imponeva e il dolore della perdita.

Per lungo tempo in America, il nome Kennedy è risuonato quasi al pari di Windsor in Gran Bretagna, tale era l’impronta che questa famiglia era riuscita ad imprimere al paese. Il regista Pablo Larraìn racconta come da bambino, vedendo la signora Kennedy in televisione dopo la morte del marito, chiese alla madre perché la regina fosse triste. “Quella è la First Lady, non è la regina” gli rispose lei, ma lui continuava a vederla come tale.

Jackie Kennedy era diventata un simbolo per il paese, l’immagine a cui aggrapparsi quando le cose sembravano sfuggire di mano, per ritrovare equilibrio e sicurezza.

Il film ricostruisce, attraverso un’intervista rilasciata da Jackie ad un giornalista, quanto avvenuto durante l’omicidio e nei giorni immediatamente successivi, fino al funerale. Racconta il marito e quanto accaduto, il rapporto con i figli, e le scelte fatte per il funerale nel breve tempo a disposizione.

Tutto è filtrato attraverso il doppio sguardo di moglie e First Lady, che restituisce un quadro nuovo e più completo, sicuramente più umano, della vicenda.

Il regista ci accompagna nella vita pubblica e privata della donna alternando alla narrazione canonica, la ricostruzione documentaria di alcuni dei momenti più rilevanti della carriera politica di Jaqueline. Un particolare rilievo viene dato alla famosa trasmissione da lei ideata, in cui accompagna per la prima volta gli spettatori americani in un tour della Casa Bianca. Il montaggio lega e integra efficacemente i diversi segmenti narrativi e i continui salti temporali, rendendo la storia scorrevole e godibile per quanto a tratti un po’ piatta.

A Natalie Portman viene dato il compito di reggere il film sulle sue spalle, cosa che le riesce solo in parte. Per quanto infatti l’interpretazione da lei offerta di Jackie sia adeguata, vedendo il film non si riesce ad assimilare completamente la sua immagine a quella della Kennedy. Il rischio di vedere sempre Natalie Portman che interpreta Jaqueline Kennedy, e non Jaqueline Kennedy in sé, è alto.

Jackie rimane, in conclusione, un’operazione interessante che, anche se non scatena un particolare trasporto, offre una prospettiva nuova su un fatto storico che ci è stato riproposto in molti modi diversi, oltre che su una figura pubblica importante ma stranamente trascurata dal mondo del cinema.

Susanna Norbiato

PRO CONTRO
  • L’originalità del tema e del punto di vista scelto.
  • La ricostruzione puntuale di alcune parti in stile documentario.
  • Natalie Portman non convince completamente nel ruolo.
  • A tratti il film risulta un po’ lento e ripetitivo.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Jackie, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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    2 Responses to Jackie, la recensione

    1. Agnese Pietrobon ha detto:

      Ho amato la regia del film, un Pablo Larrain sempre magnifico, e sicuramente, come dici tu, la scelta del tema: mi ha aperto gli occhi su una prospettiva che non avevo preso in considerazione, pur conoscendo bene le vicende dei Kennedy, ed è stato molto interessante poterlo fare.

      Purtroppo anche io non reputo la Portman del tutto adeguata e soddisfacente per il ruolo: il tentativo di essere una degna Jaqueline Kennedy sembra sempre alternarsi fra due estremi: non imitarla troppo, da una parte, ed essere esattamente come lei dall’altra. Questa ambivalenza rende evidente in ogni momento del film che siamo di fronte ad una “recitazione” poco spontanea, estremamente costruita, e la cosa delude non poco, devo ammetterlo.
      Il film, splendido sotto diversi aspetti, avrebbe funzionato molto meglio dal punto interpretativo con un’attrice sconosciuta, a mio parere. Un peccato, davvero.

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      • Susanna ha detto:

        Sono d’accordo Agnese! Purtroppo in questo genere di film quando l’interpretazione del personaggio principale non convince, la cosa si ripercuote negativamente su tutto. Un peccato.

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