Je so’ pazzo, la recensione del film su Pino Daniele

Il cinema sembra aver riscoperto un’insaziabile curiosità per le vite dei grandi protagonisti della musica, tanto da aver trasformato il biopic musicale in uno dei filoni più frequentati della produzione contemporanea. Il successo planetario di Bohemian Rhapsody ha aperto una strada percorsa negli anni successivi da Rocketman, Better Man, A Complete Unknown e, più recentemente, dal racconto del Bruce Springsteen di Deliver Me from Nowhere e di Michael Jackson in Michael. Una tendenza che ha attecchito anche in Italia, dove tra le operazioni più riuscite è impossibile non ricordare la splendida serie Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 di Sydney Sibilia. D’altronde, raccontare un musicista attraverso il cinema significa confrontarsi con un linguaggio artistico differente, cercando di trasformare in immagini non soltanto una biografia, ma anche il processo creativo che ha generato canzoni entrate nell’immaginario collettivo. Una sfida particolarmente impegnativa quando il protagonista è Pino Daniele, artista che ha saputo reinventare la tradizione musicale napoletana contaminandola con blues e jazz, diventando una delle voci più originali della musica italiana.

A raccogliere questa sfida è Nicola Prosatore con Je so’ pazzo, liberamente tratto dal libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce, scritto dal figlio Alessandro. Presentato alla Festa del Cinema di Roma e contemporaneamente distribuito nelle sale da 01 Distribution il 15 ottobre, il film sceglie di raccontare soltanto una porzione della vita del cantautore: vent’anni, dal 1961 al 1981, che ne attraversano l’infanzia, la formazione musicale e la progressiva affermazione fino allo storico concerto in Piazza del Plebiscito davanti a circa duecentomila persone.

Dall’infanzia difficile nei vicoli di Napoli, segnata da un rapporto conflittuale con il padre Gennaro (Giovanni Ludeno) e dall’affetto delle zie acquisite, fino alla scoperta della musica come unica autentica possibilità di espressione. La storia di Pino (Massimiliano Caiazzo) si concentra sulle prime esperienze nei gruppi musicali, l’incontro con Dorina (Mariasole Pollio), destinata a diventare sua moglie, le collaborazioni decisive e la nascita di un’identità artistica che rifiuta qualsiasi compromesso commerciale. Un percorso nel quale il successo non coincide necessariamente con la serenità personale, anzi finisce spesso per amplificare le inquietudini di un uomo che sembra non sentirsi mai completamente a casa, neppure nella città che più di ogni altra ha contribuito a raccontare.

La scelta di circoscrivere il racconto a questi vent’anni si rivela particolarmente felice. Uno degli errori più frequenti dei biopic è infatti la pretesa di condensare un’intera esistenza in un paio d’ore, trasformando il film in una successione di eventi significativi, incontri illustri e inevitabili tragedie personali. Prosatore preferisce concentrarsi sul momento in cui nasce l’artista, permettendoci di conoscere non soltanto Pino Daniele, ma anche Pinotto: il ragazzo insicuro, testardo, talvolta scontroso, che cerca nella musica una risposta alle proprie difficoltà affettive. Emergono così le sue manie, il carattere complicato, l’intransigenza artistica, il rapporto irrisolto con il padre e le prime incrinature del matrimonio. Soprattutto, emerge quella relazione viscerale con Napoli, madre amatissima e ingombrante dalla quale è impossibile separarsi senza provare un senso di colpa.

A rendere Je so’ pazzo qualcosa di più di un semplice racconto biografico contribuisce in maniera determinante la regia di Nicola Prosatore. Già autore dell’interessante Piano piano e della docuserie Netflix Wanna, il cineasta napoletano dimostra di non volersi adagiare sulla piattezza formale che troppo spesso ha caratterizzato la tradizione italiana dei biopic televisivi. Qui c’è cinema vero, fatto di movimenti di macchina elaborati, composizioni visive ricercate e una bellissima fotografia calda firmata da Leonardo Mirabilia, capace di restituire una Napoli lontana dalla semplice cartolina folkloristica.

Ottimo anche il cast, a cominciare naturalmente da Massimiliano Caiazzo, chiamato a un compito tutt’altro che semplice. L’attore di Mare fuori non possiede una somiglianza perfetta con Pino Daniele, ma riesce a evocarne efficacemente la presenza attraverso un importante lavoro fisico e, soprattutto, una convincente ricostruzione della personalità. Ne restituisce le idiosincrasie, gli scatti d’orgoglio, la timidezza che può trasformarsi improvvisamente in arroganza e quella difficoltà nel comunicare i propri sentimenti che trova una via d’uscita soltanto nella musica. Attorno a lui funzionano molto bene Mariasole Pollio nei panni della moglie Dorina, Giovanni Ludeno in quelli del padre e le bravissime Antonia Truppo e Monica Nappo, che interpretano le “zie”.

Naturalmente, in un film dedicato a Pino Daniele, le canzoni hanno un ruolo fondamentale. Ma Prosatore è abbastanza intelligente da evitare l’effetto jukebox, quello per cui ogni passaggio biografico sembra esistere soltanto per introdurre una hit riconoscibile. La musica nasce dalle situazioni, dai rapporti umani, dalle necessità economiche e dalle intuizioni artistiche del protagonista. Il film si concede anche alcune chicche particolarmente gustose, come l’episodio legato a Napule è, che Pino avrebbe inizialmente pensato di cedere a Peppino di Capri per ottenere il denaro necessario a sposarsi. Sono momenti che aggiungono profondità al racconto e permettono anche a chi conosce bene il repertorio del cantautore di avvicinarsi alle sue canzoni da una prospettiva differente.

Non tutto, però, trova il giusto spazio. Il limite più evidente emerge nell’ultima parte, quando il racconto affronta l’allontanamento di Pino da Napoli, conseguenza di un rapporto sempre più complesso con la città e con i suoi stessi concittadini. È un passaggio importante, che nella realtà ha avuto un peso significativo nel percorso umano e artistico del musicista, ma che il film risolve attraverso un’ellissi piuttosto sbrigativa. Si passa così dalle incomprensioni e dal senso di estraneità alla consacrazione definitiva del concerto in Piazza del Plebiscito, con una Napoli improvvisamente pronta ad abbracciare il proprio figlio prediletto. Avremmo voluto comprendere meglio cosa avesse significato quel distacco, percepito anche come una sorta di tradimento, e quanto fosse stato difficile ricucire il legame tra l’artista e il suo pubblico.

È una semplificazione che non compromette comunque la riuscita di un film capace di trovare un equilibrio convincente tra ricostruzione biografica, racconto di formazione e omaggio musicale. Je so’ pazzo ha soprattutto il merito di non trasformare Pino Daniele in un santino, lasciando emergere le contraddizioni di un uomo che poteva essere difficile da amare quanto straordinario da ascoltare. E forse è proprio questa la sua intuizione migliore: ricordarci che prima di diventare la voce di Napoli, Pino ha dovuto trovare la propria. Anche a costo di allontanarsi da quella città che, nel bene e nel male, avrebbe continuato a cantare per tutta la vita.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La regia di Prosatore, cinematografica e visivamente ricercata.
  • Massimiliano Caiazzo restituisce con efficacia le contraddizioni di Pino Daniele.
  • La musica è integrata nel racconto senza trasformarlo in un jukebox celebrativo.
  • L’ultima parte accelera eccessivamente alcuni passaggi fondamentali.
  • Il complesso rapporto tra Pino e i napoletani avrebbe meritato maggiore approfondimento.
  • Qualche inevitabile semplificazione nella ricostruzione biografica.
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