Black Panther, la recensione

Arrivati quasi alla soglia del ventesimo lungometraggio, deve esserci non poca difficoltà in casa Marvel Studios nel realizzare film che riescano ad accontentare sia un pubblico selezionato che uno più generalista. Infatti una delle “critiche” più frequenti da parte dei detrattori delle opere appartenenti al Marvel Cinematic Universe è che i film, in fin dei conti, si somiglino un po’ tutti. Ovviamente c’è un’intenzionalità da parte della Marvel/Disney nel creare una coerenza stilistica e narrativa nei loro vari prodotti, ma la reinvenzione (se così vogliamo chiamarla) del Dio del Tuono in Thor: Ragnarok ha preoccupantemente gettato un punto a favore di quei detrattori (per approfondimenti vi rimandiamo alla recensione di Thor: Ragnarok). Ma oggi arriva nei cinema Black Panther e coup de théâtre! Il tanto atteso (e un po’ gonfiato dalla stampa americana) esordio totally-black nell’MCU è una ventata d’aria fresca, un prodotto completo e complesso che rinvigorisce e conferma la grandissima qualità generale del lavoro svolto dai Marvel Studios.

Diciottesimo lungometraggio del Marvel Cinematic Universe, Black Panther è l’avventura assolo dell’erede al trono di Wakanda T’Challa, personaggio già ottimamente introdotto in Captain America: Civil War. Dopo i fatti raccontata nel film dei fratelli Russo, quindi la morte del sovrano dello stato di Wakanda T’Chaka durante un attacco terroristico orchestrato da Helmut Zemo, nel misterioso regno africano fervono i rituali per la proclamazione del nuovo re. Ovviamente è proprio T’Challa, figlio di T’Chaka, l’erede designato e le pratiche rituali che anticipano la sua elezione sembrano solo una formalità. Ma quando T’Challa viene eletto re e il potere di Black Panther instillato nel suo corpo, un misterioso individuo che si fa chiamare Killmonger, accompagnato dal trafficante d’armi Ulysses Klaue, reclama la sua origine wakandiana sfidando T’Challa in quanto regolare candidato al trono.

Come accadeva al cinema americano degli anni ’70, anche l’MCU si tinge di black, inteso come il colore della pelle dei protagonisti, in un film che pone attenzione al significato sociale che questa scelta comporta. Infatti con Black Panther abbiamo una sorta di ritorno al blaxploitation settantiano, all’epoca in cui Shaft e Foxy Brown facevano capolino con successo nelle sale, il tutto contestualizzato nell’immaginario marveliano da blockbuster, con una fusione ottimale tra il cinema di fantascienza/azione e quello avventuroso. In fin dei conti il fumetto di Black Panther nasceva proprio in quegli anni di fermento sociale e culturale prendendo il nome dal movimento rivoluzionario afroamericano delle Pantere nere (nome da cui la Marvel si è anche distaccata per un periodo, quando T’Challa è diventato Black Leopard, proprio per evitare associazioni scomode), un personaggio secondario apparso sulla testata dei Fantastici Quattro e presto amato dai lettori fino a guadagnare un ciclo di storie tutto dedicato a lui nei primi anni ’70.

Con i dovuti distinguo attuati per la trasposizione cinematografica, che in parte ne rivedono le origini dopo l’ingresso in Civil War, il personaggio di Black Panther si è fatto portatore a Hollywood di un rinato fermento per la causa afroamericana perché, di fatto, è il primo film Marvel a porre un afroamericano come protagonista. Un po’ quello che il DC Extended Universe ha fatto con la causa femminile grazie a Wonder Woman (ma con le dovute differenze qualitative), Black Panther è un simbolo prima che un film di supereroi e questo suo status sociale rischiava di sviare l’attenzione sugli effettivi meriti del cinecomic. Invece, tornati in pompa magna con un’opera in cui hanno investito molto, i Marvel Studios spiazzano tutti con una delle avventure più riuscite di questi ultimi anni e molto del merito va ai talenti su cui hanno puntato, in primis il regista e sceneggiatore Ryan Coogler.

Già fattosi notare con l’intenso Prossima fermata: Fruitvale Station e il riuscitissimo revival stalloniano Creed – Nato per combattere, Coogler è riuscito a carpire l’essenza del fumetto e inserirla con estrema naturalezza nell’MCU… eppure Black Panther è il film che meno di ogni altro post-Avengers ha collegamenti con l’MCU! Ad eccezione degli ovvi richiami a quanto accaduto a T’Chaka in Civil War e al personaggio di Ulysses Klaue comparso in Avengers: Age of Ultron (e a una scena post credits), il film di Coogler va per la sua strada, crea un suo universo popolato da personaggi inediti che hanno una propria mitologia. Niente strizzate d’occhio nerd, ironia ridotta ai minimi termini e un parterre di personaggi colmi di una carica drammatica sorprendente. Black Panther ha tutto quello che Thor avrebbe dovuto avere in tre film e non è riuscito ad esprimere, quel valore shakespeariano accennato nella prima avventura del Dio del Tuono e poi abbandonato.

La bravura di Coogler e del co-sceneggiatore Joe Robert Cole sta nell’aver inserito in questo film un gran numero di personaggi riuscendo a dare spazio a tutti. Oltre all’attenzione che ovviamente viene data a T’Challa (Chadwick Boseman) e a un cattivo finalmente ben caratterizzato (i film dell’MCU, come è noto, pongono attenzione sugli eroi positivi e raramente sui villain) interpretato da un sempre bravo Michale B. Jordan, abbiamo una marea di personaggi secondari a cui ci si affeziona davvero, a cominciare da Okoye, il capo delle guardie reali interpretata magnificamente dalla Danai Gurira di The Walking Dead, passando per l’agente CIA Everett Ross, che ha il volto empatico di Martin Freeman, per finire con la simpatica Shuru, la sorella di T’Challa interpretata da Letitia Wright, una sorta di solarissima jamesbondiana Q.

Poi, a livello visivo, Black Panther è impressionante perché crea un universo geografico, il Regno di Wakanda, immaginario stato africano che il resto delle nazioni crede essere omologato al Terzo Mondo di quella realtà geografica, un luogo isolato dalla civiltà, circondato dalla foresta pluviale che non intesse troppi rapporti con le altre nazioni. Una realtà differente è stata però generata dalla caduta di un meteorite in epoca antica, che ha donato ai wakandiani il vibranio, un metallo alieno dalle capacità incredibili (è quello con cui Howard Stark ha forgiato lo scudo di Captain America, per intenderci), che ha contaminato anche la flora generando dei fiori magici che conferiscono in chi se ne nutre grandi poteri. E Wakanda, nel segreto, ha sviluppato una società futuristica che però ha mantenuto tutte le credenze del folklore locale con risultati di fantasia narrativa e visiva davvero originali.

Le bellissime scena d’azione sono dosate con parsimonia e non vanno mai a prevalere sul resto, creando quel sense of wonder necessario a un film di questo tipo, così come quell’alone da “impegno sociale” che si respirava in fase di promozione del film non è mai preponderante (anche se non mancano frecciatine all’attuale politica americana) tanto da notare, a visione conclusa, un equilibrio perfetto tra le varie componenti che danno vita a Black Panther.

E adesso aspettiamo con grande curiosità la prossima incursione del supereroe nero nell’Universo Cinematografico Marvel. Wakanda è per sempre!

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Crea un universo da zero e riesce a renderlo credibile e strutturato in appena 2 ore!
  • Tanti personaggi ma tutti ben caratterizzati.
  • Finalmente un villain come si deve!
  • Se cercate un tassello fondamentale dell’MCU forse potreste rimanere delusi, Black Panther va per la sua strada.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Black Panther, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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