Don’t Look at the Demon, la recensione
Una volta, diciamo fino a una ventina o quindicina di anni fa almeno, l’estate non era il periodo più ambito per far uscire i film al cinema in Italia. La cultura delle vacanze estive era una prassi e le sale, di conseguenza, chiudevano per ferie: “ci rivediamo a settembre” campeggiava sui portoni dei cinema cittadini, salvo qualche succulenta anteprima nelle maggiori sale delle località balneari. I day-to-date con i blockbuster estivi americani non erano consuetudine e i film più attesi che in USA facevano sfaceli al botteghino nella settimana del 4 luglio, da noi arrivavano tranquillamente a settembre, ottobre o anche più tardi. Quindi l’estate diventava il momento migliore per i distributori per raschiare il fondo del barile, per portare in quelle poche sale rimaste aperte quei film che si erano trascinanti con poche aspettative per mesi e ai quali era stata risparmiata la sorte direct-to-video solo per incrementare il valore di vendita alle tv. Qualche volta si scoprivano delle vere e proprie chicche per cultori, soprattutto nelle fila del cinema di genere, ma più frequentemente si trattava di sole belle e buone che finivano nel dimenticatoio alla velocità della luce.
Perché questo preambolo? Il 17 agosto, 102 Distribution porta al cinema il film horror Don’t Look at the Demon di Brando Lee che rispecchia alla perfezione quei film fetenti che solitamente facevano capolino in estate nei cinema italiani.
Una didascalia iniziale (che, col senno di poi, era meglio che ci fosse stata risparmiata per preservare la sorpresa) ci informa dell’esistenza dei Kuman Thong, un elemento del folklore del Sud-Est dell’Asia che ritroveremo più in là nel corso della storia del film.
Un prologo ci mostra la piccola Jules impegnata a evocare spiriti con la sorella nella loro cameretta, con successo. Ventidue anni dopo, ritroviamo una cresciuta Jules nelle vesti di una sensitiva protagonista di un programma televisivo che si avventura in diversi paesi del mondo alla ricerca di veri casi paranormali da documentare. Insieme ai suoi colleghi, che compongono la Skeleton Crew, Jules è in Malesia e dopo aver fatto delle riprese riguardo un rituale di esorcismo buddista, si reca nella villa in cui vive una coppia americana che dice di avere un’infestazione da poltergeist. Inizialmente, Jules non percepisce nulla in quell’abitazione ma proprio mentre sta per salutare i proprietari di casa ha una visione spettrale che la convince a passare la notte lì. Nella casa c’è effettivamente una presenza maligna e a farne le spese sembra essere soprattutto Martha, la padrona di casa che nasconde a suo marito un importante segreto.
Con un paio di action/crime in curriculum risalenti a più di un decennio fa, il malesiano Brando Lee torna ad occuparsi di cinema dirigendo, producendo e co-sceneggiando (insieme al prolifico Alfie Palermo) un horror che sembra voler strizzare l’occhio a un po’ tutto quello che negli ultimi dieci anni ha creato profitto a Hollywood. Da Insidious a The Conjuring passando da Paranormal Activity e tutto il filone delle ghost stories con svolta esorcistica che hanno affollato il panorama cinematografico. C’è perfino una citazione molto gratuita a Shining, un’altra a The Descent e le premesse iniziali sembrano richiamare – forse involontariamente – il dittico di ESP – Fenomeni paranormali; quindi, l’originalità di certo non abita in questo film. Eppure, c’era questo elemento folkloristico sconosciuto in occidente come i kuman thong che avrebbe potuto aggiungere un po’ di vero pepe alla storia e che, invece, viene utilizzato pigramente nell’ultimo atto come aggiunta a una vicenda di infestazione e possessione che al cinema abbiamo visto troppe volte.
Nonostante l’ambientazione “esotica” malesiana, Don’t Look at the Demon non punta troppo sulla sua radice etnica scegliendo di portare in scena un cast quasi interamente occidentale (fanno eccezione il monaco buddista Konglar Kanchanahoti e l’assistente al programma interpretata da Thao Nhu Phan) e di ambientare la vicenda esclusivamente nell’interno della villa. Così facendo, il fascino del folklore malesiano che sembrava emergere nei primi minuti va completamente a perdersi e ci ritroviamo dinnanzi a un film horror come quelli che spuntano a iosa sugli aggiornamenti mensili di Prime Video. Inoltre, il mestiere di Brando Lee non sembra neanche troppo vicino alle suggestioni del cinema horror visto che si nota molta difficoltà a creare un’atmosfera sinistra e una propensione eccessiva alla inutile spettacolarizzazione dei momenti di orrore con effetti ed effettacci che ammazzano letteralmente la tensione.
In Don’t Look at the Demon non salviamo neanche la scrittura, pigra nella costruzione dei personaggi (c’è perfino il tentativo di dar vita a un triangolo amoroso di cui inspiegabilmente ci si dimentica completamente), con dialoghi obiettivamente brutti e con una gestione confusionaria dell’elemento soprannaturale, sia nelle motivazioni che nella natura stessa della minaccia (il titolo ci parla di un demone, nel film però è un fantasma).
Segnaliamo nel cast l’irrilevante presenza di Harris Dickinson, lanciatissimo protagonista di Triangle of Sadness e King’s Man – Le origini, e di Fiona Dourif, figlia d’arte (il padre è l’icona dei cinema horror Brad Dourif) e volto famigliare ai fan della bambola assassina Chucky, che qui ha il ruolo della protagonista Jules… ecco, la Dourif è l’unico vero elemento positivo di Don’t Look at the Demon, visto che ci mette la sua consueta professionalità e l’innata bravura.
Roberto Giacomelli
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