Umma, la recensione

Un vecchio adagio popolare recitava che “di mamma c’è n’è una sola”… e per fortuna! Si potrebbe aggiungere se riflettiamo sul valore che la figura materna può assumere nell’immaginario horror. Un ruolo che, come immaginato da tanti autori e scrittori del nostro amato genere, si è spogliato della sua veste rassicurante ed affettiva, per accogliere i propri cuccioli all’interno di un nido fatto di morte e violenza, sia psicologica che meramente fisica. Rivoluzione partita diversi decenni fa e che ha visto un cambiamento sostanziale anche all’interno dello stesso horror, di pari passo con l’avvento di una ben nota nuova generazione di registi che negli ultimi anni ha espresso una sfilza di titoli dalla forte vena autoriale. Se una volta, infatti, il prototipo della mamma perfida era Pamela Voorhees di Venerdì 13, negli ultimi anni la figura materna in versione malefica va ad inserirsi in un ambiente familiare complesso e falcidiato da rapporti controversi, sensi di colpa e lutti difficili da elaborare.

Proprio in questo tipo di contesto, la giovane regista Iris K. Shim decide di ambientare la storia di un rapporto difficile e irrisolto fra una madre violenta e una figlia, tormentata da ricordi funesti e che si sobbarca sulle spalle il peso dell’angoscia vissuta dalla madre quando era in vita. È questo il punto di partenza di Umma, film d’esodio della regista americana, ma di chiare origini orientali, nel quale i ritmi e il gusto estetico dell’horror occidentale si fondono con tematiche e suggestioni tipiche delle tradizioni del lontano Oriente. Il risultato, però, è un cocktail per gran parte indigesto, sviluppato male sotto ogni punto di vista e capace di gettare alle ortiche una buona idea di base per demerito di una sceneggiatura piatta e uno sviluppo senza sussulti.

Amanda è una donna di origini sudcoreane che da anni vive con sua figlia in una fattoria lontana dal caos cittadino e, per precisa scelta, senza usufruire di cellulari e altri strumenti tecnologica. La sua vita tranquilla, però, viene sconvolta quando sua zia si reca a casa sua per comunicarle che la madre è morta mesi fa e per portarle le sue ceneri in modo da offrirle una degna sepoltura. È l’inizio di un incubo senza fine per Amanda in quanto il fantasma della madre, con la quale i rapporti sono sempre stati pessimi, torna per tormentarla e per mettere a repentaglio la vita della donna e di sua figlia.

Se dovessimo trovare degli aggettivi per descrivere in breve questo primo lavoro di Iris K. Shim utilizzeremmo i seguenti: freddo, anonimo e poco empatico. Definizioni già di per sé molto negative, ma ancora più gravi se si pensa che le ambizioni della regista sono quelle di creare un horror caratterizzato da una storia toccante, complessa dal punto di vista emotivo e volto a far immedesimare lo spettatore in un intreccio affettivo verosimile e non raro in un nucleo familiare.

Idea che, seppur interessante e ricca di potenziali spunti, non trova la sua giusta realizzazione in una sceneggiatura, scritta dalla stessa K. Shim, fatta di dialoghi al limite del banale, personaggi mal caratterizzati e dinamiche tra di essi sviluppate con approssimazione, con il risultato di rendere il tutto impalpabile e ottenere un distacco netto con il pubblico. Insomma, Iris K. Shim riesce nell’impresa di ottenere l’effetto opposto di quelle che erano le sue intenzioni.

Il tutto, poi, accompagnato da una regia ancora acerba e una scarsa voglia di incidere anche dal punto di vista meramente visivo.

Le cose, infatti, non migliorano, anzi peggiorano, anche per quanto riguarda la componente horror con una sequela di scene di tensione mal piazzate e incapaci di incutere timore per via di una fotografia poco adatta ad un film horror, un ricorso smodato a posticci jumpscare ed effetti speciali che sono il risultato di quel succitato cocktail tra il gusto horror occidentale e tematiche più vicine agli horror asiatici.

Umma, in conclusione, può essere archiviato come un horror dimenticabile, pretenzioso per certi versi e tutt’altro che riuscito sia sul piano emozionale che su quello più strettamente del racconto del terrore.

Vincenzo de Divitiis

PRO CONTRO
  • L’idea di base e il tentativo di fondere horror occidentale e quello asiatico non è da buttare.
  • Lo sviluppo dell’intreccio lascia a desiderare e la sceneggiatura presenta numerose falle.
  • Le scene di paura sono poco efficaci e mal realizzate.
  • La regia acerba e poco ricercata concorre a rendere il film poco interessante e dimenticabile.
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