Hostel: Part II, la recensione

Beth e Whitney sono due ragazze americane impegnate in una vacanza studio a Roma. Terminati i corsi, decidono di concedersi un viaggio a Praga, portando con loro anche Lorna, una compagna decisamente meno disinibita e poco incline al divertimento. Durante il tragitto, però, fanno la conoscenza di Axelle, un’affascinante modella che le convince a cambiare destinazione e a raggiungere una località slovacca, promettendo loro tranquillità, divertimento e un soggiorno indimenticabile. Una volta arrivate, le tre amiche prendono alloggio in un piccolo e confortevole ostello, cominciando immediatamente a frequentare feste e a fare nuove conoscenze. Non possono sapere che, nel frattempo, le loro fotografie sono già state diffuse tra i membri di un’organizzazione clandestina e che un’asta internazionale per aggiudicarsi le loro vite è appena cominciata.

A circa un anno e mezzo di distanza dal discusso Hostel, Eli Roth torna sul luogo del delitto con un sequel nuovamente benedetto da Quentin Tarantino, ancora una volta produttore esecutivo. Un’operazione che, almeno sulla carta, sembrerebbe destinata a riproporre la formula del fortunato predecessore, limitandosi a sostituire i protagonisti maschili con tre ragazze americane. In realtà, Hostel: Part II si rivela un film ben più ricco e consapevole, capace di compiere una triplice operazione di continuazione, sintesi e ampliamento dell’universo narrativo già conosciuto.

Roth riparte direttamente dal finale del primo capitolo, recuperando il superstite Paxton (Jay Hernandez) e conferendo così ai due film una continuità che li rende quasi le parti di un’unica opera. Allo stesso tempo, però, costruisce un racconto perfettamente comprensibile anche autonomamente, riproponendo nelle sue linee essenziali il meccanismo narrativo dell’originale. La vera novità risiede piuttosto nell’ampliamento della prospettiva: se Hostel ci trascinava nell’incubo insieme alle vittime, lasciando volutamente nell’ombra gran parte dell’organizzazione criminale, il secondo episodio ci permette di osservare più da vicino il funzionamento della multinazionale della morte, i suoi metodi di reclutamento, le aste online e persino alcuni dei personaggi che ne occupano i vertici.

Soprattutto, Roth decide di raccontare anche il punto di vista dei carnefici. Parallelamente al viaggio delle tre protagoniste, seguiamo infatti Todd e Stuart, due facoltosi americani intenzionati ad acquistare la loro prima esperienza omicida. Il primo affronta la prospettiva con l’entusiasmo di chi sta per concedersi una vacanza particolarmente esclusiva, mentre il secondo appare molto più insicuro e tormentato. È proprio questo doppio binario narrativo a conferire al film una complessità superiore rispetto al predecessore: la violenza non viene più osservata soltanto attraverso gli occhi di chi la subisce, ma anche attraverso quelli di chi ha deciso di trasformarla in un bene di consumo.

La critica all’esasperazione del capitalismo, già presente nel primo Hostel, assume così contorni ancora più espliciti e inquietanti. L’organizzazione criminale funziona come una perfetta impresa internazionale, nella quale ogni desiderio può essere soddisfatto purché si disponga del denaro necessario. L’omicidio diventa uno status symbol, una forma estrema di intrattenimento riservata a una classe privilegiata che, dopo aver acquistato qualsiasi cosa, pretende di comprare anche il potere assoluto sulla vita altrui. Roth descrive una moderna aristocrazia economicamente onnipotente e moralmente putrefatta, ma ha anche l’intelligenza di mostrarne le contraddizioni: il denaro permette di accedere all’orrore, non garantisce necessariamente il coraggio di affrontarlo. Ed è proprio attraverso i due aspiranti aguzzini che il film trova alcune delle sue intuizioni più interessanti.

Anche la sceneggiatura, firmata dallo stesso Roth, appare più attenta alla delineazione dei personaggi e allo sviluppo della storia. Beth, interpretata da un’ottima Lauren German, è una protagonista meno immediata e più sfaccettata rispetto a quanto il suo ruolo potrebbe suggerire, mentre Roger Bart offre una prova particolarmente efficace nei panni di Stuart, personaggio la cui apparente fragilità nasconde pulsioni ben più inquietanti. Il film riesce così a mantenere una tensione costante non soltanto attraverso l’attesa delle inevitabili efferatezze, ma anche grazie alla progressiva scoperta dei rapporti di forza che regolano questo universo criminale.

Sul piano estetico, Hostel: Part II dimostra inoltre una cura persino maggiore rispetto al predecessore. La fotografia, le scenografie e soprattutto l’accompagnamento musicale contribuiscono a costruire un’atmosfera nella quale la tradizione dell’Europa orientale assume progressivamente connotazioni sinistre. Roth utilizza spesso brani lirici e folkloristici in perfetta sintonia con le immagini, mentre gli ambienti abbandonano gradualmente la dimensione turistica per addentrarsi in luoghi ed eventi meno convenzionali, dove l’orrore contemporaneo sembra dialogare con un passato fatto di superstizioni, crudeltà e privilegi aristocratici.

È proprio in questa direzione che emerge con particolare evidenza la cinefilia del regista. Se il primo Hostel guardava soprattutto al moderno horror orientale e al cinema pulp, stavolta Roth rivolge gran parte delle proprie attenzioni al cinema di genere italiano, disseminando il film di riferimenti più o meno espliciti. L’ambientazione iniziale romana e il successivo viaggio in treno richiamano inevitabilmente L’ultimo treno della notte di Aldo Lado, mentre una delle sequenze più sanguinose evoca il mito della contessa Erzsébet Báthory, figura ricorrente nell’immaginario gotico e già protagonista di numerose riletture cinematografiche, tra cui Il plenilunio delle vergini di Paolo Solvay. Anche la rappresentazione di una classe privilegiata decadente e corrotta sembra recuperare suggestioni del gotico italiano degli anni Sessanta, mentre il crudele epilogo si concede un’ultima, esplicita strizzata d’occhio ai nostri vecchi cannibal movie.

A rendere ancora più evidente questo legame contribuiscono tre gustosi cameo di altrettanti protagonisti del cinema di genere nostrano. Luc Merenda, indimenticabile volto di tanti polizieschi e thriller degli anni Settanta, interpreta un esponente dell’organizzazione criminale; Edwige Fenech compare nei panni dell’insegnante di storia dell’arte delle ragazze; mentre Ruggero Deodato si ritaglia probabilmente l’apparizione più memorabile, vestendo i panni di un cliente cannibale impegnato in un pasto che non lascia molto spazio all’immaginazione. Sono omaggi tutt’altro che casuali, attraverso i quali Roth rivendica apertamente le radici exploitation del proprio cinema.

Naturalmente, anche stavolta la violenza rappresenta uno degli elementi centrali dell’operazione. Rispetto al primo capitolo, le sequenze splatter sono forse meno numerose, ma acquistano una dimensione ancora più crudele e malsana. Roth sembra interessato non tanto ad aumentare quantitativamente il sangue versato, quanto a rendere ogni atrocità un momento riconoscibile e difficilmente dimenticabile. La già citata sequenza ispirata a Báthory ne costituisce l’esempio più evidente, ma è soprattutto l’esecuzione a sangue freddo di un bambino a testimoniare la volontà del regista di spingersi oltre qualsiasi rassicurante convenzione narrativa. Una scena di indubbia efficacia, sebbene non del tutto immune dal sospetto di gratuità.

Il limite principale di Hostel: Part II risiede semmai nella perdita dell’effetto sorpresa. Conosciamo già la natura dell’ostello e sappiamo fin dall’inizio quale destino attenda le protagoniste, perciò viene inevitabilmente meno quella brusca trasformazione dalla commedia giovanile all’incubo sadico che rappresentava uno dei punti di forza dell’originale. Anche la prima parte risulta meno scanzonata e divertente, mentre alcuni passaggi continuano a dipendere da coincidenze e forzature narrative piuttosto evidenti. Tuttavia, ciò che il film perde in termini di novità viene ampiamente compensato da una maggiore articolazione del racconto e da una più precisa consapevolezza delle proprie ambizioni.

Rivisto a distanza di anni, Hostel: Part II conferma, dunque, la propria natura di sequel tutt’altro che superfluo, capace non soltanto di espandere l’universo del predecessore, ma anche di completarne il discorso. Roth realizza un horror estremamente crudo, più elaborato nella scrittura e nella costruzione estetica, che utilizza il sadismo come strumento per raccontare una società nella quale persino la sofferenza umana può diventare un privilegio acquistabile. E se il primo capitolo conservava una maggiore immediatezza e il fascino della scoperta, questo secondo episodio possiede una maturità narrativa e una ricchezza di suggestioni che, per certi versi, lo rendono persino superiore. In fondo, Hostel ci aveva mostrato che ogni uomo può avere un prezzo; Hostel: Part II compie un passo ulteriore, ricordandoci che il vero orrore comincia quando qualcuno è disposto a pagarlo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un sequel che amplia e approfondisce intelligentemente l’universo del primo film.
  • Il doppio punto di vista di vittime e carnefici rafforza la critica sociale.
  • Maggiore cura estetica, personaggi più articolati e splendidi omaggi al cinema di genere italiano.
  • L’inevitabile perdita dell’effetto sorpresa rispetto al predecessore.
  • Una prima parte meno immediata e divertente rispetto a quella del primo capitolo.
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