Masters of the Universe, la recensione

Se oggi avete quarant’anni o giù di lì, Masters of the Universe non è semplicemente un film. È qualcosa di profondamente personale. È il ricordo di pomeriggi passati sul tappeto del soggiorno a inventare battaglie impossibili tra He-Man e Skeletor, è il profumo della plastica delle action figure Mattel appena scartate, è la sigla del cartone animato che rimbombava in televisione mentre il mondo sembrava infinitamente più semplice.

Per questo motivo l’arrivo al cinema di un nuovo Masters of the Universe era un evento delicato. Pericoloso persino. Troppo facile trasformarlo nell’ennesima operazione nostalgia destinata a parlare soltanto agli adulti cresciuti negli anni ’80. E invece Travis Knight compie un piccolo miracolo: realizza un film che emoziona chi è cresciuto con i Masters ma che allo stesso tempo costruisce un nuovo immaginario fantasy pensato per i ragazzi di oggi.

La storia prende il via da Eternia, ormai sull’orlo della rovina. Il malvagio Skeletor riesce infatti a espugnare il Castello Grayskull e a mettere le mani sulla famiglia reale. Il suo obiettivo è impossessarsi della Spada del Potere e ottenere il controllo assoluto del pianeta. Prima di essere catturati, però, il re e la regina riescono a mettere in salvo il giovane principe Adam, spedendolo sulla Terra insieme alla leggendaria arma.

Passano gli anni. Adam cresce lontano dalla propria casa e perde la Spada durante il viaggio. Diventato un anonimo impiegato nel settore delle risorse umane, continua però a vivere nel mito di Eternia e sogna di ritrovare l’arma per tornare sul suo pianeta e affrontare Skeletor. Il problema è che Adam non possiede né l’addestramento né il carattere dell’eroe destinato a salvare un mondo.

Prima di addentrarci nel film, vale la pena ricordare cosa rappresentano i Masters of the Universe. Nati nel 1982 come linea di giocattoli Mattel, i MOTU sono rapidamente diventati un fenomeno globale grazie ai cartoni animati Filmation, ai fumetti e a un merchandising sconfinato. He-Man è stato uno dei simboli dell’intrattenimento per ragazzi degli anni ’80, una figura capace di mescolare fantasy, fantascienza e muscoli in un universo coloratissimo e immediatamente riconoscibile. Nel 1987 arrivò anche il celebre film con Dolph Lundgren, He-Man e i dominatori dell’universo, diventato col tempo un piccolo cult ma incapace di restituire davvero il fascino dell’universo originale, anche perché sacrificava quasi completamente Eternia per spostare l’azione sulla Terra.

Il film di Travis Knight corregge proprio quell’errore.

L’autore di Kubo e la spada magica e Bumblebee dimostra ancora una volta una straordinaria sensibilità nel maneggiare proprietà intellettuali amate dal pubblico. Oltre l’80% del film si svolge infatti su Eternia e il risultato è semplicemente magnifico.

Knight costruisce un mondo fantasy ricchissimo, credibile e visivamente spettacolare. Eternia è finalmente viva. Le sue città, i deserti, i castelli e le lande selvagge possiedono una personalità precisa e restituiscono tutta quella sensazione di avventura che ha reso immortale il brand.

Anche il lavoro sui personaggi è impressionante. A eccezione di Roboto, qui trasformato in una versione femminile che lascia qualche perplessità, tutti sembrano usciti direttamente dalle confezioni delle vecchie action figure. Trap-Jaw è perfetto, Mekaneck anche. Ma soprattutto è Skeletor a dominare la scena.

Il Signore della Distruzione conserva tutta la teatralità, la vanità e il gusto per il melodramma che lo hanno sempre contraddistinto. La sua iconica risata malefica risuona continuamente nel film e il lavoro di Jared Leto, nascosto dietro trucco, motion capture e interpretazione vocale, è sorprendentemente efficace. Anzi, paradossalmente potrebbe essere uno dei migliori ruoli della sua intera carriera.

Molto convincente anche il resto del cast. Nicholas Galitzine si rivela una scelta azzeccatissima nel doppio ruolo di Adam e He-Man, riuscendo a rendere credibile tanto l’insicurezza del ragazzo quanto la maestosità dell’eroe. Idris Elba conferisce grande carisma a Duncan/Man-At-Arms, mentre Camila Mendes è una Teela combattiva, affascinante e perfettamente inserita nel contesto.

La sceneggiatura lavora inoltre su alcuni aspetti interessanti dell’immaginario MOTU. Il film riflette sulle aspettative che gli altri ripongono in noi, sul peso dell’eredità familiare e persino sul machismo che caratterizzava molte produzioni degli anni ’80. Lo fa però con grande equilibrio, senza diventare mai predicatorio o didascalico senza quella fastidiosa insistenza ideologica che aveva caratterizzato operazioni come Barbie. Persino i nomi volutamente infantili e grotteschi dei personaggi vengono affrontati con intelligente autoironia rivelandone quel sentore di infantilismo che gli abbiamo sempre riconosciuto.

Una lancia va spezzata anche a favore della colonna sonora che alterna brani pop ben noti (quando l’azione si svolge sulla Terra) con un sound elettronico (su Eternia) molto presente e orecchiabile che porta la firma, alle chitarre, nientemeno che Brian May…. proprio quel Brian May!

Se c’è un vero difetto, è probabilmente l’eccesso di ironia.

Sia chiaro: l’umorismo fa parte del DNA dei Masters e anche la serie animata originale ne era piena. Qui però si esagera un po’. Alcuni momenti drammatici vengono sistematicamente alleggeriti da una battuta e il film finisce talvolta per avere paura delle proprie emozioni. Inoltre, i 142 minuti di durata risultano leggermente abbondanti e nella parte centrale si avverte un piccolo rallentamento del ritmo.

Sono però peccati veniali all’interno di un’avventura che riesce nell’impresa più difficile: far convivere il bambino che eravamo con quello che potrebbe scoprirla oggi per la prima volta.

E quando un film riesce a fare questo, significa che ha colto qualcosa di autentico.

Un’ultima raccomandazione: il film contiene un cameo che farà impazzire molti spettatori cresciuti negli anni ’80. E soprattutto non commettete l’errore di alzarvi appena iniziano i titoli di coda. Ci sono ben tre scene extra: una immediatamente dopo il finale, una fondamentale a metà credits che apre prospettive molto interessanti per il futuro del franchise e una conclusiva.

Per il potere di Grayskull, i Masters sono tornati. E questa volta hanno davvero trovato il modo giusto per farlo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Eternia finalmente protagonista e magnificamente realizzata.
  • Look dei personaggi fedelissimo all’immaginario classico.
  • Ottimo cast, con uno Skeletor memorabile.
  • Equilibrio riuscito tra nostalgia e rinnovamento.
  • Ironia talvolta invasiva.
  • Parte centrale leggermente troppo lunga.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Valutazione: +2 (da 2 voti)
Masters of the Universe, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating

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