A Beautiful Day – You Were Never Really Here, la recensione

Joe è un veterano di guerra. Psicologicamente instabile, l’uomo convive ogni giorno con il ricordo di tutti quegli orrori che ha dovuto affrontare sotto le armi e a cui, purtroppo, è sopravvissuto. Adesso si è ritirato in una vita apparentemente tranquilla, abita con l’anziana madre malata e prendersi cura di lei sembra essere l’unica cosa che conta. Ma Joe ha una seconda vita che pochi, pochissimi conoscono: lavora come mercenario al servizio di tutti quei “deboli” che desiderano liberarsi di qualcuno ma che non hanno il coraggio o la forza per farlo da soli. Quando Joe viene assoldato da un politico locale per salvare Nina, la figlia adolescente finita in un giro di prostituzione minorile, si trova risucchiato in una sanguinosa spirale di violenza e corruzione da cui sembra impossibile uscirne illesi. 

Prima di venire al film, in modo crudo e diretto, c’è da fare una doverosa premessa: A Beautiful Day non è quel film che vi vogliono far credere che sia e, di conseguenza, tenete a freno le aspettative senza farvi troppo condizionare da ciò che avete sentito. Perciò dimenticate tutti quei paragoni forzati e ingannevoli che stanno accompagnando il battage pubblicitario del film. A Beautiful Day è un film forte e difficile, un dramma selvaggio ancor prima di un thriller con sfumature action, che non ha davvero niente a che spartire – se non qualche effimera somiglianza nell’incipit di partenza – con Taxi Driver di Scorsese o Leon di Besson. Al tempo stesso, se nel leggere la trama vi sono tornate in mente le sparatorie e le colluttazioni di Liam Neeson nella trilogia Taken, siete ancora una volta fuori strada. Totalmente. Qui siamo dalle parti di un altro tipo di cinema, molto più autoriale e ambizioso, poco interessato al semplice intrattenimento o a certi meccanismi narrativi per prediligere un viaggio introspettivo nella mente sconvolta e contorta di un uomo che, vittima di un paradosso, ha ripudiato e sofferto così a lungo la violenza fino a diventarne assuefatto come fosse una droga.

Tratto dal romanzo Non sei mai stato qui di Jonathan Ames, A Beautiful Day porta la firma – sia in scrittura che in regia – della britannica Lynne Ramsay che, qualche anno fa, ci aveva incuriositi con il torbido dramma …E ora parliamo di Kevin. Dopo essere stata lontana dalla scena per sei anni, la Ramsay torna alla regia di un film destinato a farle compiere quel “balzo di qualità” sia per il valore indiscutibile della pellicola che per il clamore che la stessa ha suscitato all’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato premiato sia per la miglior sceneggiatura (meritato) che per la miglior interpretazione maschile a Joaquin Phoenix (ancor più meritato) che in questo film offre una performance davvero magistrale.

Sceneggiatura ed interpretazione, infatti, sono i veri poli del film utili a conferire all’opera un valore così alto e altro da far prendere le distanze da tutto quel cinema che si diceva prima, apparentemente simile ma profondamente differente.

Lynne Ramsay sceglie un approccio al romanzo sicuramente vincente. La storia narrata, come è facile intuire, non ha molto di originale e ci può ricordare tanti altri film prodotti in tempi più e meno recenti. Gli orrori della guerra che hanno lasciato un’impronta indissolubile, la via della violenza come strumento di redenzione, la difesa di un minore finito in loschi giri mossi dal lusso, dal piacere e – soprattutto – dal potere. Nulla di nuovo, se ci fermiamo ad analizzare solo gli elementi che costituiscono l’ossatura del racconto. Lynne Ramsay sembra essere conscia di tutto questo e così si avvicina alla materia in modo intelligente, destrutturando totalmente il racconto così da focalizzare l’attenzione non sulla missione di salvataggio di Joe ma sulla sua mente totalmente “spappolata” e destabilizzata. Le cose accadono e si susseguono sullo schermo con fare quasi disordinato e questo perché allo spettatore non viene chiesto di seguire la storia ma di identificarsi con il suo protagonista, un uomo disturbato che diviene inaspettatamente pedina di un gioco molto più grande di lui.

E così Joe si trova a scappare da situazioni pericolose, inseguito da uomini che non conosce ma che sanno tutto di lui e tutto questo solo per salvare una ragazza, sconosciuta, che però è riuscita a smuovere dei (brutti) ricordi. La confusione regna sovrana, in alcuni momenti, ed è giusto che sia così perché lo spettatore non può conoscere cose che Joe non conosce. Chi guarda è posto sullo stesso piano narrativo del protagonista e dunque tutto ciò che destabilizza e confonde Joe, deve destabilizzare e confondere il pubblico alla stessa maniera. Così facendo ogni cosa sortisce un impatto emotivo differente, il coinvolgimento è elevato e le molte scene di violenza (poche mostrate, altre suggerite grazie a bellissime trovate registiche) arrivano come delle autentiche scariche elettriche.

E poi c’è Joe. Il nostro anti-Eroe. Un Joaquin Phoenix inedito e di una bravura sconcertante. Il suo Joe è così magnetico da trascendere la figura del “semplice” protagonista. Lui è il film, senza mezze misure. Affidandosi quasi esclusivamente alla mimica, visti i dialoghi ridotti all’osso, Phoenix ci restituisce un personaggio dalle mille sfumature che riesce ad essere crudele e subito dopo suscitare un enorme tenerezza, soprattutto nelle bellissime sequenze in cui accudisce la madre malata. Il tutto, però, senza perdere mai di vista quello che è il focus principale sul personaggio, ossia una cupa follia che accompagna Joe dal primo fotogramma fino al finale, grottesco e spiazzante.

Insomma, A Beautiful Day è cinema senza se e senza ma. Lynne Ramsay utilizza una “semplice” storia di vendetta e redenzione per condurci nell’ombroso mondo della prostituzione minorile e per raccontarci, in realtà, i contorti meccanismi psicologici che spingono un uomo ad agire quando si è perso tutto, in primis la lucidità mentale.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un thriller-drammatico che ha l’efficacia di un pugno allo stomaco.
  • Sceneggiatura e regia. Entrambe contribuiscono a rendere originale un film che, altrimenti, poteva saper di già visto.
  • Joaquin Phoenix è immenso.
  • Qualcuno potrebbe storcere il naso davanti alla frammentarietà della narrazione. Qualcuno, non noi.
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